The Spiritual Brain 2

Lo scimpanzé è al 98 per cento umano perché condivide con noi il 98 per cento dei geni. Si è sentito anche questo. Si può ribattere che allora anche un pesce è in parte umano, perché condivide con noi il 40 per cento del DNA. Ma nessuno si sogna di dire questo, e noi mangiamo sardine senza problemi (e i Cinesi anche i cani, che molti esperimenti hanno dimostrato essere in grado di comprendere i segni sociali umani meglio degli scimpanzé).

Ma questa vulgata da mass media implicati nel materialismo promissorio dei nostri tempi (l’idea che il monismo materialistico sia inattaccabile perché le sue falle odierne saranno sicuramente tappate in futuro) viene messa in questione dagli esperimenti scientifici stessi. Come scrive l’antropologo evoluzionista Jonathan Marks: “Riguardo al generale interesse suscitato dagli esperimenti fatti sulle scimmie superiori con il linguaggio dei segni, tre cose sono chiare. Per prima cosa esse hanno la capacità di manipolare un sistema simbolico dato loro dagli umani, e di comunicare con esso. Secondo, sfortunatamente non hanno nulla da dire. E terzo, in natura esse non usano alcun sistema del genere.” (p. 17) Ovviamente questo non deve sorprendere. Il linguaggio basato sul segno è solo degli umani. Per quanto apprenda ad utilizzare alcune centinaia di simboli, un primate non racconterà mai ai suoi congeneri una storia, e non si servirà mai di essi per sviluppare una cultura. Tra l’umano e l’animale c’è un salto qualitativo insuperabile.

4 pensieri su “The Spiritual Brain 2

  1. > Tra l’umano e l’animale c’è un salto qualitativo insuperabile.

    Certo, si tratterà però di un salto ontologico? Ne va ovviamente del senso della parola “essere”, o “esistere”. Quanti tipi di esistenza ci sono? C’è quella, evidente e macroscopicamente regolare, della materia/energia. E c’è quella, chiaramente dipendente dalla prima, della nostra coscienza soggettiva.
    Sono due? Sono una? Sono essenzialmente differenti? Una è più “vera” e l’altra più “spettrale”, o illusoria? Qui il linguaggio incontra, con tutta evidenza, i propri limiti.
    Vi è però anche una terza modalità di esistenza, quella “eterna” delle entità matematiche. Mi ricordo la sorpresa che provai nell’incontrare, anni fa, in un gruppo di discussione filosofico, un autentico “realista” (dell’astratto) che mi disse che (p.es.) il pi-greco è *più reale* di qualsiasi cosa materiale, in quanto ce lo ritroveremmo identico (come rapporto fra circonferenza e diametro) in qualsiasi universo. Tale ribaltamento mi impressionò molto, però non riesco a mantenerlo “attivo” a lungo nella mia mente, che sembra riportarsi spontaneamente sui vecchi rapporti. Forse la possibilità di credere in certe cose è determinata dalla configurazione di alcuni parametri profondi, che si fissano in chissà quali momenti dello sviluppo, fisico o intellettuale.

  2. Al livello delle leggi newtoniane c’è quell’esistenza “evidente e macroscopicamente regolare”. Ma a livelli più basici dell’universo quale ci si presenta nelle nostre rappresentazioni scientifiche nella fisica delle particelle ecc. l’irregolarità e la discontinuità mi sembrano fortemente presenti. Basta pensare ai quanti, e a come “esistono” (la scuola di fisica sovietica fece la guerra a Bohr accusandolo di idealismo e antimaterialismo); oppure a come l’attività cerebrale sia basata sugli ioni, il cui flusso è, per quel che ne capisco, probabilistico. Prima o po si ritorna sempre, in un modo o nell’altro, a Platone e Aristotele.

  3. Sì, cambiando scala la materia cambia completamente volto. Già a livello molecolare risulta quasi diabolicamente attiva, scendendo ancora si fa frenetica, inafferrabile, fino a trasmutarsi in .. matematica elusiva, non più “visualizzabile”. Ecco dunque che quei tre tipi di esistenza ancora una volta si reincrociano: sembra esserci davvero di che divinizzare la materia, divinizzare la coscienza che la illumina, e divinizzare gli inconcepibili rapporti che sostengono tutto quanto – in fondo anche l’orrore di un cadavere putrescente, simbolo perfetto della vanità umana, esiste soltanto come interazione di strutture astratte di un determinato livello: i suoi atomi sono evidentemente puri quanto tutti gli altri! E così il male: compare ad un certo livello, ma si dissolve negli altri: il bello della visione monistico-materialistica (ma facilmente spiritualizzabile) sta proprio nel fatto che non prevede, essendo in essa la coscienza epifenomeno e non essenza, degli inferni permanenti: fine delle nevrosi, basta avere un poco di pazienza perché il Nirvana è assicurato a tutti :-)
    E’ovvio che sto andando per suggestioni, mi chiedo però in quale modalità di esistenza si ponga la “trascendenza del segno” che sta al centro della tua ricerca, sembrerebbe la transizione, il salto – a questo punto ontologico – fra la prima e la seconda.

  4. In effetti negli animali non esiste l'”orrore” della morte. Quell’orrore richiede la rappresentazione (Il Kurtz di “Apocalypse now” di Coppola è esemplare in questo, come il suo prototipo di Conrad). Anche qui scorgiamo la differenza essenziale, poiché nell’umano la morte è rappresentata, e l’orrore umano è “rappresentazionale”.

Scrivi una risposta a elio Cancella risposta