I tamburi della pioggia

tamburi.jpgUn tremendo assedio della fortezza albanese di Kruja nel XV secolo è narrato nel romanzo di Ismail Kadaré I tamburi della pioggia (1972, edito da Corbaccio nel 1997). I Turchi sono i nemici, ma la vicenda è vista dalla loro parte, tranne in alcune pagine in cui l’ottica è quella degli Albanesi assediati. È un massacro terribile quello che viene descritto. La campagna di conquista dell’Albania da parte degli Ottomani è una pagina davvero balcanica. Eppure tutti sono umani, nel libro, molto umani pur nella loro violenza. E ciò che è avvenuto in quegli anni spiega, secondo Kadaré, il destino dell’Albania fino ai nostri giorni.

Cominciò a piovere il 13 settembre, all’alba. Mi accingevo a ordinare il cambio delle sentinelle quando le prime gocce punteggiarono il suolo.
Spuntava il giorno. Avrei voluto far suonare la diana, ma ci rinunciai, pensando che gli uomini erano spossati dagli sforzi del giorno prima. Mi appoggiai a una grossa pietra del parapetto e rimasi così, immobile, per un po’. Sotto l’azione dell’acqua le pietre insanguinate (non avevamo acqua per lavarne il sangue) esalavano in vapore il caldo accumulato durante la giornata. Sembravano vive e avevo l’impressione che stessero per muoversi e respirare.
In una qualche parte del cuore dell’accampamento rullavano i tamburi della pioggia. I soldati ricoprivano gli equipaggiamenti. Il loro campo, con le mille e mille macchie che vi formano le tende, coi suoi stendardi, con le sue insegne e i suoi emblemi di metallo, appariva stranamente lugubre in quel mattino d’autunno. Eccolo, dunque, il più grande esercito del nostro tempo. È ai nostri piedi, a inzupparsi di pioggia. Quelli che vivranno più tardi su questo suolo capiranno che non ci è stato facile ergerci, per questa lotta gigantesca, contro il più temibile mostro della nostra epoca. A essi non lasceremo in eredità né statue né colonne imponenti. Non abbiamo avuto il tempo di costruirne e, con molta probabilità, non avremo il tempo di farlo neppure nei momenti di requie fra l’una e l’altra delle bufere che ancora ci aspettano. In loro luogo, lasciamo queste pesanti pietre delle nostre mura, che la pioggia delle battaglie va bagnando in questo grigio mattino.
Sembra che la prima stagione di guerra volga al termine. Altre ci attendono. Le nuvole si accalcano nel nostro cielo, nel nostro grande cielo.

(p. 229)

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