Mancuso 2

man.jpgRisalendo di poco nel tempo, si trova questo testo, Il dolore innocente, che si muove a partire dallo scandalo sollevato dal dolore delle creature umane innocenti, che nascono con malformazioni ed handicap, in condizioni che sembrano rendere problematica la stessa umanità della loro vita. Il pensiero religioso per millenni ha visto nell’handicap un stretta correlazione con la colpa (solitamente dei genitori). Nello stesso Cristianesimo è presente questa tendenza, o quella, ugualmente poco soddisfacente per il pensiero, di affermare il mistero dell’azione divina, per cui l’handicappato finisce per essere inteso come un mero strumento per la manifestazione di una problematica azione salvifica. Mancuso rigetta tutte le modalità tradizionali di trattamento teologico del problema, affermando la radicale assenza di Dio dalla natura, e quindi anche dal concepimento e dalla nascita di creature destinate ad una vita crepuscolare e alla sofferenza. Nello stesso tempo, Mancuso sostiene che l’essenza di Dio è l’amore, e ultimamente tra lo spirituale e il corporeo non vi è una differenza assoluta, entrambi essendo manifestazioni dell’energia. Amando chi nemmeno è in grado di avvertire l’amore, dunque, l’essere umano partecipa della natura divina. Qui già si vede il problema della creazione e del rapporto tra Dio e mondo che apparirà con la massima forza in Per amore. Tra le molte pagine interessanti, vi sono quelle che affrontano il rapporto tra fede e sapere.

A ben vedere la fede positiva, che cioè assume per vero un positum, qualcosa di posto, e non ha alcun dubbio al ri­guardo e si comporta come se fosse sapere, non è neppure fede, è ideologia. La fede suppone sempre, e impone sem­pre, l’oscurità. L’espressione «il sapere della fede», se si assume sapere secondo l’accezione comune, è una contra­dictio in terminis, un sasso di legno, una curva dritta: se c’è sapere scompare eo ipso la fede; perché ci sia fede, vera fe­de, lo sfondo deve essere e permanere tenebroso; se si co­mincia a vedere, la fede scompare. Ma come giustificare allora la teologia? Non è anch’essa sapere, non è il sapere della fede? Sì lo è, ma è il sapere di chi sta nelle tenebre, è consapevolezza di essere nell’oscurità e di anelare alla lu­ce, è pensiero critico, negativo, è sapientia noctis. E atten­zione: l’oscurità qui non è «la notte in cui tutte le vacche sono nere», perché a suo modo un buio totale è pur tutta­via sicuro, facile da maneggiare. L’oscurità in cui siamo avvolti è invece permeata e attraversata da lampi di luce, da squarci luminosi: per questo la vita è difficile, perché è impossibile fermarsi, fermare il pensiero su qualcosa di solido e di vero per sempre, fosse pure il buio totale. L’oscurità vera è la contraddizione, l’impossibilità di sapere se è giorno o notte, se prevale più il bene o più il male, se vince la vita o la morte. La dialettica è il sale della vita, e il sale brucia le nostre ferite aperte, i nostri desideri, le no­stre speranze. Non sappiamo nulla, e quando sembra che ci accontentiamo di questo non sapere, ecco risorgere, portate come dal vento, le speranze o le illusioni che il ve­ro ci sia, il bello sia riconosciuto, il buono prevalga. E su questo qualcuno ci scommette la vita, ci vive sul serio, e agisce come se questo solo esistesse; sono uomini e donne nobili, come appartenenti a un altro mondo, il mondo ve­ro e giusto come deve essere, se c’è Dio. Ma se da loro, la cui vita risplende, nascono pensieri e sistemi con pretesa universale, questi sono immancabilmente destinati ad an­dare alla rovina, a sfracellarsi sugli scogli della storia. Naufraghi, rari nantes in gurgite vasto, ecco quello che sia­mo. La vita placa la nostra sete cospargendoci del suo sale la gola. (pp. 169-170)

“La fede suppone sempre, e impone sem­pre, l’oscurità.” Sono d’accordo su questo, anche se questa stessa proposizione può essere differentemente interpretata. Ma di questo passo, così dialettico, e così vicino nel suo senso generale ad una visione tragico-dialettica del Cristianesimo – una visione che al suo centro ha l’uccisione (non la pura morte) dell’uomo che incarna il Logos divino – visione che è la mia, non resta molta traccia nell’ultimo libro di Mancuso, L’anima e il suo destino, che è molto più vicino ad una metafisica tradizionale non cristiana. Dove l’illuminazione intellettuale che comunica la partecipazione all’Essere e al sovrano ordine del Tutto sembra poter avvenire a prescindere da quell’uccisione. E aggiungerei, dallo svolgersi della Storia, che, come mostrerò nei prossimi post, dall’ultimo libro di Mancuso è totalmente assente, come dalla Storia, secondo lui, è assente Dio.

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