Il Dio generativo

Se dovessi scegliere da questi passi un’espressione che sintetizzi l’idea antropologica di Dio, sarebbe questo: “Dio è il locus centrale della scena della rappresentazione concepito come un essere” (p. 40). Questa formulazione suona così astratta che lo scienziato sperimentale, che odora di sostanze chimiche di laboratorio, potrebbe fare spallucce come davanti ad una irrilevanza filosofica, mentre il teologo, scuotendosi dalla giacca la polvere dei libri della biblioteca su Yahvè, Gesù o Budda, potrebbe lamentarne l’austera impersonalità. Nondimeno, io sostengo che nel più ampio contesto dei testi fondatori dell’antropologia generativa non è incoerente azzardarsi ad asserire che l’essere di questo Dio può essere affermato come Essere. Gans ha scritto che “l’ipotesi originaria non ci richiede di credere in Dio perché essa non presuppone l’anteriorità del sacro all’umano” (Dio esiste?). Sì: ma nel contempo tuttavia l’ipotesi ci invita a credere in un Dio il cui Essere minimale diviene indispensabile per noi con il sorgere stesso dell’umano. L’idea antropologica di Dio crea uno spazio nel quale noi possiamo “credere in” Dio anche mentre crediamo nella “scienza moderna” senza riserve, esitazioni o imbarazzi. L’essere di questo Dio può essere affermato come quello di un Essere formalmente e paradossalmente necessario; come quello di un essere afigurale; e come quello di un Essere la cui presenza percepita è inseparabile dal sempre rinnovato processo dell’amore umano. Secondo questa idea antropologica di Dio, dove e quando gli umani si amano reciprocamente, lì c’è Dio.

Sono parole di Andrew Bartlett, che fornisce una stimolante analisi del Dio pensato da Eric Gans nel saggio di cui ho pubblicato la traduzione su Generativa, Tre affermazioni sull’Essere di Dio sulla base dell’idea antropologica di Dio.

Un pensiero su “Il Dio generativo

  1. L’ontologia è sempre la stessa, ma la teologia contemporanea, grazie a Dio sta dando su Dio nuovi fuochi prospettici.
    L’augurio è che si spezzino le catene dell’opprimente religioso per dar spazio alla libertà che illumina l’ecumene, che non è certo l’archetipo newyorkese, bensì quel principio d’esigenza religioso per cui l’anima possa librarsi e spaziare dove meglio essa creda.

    Grazie d’avermi accolto.

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