Scritto alle soglie della morte, avvenuta il giorno precedente l’uscita del libro, Le scelte che non hai fatto (Einaudi 2014) non è un grande romanzo, ma merita di essere letto per la giocosa malinconia che lo pervade, per la riflessione che si traduce in storie. Storie di vite di donne: storie qualsiasi, di vite che presentano i caratteri delle vite di ogni essere umano (occidentale contemporaneo dovrei precisare). Le nostre vite come un intreccio di accidenti e di scelte. Ogni scelta esclude altre possibilità, altri sviluppi. Qui la voce narrante cerca in altre donne, nelle loro vicende (in verità non solo di donne si tratta, c’è anche qualche vita d’uomo) quello che da lei è stato abbandonato, i sentieri che sono stati interrotti. Nessuna scelta, argomenta la Perosino, è decisa dal 100 per cento di noi stessi. Ma spesso, per così dire, a maggioranza, magari solo dal 51 per cento. E il rimanente 49 non viene cancellato, ma rimane in noi latente, pronto a riemergere all’occasione. Il succo della narrazione è tuttavia un sommesso inno alla vita, tanto più impressionante per essere scritto da una donna malata e consapevole del proprio destino.
Neve
Il narratore del romanzo Neve di Orhan Pamuk (Kar, 2002, trad. it. di M. Bertolini e Şemsa Gezgin, Einaudi 2004, riedito quest’anno) è un romanziere che si chiama Orhan e ripercorre la vicenda del suo amico poeta, Ka (pseudonimo, e neve in turco si dice kar, e la città in cui i fatti si svolgono si chiama Kars). Ka, già emigrato in Germania, dove mena stenta vita di esule, torna in Turchia per raggiungere questa città di confine, Kars, misera e depressa, e contesa tra le forze kemaliste laiche e il montante integralismo religioso.
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La casa del silenzio
All’inizio del Novecento i Turchi non avevano il cognome, come era ed è costume degli Occidentali. Nel suo sforzo di modernizzazione della Turchia, Kemal Atatürk impose a tutti di scegliersi un cognome e di registrarlo all’anagrafe. Anche il protagonista principale del romanzo di Orhan Pamuk La casa del silenzio (Sessiz Ev, 1996, trad. it. di F. Bruno, Einaudi, Torino 2007) se ne sceglie uno: Darvinoğlu, da Charles Darwin, emblema della cultura europea e della Modernità, che egli adora e vorrebbe portare in Turchia.
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E l’uomo inventò i sapori
Un’ottima lettura estiva, questo saggetto di Rosalia Cavalieri E l’uomo inventò i sapori (il Mulino 2014). In verità, non mi convince del tutto il sottotitolo storia naturale del gusto, perché quella del formarsi del gusto umano del cibo, nella visione dell’autrice, è propriamente una storia che parte da una parziale rottura col semplice naturale, rottura che si manifesta nell’acquisizione umana del dominio del fuoco e nello sviluppo della cottura. Semiologa, la Cavalieri utilizza qui i ritrovamenti–e le teorie connesse–della paleoantropologia e di altre scienze per costruire un discorso che ha come focus le tecniche della cottura, e le ricadute che centinaia di migliaia di anni di . consumo di cibi cotti hanno avuto in termini di sviluppo cerebrale e socio-culturale. I cardini della riflessione espressa nel libro appaiono già nelle prime pagine:
«Diversamente dagli animali, che possono distinguere e tutt’al più segnalarsi reciprocamente solo sapori gradevoli e sgradevoli, l’uomo interpreta, valuta, apprezza, scompone e ricompone gli elementi di ogni boccone; e poi ancora confronta, racconta, persuade. Proprio perché non si limita a riconoscere un cibo e a classificarne il sapore come buono o cattivo, l’uomo può accedere a un piacere più alto, un piacere per l’appunto consapevole. Se negli altri animali il desiderio del cibo è generato dalla fame, solo noi umani, come ha osservato Aristotele, possiamo appetire una vivanda non necessariamente per sfamarci, ma perché qualcuno ce ne ha parlato e ci ha persuaso della sua bontà e della sua palatabilità; questo tipo di desiderio indotto dalla persuasione ha un carattere linguistico che presuppone un atto di riflessione, e pertanto è specificamente umano. È poi una nostra prerogativa gustare con attenzione, analizzando le componenti del sapore che via via prendono corpo e si precisano sulle nostre papille, divenendo peraltro memorabili quando le convertiamo in parole. Ciò significa che anche il gustare, come tutte le attività umane, si realizza con il concorso del linguaggio.» (p. 17) «Le parole sono quindi parte integrante dell’atto del gustare: insomma, si apprezza il cibo parlandone.» (p.21)
Questa connessione tra gusto e linguaggio mi sembra convincente. E penso a Guido, il mio figliolo autistico averbale, che mangia un’ampia varietà di cibi rispetto alla media dei suoi confratelli nell’autismo, ma ingurgita ogni cosa masticando pochissimo, incapace di assaporare e di prolungare in qualche modo il piacere. Piacere legato alla parola, che lui non ha.
Mysterium iniquitatis

Conobbi Sergio Quinzio nel 1985, a Venezia, dove allora vivevo, in occasione di una conferenza nella quale parlò del suo ultimo libro La croce e il nulla. Lo conobbi personalmente, perché dopo la conferenza Quinzio cenò in casa di amici, e ricordo bene la conversazione – cui partecipò Mario Cantilena, che con lo scrittore aveva avuto un rapporto epistolare – per le calli, mentre lo accompagnavamo all’albergo. Mi fece una profonda impressione, quella di una fede cristiana terribilmente urgente, assolutamente drammatica, impossibile.
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La fine degli eroi

Il mondo di Jean Giono è pagano. In esso non avverti il minimo soffio di trascendenza. Perciò non vi abitano il dubbio metafisico o morale, la scelta etica, il tormento della decisione. Il bene sembra collocarsi nella natura, infine non molto diversamente che in Hamsun, mi pare. La prosa di Giono, travolgente e proliferante, plastica ma non polisensa, è la trasposizione sulla pagina del naturale, da cui l’umano non si stacca proprio perché non afferra il proprium della violenza umana. O meglio, lo afferra sì, ma non se ne distacca. E non se ne distacca perché non lo mette al centro.
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Il pellegrino della libertà
Il principe costante è un testo che Gustaw Herling scrisse nel 1956, tutto dominato dalla dialettica tra due figure di antifascisti, lo scrittore Guido Battaglia e il principe Gaetano Santoni. Lo troviamo nella piccola antologia Il pellegrino della libertà, edito dall’ancora del mediterraneo. La narrazione di un rapporto reale tra queste due figure ed Herling è bellissima, ma vi è un passo in particolare che merita riflessione. Tornato da Londra in Italia, Guido Battaglia scopre che gli Italiani hanno subito una mutazione profonda.
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Quaranta poesie
Ultra-romanticismo russo: questa è l’impressione che mi ha seguito durante tutta la mia lettura di questo libro. Un libro che anzitutto colpisce per la sua sobria bellezza fisica: carta e stampa di una qualità oggi rara, che fanno perfettamente capire come il mondo della carta e quello degli schermi e schermini siano mondi separati. Non conflittuali, ma separati. Con questo libro già prima della lettura godono il tatto e la vista.
Le quaranta poesie che indica il titolo (Galaad Edizioni 2014), sono scelte da Roberto Michilli assieme ad alcuni frammenti. A fronte c’è il testo russo. L’apparato critico è davvero eccellente, e guida anche il lettore che nulla sa di Lermontov alla comprensione della sua arte e alla conoscenza della sua vita, con note puntuali e meticolose, e anche mediante il confronto con altre versioni italiane degli stessi testi (come quelle di Tommaso Landolfi). Naturalmente, questo apre il discorso sulla traducibilità della poesia, soprattutto poi di quella in cui la sapienza metrica – è il caso di Lermontov – gioca un ruolo decisivo. Ma è questo un abisso da cui mi tengo sempre lontano. Pensiamo alla questione posta qui anche da un testo come Nel nord selvaggio solitario sta, che è un rifacimento lermontoviano della celebre Ein Fichtenbaum steht einsam di Heinrich Heine.
Nel nord selvaggio solitario sta
su nuda cima un pino
e dorme oscillando, e una neve fresca
lo riveste come un manto.
E sogna che in un deserto lontano
– nella terra dove si leva il sole,
sola e triste sopra una roccia ardente
cresce una bellissima palma.
Quella di Michail Lermontov è una figura impressionante per molteplici aspetti. Ma, in quanto muore in duello a soli 26 anni, nella condizione di espulso dal centro sociale-culturale della Russia, dopo aver scritto alcuni capolavori che lo pongono ai vertici della letteratura russa e mondiale, incarna una singolare fusione tra genio e vittima sacrificale. Una fusione che non è affatto misteriosa, purché si comprenda il meccanismo che sta – immutabile – sotto le sue innumerevoli declinazioni.
Ipazia, scene VI, VII e VIII

Il prefetto Oreste getta uno sguardo sulla folla intorno. Gente di ogni risma, di ogni età. Molti cristiani, cristiani violenti, facinorosi. Lo hanno visto entrare nella casa di una donna pagana, di una maga. Non ha pregato in una chiesa, lui, prima di andare in tribunale a rendere giustizia ai poveri. No, è andato in casa di quella maledetta pagana, una strega, una che fa incantesimi.
Mentre il prefetto si sta sistemando sul cocchio, un uomo, giovane alto elegantissimo, si fa largo tra la folla e si avvicina. Rafael Aben-Ezra, mio eccellente amico, dice Oreste. Cosa mai ti porta ad Alessandria proprio nel momento in cui ho bisogno di te? Accomodati accanto a me, e parleremo, da qui al tribunale.
L’uomo sale lentamente. Parla a voce bassa: Per quale nobile intento il rappresentante del potere imperiale avrebbe bisogno del più umile dei suoi sudditi?
Niente paura, non mi serve denaro, ride il prefetto.
Felice di sentirtelo dire. In una famiglia basta un solo usuraio. Mio padre ha accumulato denaro. Io lo spendo, e così facendo mi realizzo come filosofo.
Il prefetto sorride e indica i suoi cavalli: Belli questi quattro nisei bianchi, vero? Solo uno di loro ha un po’ di grigio.
Sì sì, belli i cavalli, ma comincio a pensare che siano una scocciatura, come tutto il resto. Si feriscono, si ammalano, richiedono cure e attenzioni continue. A Cirene sono stato assillato da quel vescovo cacciatore, quell’autentico Nemrod, Sinesio, che mi asfissiava con continue richieste di procurargli cavalli, cani e archi.
Ah! Quell’uomo di valore è… esuberante come sempre?
Esuberante? In tre giorni mi ha portato alle soglie di una crisi nervosa. Quello si alza prima che il gallo canti, sempre in ottima salute e pieno di energia, va a caccia a cavallo e tira con l’arco alle gazzelle, insegue i predoni per valli e colline, poi va in chiesa a pregare, tesse trame politiche, si fa prestare denaro, battezza, scomunica, se la prende con quel pessimo soggetto di Andronico, conforta le vecchiette, mette insieme le doti per le fanciulle povere e graziose, trova il tempo per scribacchiare un po’ di filosofia e subito dopo di allevamento dei cavalli, sta sveglio tutta la notte a scrivere inni bevendo vino, e la mattina seguente all’alba balza in sella, e mentre cavalca è capace di parlare ai suoi accompagnatori del modo in cui un filosofo si astrae dalle tempeste del mondo. Il Cielo mi tenga lontano da uomini come lui! A proposito, nella stessa nave che mi ha portato qui c’era una graziosa ragazza del mio popolo con merce che potrebbe essere gradita all’eminente prefetto.
Ci sono tante ragazze carine, tra la tua gente, che potrebbero essermi gradite anche senza accompagnamento di merce, ride il prefetto.
Eh, quelle furbette ci hanno sempre sempre saputo fare, fin dai tempi di Geroboamo figlio di Nebat. Ma io intendevo la vecchia Miriam… Lei ha prestato denaro a Sinesio, per la sua lotta contro i predoni. Ed era tempo di fare finalmente qualcosa. Avevano bruciato ogni fattoria per miglia e miglia intorno a Cirene. Ma quella vecchia ragazza coraggiosa doveva pur fare qualche affare anche per se stessa. Così se ne è andata in mezzo a quei barbari, verso l’Atlante, ha comprato con denaro sonante tutte le donne che avevano rapite, e anche alcuni dei loro figli e delle loro figlie… Miriam è tornata con un bel gruppo di bellezze libiche, tra le quali il prefetto eccellentissimo, che ha un gusto raffinato, potrebbe fare la sua scelta per primo. E il prefetto potrebbe ringraziare per questo privilegio… me.
Naturalmente, io sarei il primo, ma dopo di te, vero? Mio astuto Rafael.
Ma no. Le donne sono solo una scocciatura, come Salomone scoprì secoli fa. Io lo imitai, mi circondai di donne, le più belle schiave di Alessandria. Ma litigavano fra loro tutto il giorno, strepitavano, e così le ho vendute tutte, tranne una. Ma era un’ebrea, e i rabbini obiettarono. Infine mi presi una donna come unica sposa, ma quella voleva che io stessi sempre con lei, non mi lasciava respirare, e così ho divorziato. Ora sono libero, come un filosofo, e sarò ben felice di concedere all’eccellente prefetto la possibilità di ottenere tutto ciò che come filosofo non mi interessa più.
Grazie, risponde Oreste. Sei un giudeo degno del massimo rispetto. Io non ho ancora raggiunto il tuo livello spirituale, e… già oggi nel pomeriggio manderò a chiamare quella Miriam, quella maga Eritone. Ora, però, ascoltami bene. Una questione urgente, molto seria, una faccenda politica grave. Cirillo mi ha scritto una lettera in cui dice che voi ebrei state complottando per uccidere tutti i cristiani di Alessandria.
Ehm, perché no? Io davvero vorrei che fosse vero, ma penso che in verità siano tutte fandonie.
Vorresti che fosse vero? Tu che ascolti Ipazia? Per gli immortali… santi del cielo!
Ma, non è una faccenda che mi riguardi, dice Rafael. Posso dire che molti tra la mia gente sono pazzi, come accade negli altri popoli. Ci sarà anche qualcuno che ha progetti omicidi. Ma non ci riusciranno, è evidente. Non penso che ci sia niente di serio, voci infondate. Ma se sei davvero preoccupato, fra qualche giorno potresti andare alla sinagoga e parlare con qualche rabbino, chiedergli cosa pensa.
Fra qualche giorno? Sbotta il prefetto. Io devo dare una risposta a Cirillo oggi.
Una ragione in più per non investigare sulla mia gente. Ora come ora, tu puoi dire in tutta sincerità che di questa faccenda non sai nulla.
La sincerità ben usata può essere una dote politica, amico mio. E l’ignoranza può essere il bastione di un uomo di stato in difficoltà… Quindi anche tu sei libero dalla necessità di affrettarti.
Ti assicuro, eccellente prefetto, che non mi affretterò.
Diciamo dunque, di qui a dieci giorni.
Diciamo così, certo, quando tutto sarà finito, scandisce Rafael.
E non c’è nulla da fare. Vi è sempre un certo conforto nell’idea che non ci sia nulla da fare…
In fondo questa è la radice e il nucleo della filosofia. Voi uomini impegnati nelle faccende mondane siete sempre lì ad aiutare questo e quell’altro, li tormentate con consigli di ogni tipo, gli offrite prospettive, gli suggerite cautele, li mettete in guardia. Il filosofo, invece, tranquillamente dice: non c’è da fare nulla, nulla. Ciò che deve accadere accadrà. Il mondo non lo abbiamo fatto noi, e noi non ne siamo responsabili. In questo è riassunta la vera saggezza. Questo è il compendio di tutto quello che è stato detto e scritto, da Filone l’Ebreo a Ipazia la Pagana. Ma guarda là, che caso! Cirillo che proprio ora sta scendendo i gradini del Cesareo. Sembra un cane da combattimento.
Alla testa di una muta ringhiante, sì, mormora Oreste. Guarda quel diacono, o quel lettore, o non so che cosa sia, che faccia da galera ha…
Stanno parlottando. Che il Cielo gli dia pensieri gradevoli, e facce ancora più gradevoli!
Amen, dice Oreste con una smorfia.
Dalla casa di Ipazia, tu dici? Sta mormorando il vescovo al suo diacono. Strano, il prefetto è tornato in città solo stamane.
Ho visto poco fa il cocchio di Oreste fermo davanti alla sua porta.
E suppongo che ci fossero altri venti carri.
Sì, bloccavano il traffico. Carri, lettighe, schiavi, e bellimbusti… Ma quando vedremo un affollamento del genere là dove dovrebbe essere? Cirillo non risponde. Il diacono prosegue: Dove dovrebbe essere, padre… davanti alla tua porta, al Serapeo.
Il mondo, la carne e il diavolo conoscono bene i loro amici, mio caro Pietro, e finché avranno i loro da cui andare, non possiamo aspettarci che vengano da noi.
Ma cosa accadrebbe se i loro amici fossero tolti di mezzo? chiede il diacono.
Potrebbero venire da noi per spassarsela meglio… il diavolo e tutto il resto. Ecco, se io potessi prendere saldamente il controllo della carne e del mondo qui in Alessandria, potrei vedermela col diavolo, e metterlo con le spalle al muro. Ma non potrà accadere, finché continuano a esistere quelle scuole di filosofia, quelle sale piene di immagini idolatriche, quei teatri di Satana… teatri dove il diavolo si traveste da angelo di luce. Scimmia della virtù cristiana. Adorna i suoi ministri come ministri di giustizia. Ti dico che finché starà in piedi quella sala in cui Ipazia insegna, finché i grandi e i potenti vi si affolleranno come pecore, per farsi ammaestrare da lei, per imparare a giustificarsi delle loro sopraffazioni e del loro ateismo, finché questo continuerà, ad Alessandria il Regno di Dio verrà calpestato. I poveri verranno calpestati. Finché Ipazia continuerà ad essere ascoltata, qui non comanderanno i vescovi e i sacerdoti del Dio vivente, comanderanno ancora i principi di questo mondo, coi loro gladiatori parassiti e usurai. Ora basta parlare di questo, Pietro, dobbiamo pensare ai poveri e alle vedove dei pescatori. Pensiamo a quali famiglie dobbiamo visitare.
Il diacono Pietro rimane silenzioso. I due si allontanano con il loro piccolo seguito. Tutti portano cesti pieni di pane per gli affamati.
Intanto il prefetto continua a conversare con Rafael: Spira un bel venticello fuori del porto… ottimo per le navi cariche di cereali.
Sono già partite? chiede Rafael.
Sì, sono partite. Perché? Il primo gruppo di navi l’ho inviato tre giorni fa. E il secondo sta salpando ora.
Oh! Ah! Mmmmh! Allora tu non sai le nuove di Eracliano?
Eracliano? E che cosa mai ha a che fare il conte d’Africa col mio grano?
Oh, nulla… Non è una faccenda che mi riguardi… Solo, lui è pronto a ribellarsi. Ah, siamo arrivati.
Pronto a cosa? balbetta il prefetto inorridito.
A ribellarsi, ad attaccare Ravenna, dice con calma Rafael.
O numi! O Dio! Un nuovo problema, un macigno sul mio capo! Il prefetto scende dal cocchio, seguito da Rafael, e scuotendo la testa sale in fretta la scalinata. Vieni dentro con me, andiamo nella stanza delle conversazioni segrete, dice all’ebreo, e parla piano. Nessuno deve sentire queste cose.
Oreste raggiunge una piccola stanza isolata, fa entrare l’ospite e sbarra la porta. Ci sono due sgabelli, li avvicina, si siede e fa accomodare Rafael. Si protende verso di lui, negli occhi perplessità e angoscia: Dimmi cosa sta accadendo. Dimmelo immediatamente!
Ti ho detto tutto quel poco che so, dice lentamente Rafael. E intanto da una piega della veste esce un piccolo pugnale col fodero ingemmato. Aggiunge: naturalmente, ho pensato che tu ne fossi al corrente. Altrimenti non avrei detto nulla. Sai, è una faccenda che non mi riguarda.
Oreste esplode: per tutte le Furie dell’Inferno! Tu insolente usuraio di provincia… tu sei andato troppo oltre. Ti prendi troppa libertà con me, maledetto giudeo! Non sai chi sono? Dimmi tutta la verità, oppure te la farò cavar fuori con tenaglie arroventate. Per la vita dell’imperatore!
Il volto di Rafael si indurisce, non resta alcuna traccia della sua maschera di filosofo neoplatonico. Sogghigna e risponde: Allora, mio caro eccellente prefetto, tu saresti il primo uomo sulla terra a riuscire nell’impresa di forzare un ebreo a dire o fare ciò che non vuole.
La vedremo! Guardie! E il prefetto si alza gridando.
L’eccellente prefetto si calmi, dice Rafael mentre si alza a sua volta. La porta è sbarrata, e questo pugnale ha la lama avvelenata. E se mi capitasse qualcosa, tutti gli ebrei che prestano denaro in Alessandria si sentirebbero gravemente offesi, mentre tu moriresti in tre giorni tra terribili sofferenze… Perduto l’incontro con la nostra vecchia Miriam, perduta la fanciulla… E lasciate le finanze tue e quelle della provincia in una condizione alquanto difficile. Molto meglio che tu ti risegga, e ascolti tutto quello che ho da dirti, filosoficamente, come un vero allievo di Ipazia. E che non ti aspetti che un uomo ti dica quello che realmente non sa.
Il prefetto si controlla. Una guardia bussa: Ordina, prefetto!
Mandatemi qui Ipocorisma col mio vino. Voi ebrei! dice il prefetto cercando di buttarla in ridere. Siete sempre gli stessi irriducibili che ha combattuto il grande Tito!
Sempre gli stessi, prefetto eccellentissimo. Ma tornando a quella faccenda, che in realtà è importante… almeno per i gentili: Eracliano sicuramente si ribellerà. Sinesio me l’ha fatto intendere chiaramente. Ha bloccato ogni invio di grano a Ostia e ti scriverà di tenere ferme anche le tue navi. Mmmh… ridurre alla fame Roma, Ravenna, Goti, senato, imperatore, e tutti quanti. Se rispondere positivamente o no a questa sua piccola richiesta dipende solo da te…
E anche questo rientra nei suoi piani, mormora il prefetto.
Naturalmente.
Il prefetto alza la mano destra, socchiude gli occhi, e riflette. Un silenzio profondo scende tra i due uomini.
Ma, si limita infine a proferire Oreste. Con Sinesio… Improvviso terrore di legarsi mani e piedi, di finire in un vicolo cieco. Rivolge a Rafael uno sguardo feroce. E come faccio a sapere che non si tratta di una delle tue trappole infernali? Dimmi come hai fatto a scoprire tutto questo, oppure, per Ercole! Per Ercole e per i Dodici Dei, io…
Eccellentissimo prefetto, non dovresti usare espressioni indegne di un filosofo. La mia fonte di informazioni è molto semplice e molto sicura. È uno che ha negoziato un prestito dai rabbini di Cartagine. Loro erano spaventati, o fedeli all’Impero, o entrambe le cose, e si sono tirati indietro. E lui sapeva, come sanno tutti i governatori saggi, che non serve a nulla intimidire noi ebrei. Io non presto mai denaro… è un’attività non-filosofica. Ma gli ho presentato la vecchia Miriam, che farebbe affari col diavolo in persona. Non so se alla fine lui abbia avuto il denaro, non lo posso dire, però posso dire questo: io e lei conosciamo il suo segreto, e ora lo conosci anche tu. Se poi desideri altre informazioni, la vecchia te le fornirà. Lai ama gli intrighi tanto quanto ama il buon vino.
Forse sei un buon amico, dopo tutto, mormora Oreste.
Ma certo che lo sono. E dunque vedi che potevi arrivare alla verità facilmente, con un’elegante conversazione. Se tu mi avessi fatto torturare, per me sarebbe stato un punto d’onore inventarmi un sacco di fandonie e fartele prendere per vere. Ma ecco che arriva il tuo Ganimede col vino, giusto in tempo per calmare i tuoi nervi e riempirli dello spirito della divinazione. Parlo con un mezzo pagano, ammiccò Rafael.
Bevono. Ottimo vino, dice Rafael. Siriano?
Vero vino di Siria. Ben invecchiato: fuoco e miele. Fuori di qui, Ipocorisma! Vedi che non mi ascolta. Mascalzone impudente! Duemila pezzi d’oro l’ho pagato due anni fa. Mi dicevano che aveva meno di tredici anni, era così carino… E da allora è il tormento della mia vita. E già gli spunta la barba… E ora dimmi: che cosa sta sognando di fare il conte?
Di ottenere la sua ricompensa per aver eliminato Stilicone.
Che? Non gli basta essere conte d’Africa?
Lui potrebbe rispondere citando i servizi resi negli ultimi tre anni.
Be’, in fondo lui ha salvato l’Africa, dice Oreste pensoso.
E di conseguenza anche l’Egitto… E forse tu, e lo stesso imperatore, potreste essere considerati in debito con lui.
Caro amico, i miei debiti sono così tanti, che non posso pensare ad alcun pagamento. Ma veniamo al dunque: qual è esattamente la ricompensa che chiede?
La porpora, risponde Rafael.
Oreste sobbalza, sta per dire qualcosa ma si trattiene, riflette a lungo. Rafael lo guarda senza aggiungere una sillaba. Ad un certo punto, dice: nobilissimo prefetto, mi daresti licenza di andare? Ti ho detto tutto quello che dovevo dirti. Se non vado subito a casa a mangiare qualcosa, difficilmente poi avrò il tempo di trovarti la vecchia Miriam, e procedere al nostro piccolo affare con lei prima del tramonto.
Un attimo ancora: di quanti uomini dispone?
Dicono che siano già quarantamila. E se solo potesse tramutare i bastoni di quei ruffiani di donatisti in spade, il suo esercito crescerebbe a dismisura.
Bene, amico, va’ pure. Col tuo Dio, se ce l’hai.
Rafael fa un inchino ed esce. Il prefetto appoggia il mento sui pugni chiusi e medita. Al conte ne servirebbero centomila. Non riuscirà mai ad arruolarne così tanti. Ma, non lo so… quell’uomo ha una mente da Giulio Cesare. Quel pazzo di Attalo parlava di ricongiungere l’Egitto all’Impero di Occidente. Forse non è un’idea così malsana… Qualunque cosa è meglio che essere governati da un ragazzino idiota e tre monache salmodianti. Io mi aspetto di essere scomunicato da un giorno all’altro per qualche supposta offesa alla bigotteria di Pulcheria… Eracliano imperatore a Ravenna, e … io signore e padrone di Africa e d’Egitto. Non più Cirillo a spiarmi e a mandare denunce contro di me a Costantinopoli. Lasciare che i cristiani, ortodossi e donatisti, si sgozzino a vicenda in santa pace… Prospettiva allettante… Ma quanti problemi, quante fatiche, quanti rischi…
Oreste si alza e si dirige verso l’aula delle udienze, pensando ad un bagno tiepido e profumato.
La scuola di Renzi

Anche questi politici renziani intenzionati a operare l’ennesima riforma pensano la scuola esattamente come tutti quelli che li hanno preceduti. Infatti prevedono “premi stipendiali fino al 30% per i docenti impegnati in ruoli organizzativi (vicepresidi, docenti senior) o attività specializzate (lingue e informatica)”. Dunque la differenza fondamentale tra i docenti, l’unica davvero significativa e decisiva, quella tra l’insegnare bene e l’insegnare male (la differenza che gli allievi percepiscono perfettamente, e in base alla quale giudicano gli insegnanti) per lo Stato continuerà ad essere irrilevante. Dunque coloro che la loro professione la esercitano male potranno prendere più soldi di quelli che la esercitano bene, anche perché i primi sono meno interessati all’insegnamento in sé, che per loro in genere è penoso e per cui non hanno una reale vocazione, e più inclini a darsi da fare in altro. La qualità della scuola continuerà a precipitare verso l’abisso. Tendenza che esiste da trent’anni, e che continua, inesorabile, con Renzi.



