Ritratti e un vecchio sogno

C’è qualcosa di inquietante nel romanzo di Kader Abdolah Ritratti e un vecchio sogno (Portretten en een oude droom, 2003, trad. it. di E. Svaluto Moreolo, Iperborea 2007). Anzi, le cose che mi inquietano sono due. Anzitutto la solita modernistica e postmodernistica difficoltà imposta al lettore: i personaggi non sono in alcun modo presentati, ma fiondati in rapida successione in un bailamme di note che li rendono difficilmente distinguibili l’uno dall’altro: un gruppo di Iraniani uomini e donne che si ritrovano nel Sudafrica post-apartheid, in un viaggio che vorrebbe essere un intreccio di esili e di convivenze difficili; e bianchi e neri sudafricani, col problema della salvezza della cultura afrikaans, eccetera. Un progetto ambiziosissimo di uno scrittore persiano-olandese. Troppa carne al fuoco, a mio giudizio. Ma quel che inquieta maggiormente è il fatto che nel gruppo dei viaggiatori alcuni siano morti. Sono proprio dei morti, che normalmente stanno al cimitero. E non si capisce come siano in viaggio, e si comportino in tutto e per tutto come dei vivi, e non sapremmo che sono morti se non ce lo dicesse il narratore. Ora, è vero che siamo nell’era del crollo delle differenze, ma sappiamo che una loro cancellazione assoluta è del tutto impossibile, pena la caduta del senso stesso della narrazione. E la differenza fondamentale, che è alla radice stessa del narrare, è quella tra i vivi e i morti. È ben vero che nelle storie che gli umani si raccontano i morti possono parlare, e talvolta persino agire, ma sempre come morti, essendo ben chiaro il loro status radicalmente differente. Un morto, ad esempio, può apparire come fantasma passando attraverso le pareti, perché appartiene ad un altro regno. Ma un morto non mangia e non beve. E qui i morti mangiano e bevono e vanno in giro. Caduto questo vero e proprio tabù narrativo, si aprono le porte del caos, e si tende all’insensatezza. È quello che inficia il romanzo di Abdolah, narratore tecnicamente dotato ma qui troppo audace. Si veda questo breve passo esemplare:

Eravamo preoccupati soprattutto per Soraya. Soffriva di dolori allo stomaco. Era dalla notte in cui la guardia l’aveva colpita con un pugno allo stomaco e lei era caduta a terra morta che soffriva di quei dolori. Ogni tanto di notte, quando c’era silenzio al cimitero, la sentivamo singhiozzare dal male. L’ho già spiegato prima, ma voglio dirlo un’altra volta: Soraya è sepolta nello stesso cimitero dove siamo sepolti Malek e io. Per essere precisi, tredici tombe più avanti, in alto a destra rispetto a me. A volte vedo un pezzetto dei suoi piedi, a volte no.

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