Il tiranno e il suo pubblico

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La figura del tiranno e la condizione della vita sotto la tirannide sono una creazione del mondo greco-romano, una rappresentazione che ha percorso l’intera storia dell’Occidente mantenendo dei caratteri che sono costanti. Questi caratteri tornano continuamente alla luce anche in situazioni in cui gli ordinamenti politici sono democratici. Ad esempio, la natura semi-ferina del tiranno, il suo portare costantemente una maschera, il suo disordine sessuale e le sue perversioni.

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Ciò accade anche rispetto alla figura dell’attuale premier italiano Berlusconi, e non è particolarmente difficile individuarne le cause. Egli è un princeps ricchissimo, circondato da schiere di famigli e di adulatori, di cortigiani e cortigiane, a suo tempo ha sposato dopo la prima moglie una seconda, una giovane attrice con qualche tendenza a fare l’Aspasia, possiede reggia e ville, ecc. ecc. Non accetta il proprio declino fisico, e ricerca l’eterna giovinezza nella cosmesi e nell’energia vitale di giovani fanciulle, ecc. Questi tratti, più o meno veritieri non importa, sono essenzialmente legati alla figura del tiranno. Ma la figura del tiranno non nasce dal nulla, rimanda a quella del re sacro, e ancor più in là ad originarie figure sacrificali. Questo spiega la compresenza intorno a lui di inestinguibil odio e d’indomato amor che caratterizza il personaggio cui venga attribuita, a torto o a ragione, una dimensione tirannica. Leggo a pag. 205 de Il tiranno e il suo pubblico di Diego Lanza (Einaudi 1977):

… il tiranno non è che il travestimento ideologico dell’assolutismo, figura ideologica che, ponendo in primo piano l’aspetto individualistico dell’autocrazia, ne nasconde la piú complessa realtà sociale e istituzionale e la presenta come deviazione patologica dell’unico quadro politico ammesso dalla tradizione. L’inquietudine di Seneca, e le battute del Tieste andrebbero piú puntualmente valutate all’interno del loro tessuto drammatico, ci rivela la consapevolezza di chi, pur legato ai valori piú tradizionali della cultura oligarchica, ne coglie nondimeno le contraddizioni e avverte il rinnovamento cui le istituzioni sono ormai soggette.
La crudeltà del tiranno è crudeltà consapevole, necessaria al mantenimento del regnum. La sua dunque può intendersi come una maschera. Cosí come lo Ierone senofonteo rivela dietro la fisionomia del tiranno l’uomo comune, anche i tiranni di Seneca, pur tanto lontani dalla morale comune, non ne rappresentano semplicisticamente il contrario. Mentre, annota La Penna, il saggio stoico persegue il bene per il bene, il tiranno non persegue il male per il male, ma per la conservazione del potere, in vista di ciò cui viene assegnata una propria oggettiva positività. Eppure, nel riproporre la figura del tiranno come sintesi e spiegazione, sia pur articolata, dell’assolutismo, la rappresentazione senechiana è assai vicina, e complementare, alla chiusa condanna moralistica di Tacito o alla degradata diffamazione di Svetonio. La “machiavellicità” del tiranno non elimina, anzi rafforza la necessità di enfatizzare la sua rappresentazione psicologica. Non è un caso che nel teatro latino, nel quale si affaccia questa problematicità e nel quale si tende a scoprire quella che potrebbe definirsi una virtus tirannica, si accentuino anche i tratti piú ferini dell’immagine del despota.

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