Questa è una stroncatura, atto che compio raramente. Non posso altrimenti. Uno scrittore decide di mettere al posto di Encolpio, Ascilto e Gitone, gli eroi di Petronio, un terzetto composto da due ricercatori universitari (di cui uno gay) e una studentessa appetitosa e disponibile, e scrivere un Satyricon dei nostri italici giorni, intitolandolo, guarda un po’, Satyricon 2.0 (Mondadori 2014). Ideona, quella di Gian Mario Villalta: una storia che si dichiara romanzo, ovvero finzione, già inizialmente e meta-letterariamente nelle parole della voce narrante, che è il ricercatore-morto-di-fame Giuseppe-Encolpio, una storia che è anzitutto dunque un gioco letterario, ma che vorrebbe anche satireggiare la nostra contemporaneità economica e culturale misera e vuota. L’ideona non funziona, a tratti il ridicolo delle situazioni diventa ridicolo di una scrittura che si pretende saputa ma è macchinosa, e soprattutto ha la colpa, il vizio capitale di molta narrativa italiana contemporanea: non saper creare personaggi credibili, ma solo macchiette, o figure evanescenti e intercambiabili. Basta vedere quella malavita cinese che definire da operetta sarebbe un insulto all’operetta. Troppo sesso non necessario, a differenza di quello presente nell’augusto modello, ma soprattutto incapacità di trasferire quel modello, in ciò che poteva essere trasferibile con una qualche credibilità, nella situazione dell’Italia di oggi. Perché spendere altre parole? Romanzo senza coerenza, pretenzioso, un romanzaccio da dimenticare.
Diario scritto di notte
Gustaw Herling è stato poco conosciuto e letto in Italia. Nel secondo dopoguerra, e poi per decenni, chi si è distinto per indipendenza di pensiero e scarsa propensione alla mitologia di sinistra non ha trovato molto ascolto da noi, nel paese degli ideologismi e degli intellettuali militanti. Come per Ignazio Silone e Nicola Chiaromonte, e qualche altro, così anche per Herling, autore con Un mondo a parte (1951) di uno dei migliori libri sui lager sovietici. La lettura del suo Diario scritto di notte (Feltrinelli, Milano 1992, trad. D. Tozzetti – ma è solo una scelta di brani) rivela un intelletto fine e una grande qualità di scrittura. Riporto un pezzo su Nicola Chiaromonte.
19 gennaio
Lo conobbi nel 1956, quando, con Silone, fondò “Tempo Presente”. Parlava di sé malvolentieri, tuttavia ne avevo già sentito parlare molto dagli altri. All’inizio degli anni trenta aveva deciso di andarsene dall’Italia. Nell’ambiente dell’emigrazione…
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Pensare la catastrofe
I morti non sono tutti uguali. Evidenza assoluta. Meglio ancora: la gerarchia tra i morti è più nettamente segnata che tra i vivi. Dal punto di vista dei vivi, ovviamente. Anche tra le migliaia di bambini che ogni giorno nel mondo patiscono violenza e sono uccisi ci sono grandi differenze: della maggior parte di loro nulla sapremo mai, non sono individualità, sono senza volto e senza storia. Non esistono. Qualcuno, ogni tanto, e per ragioni mediatico-politiche, viene assunto nella sfera quasi-onnipotente dei media occidentali, e caricato di un significato pesantissimo. Perché ciò possa avvenire, condizione necessaria è che vi sia implicato l’Occidente, col suo senso di colpa ipocrita, e che la morte avvenga entro la sfera occidentale in senso geograficamente stretto. Se la foto che circola è di un bambino ucciso in Iraq, mediaticamente non vale molto, nessuno si commuove. Se è di un bambino massacrato in una guerra tribale in Africa non vale nulla, come se gli Africani fossero sotto-umani, gente irresponsabile (è cambiato poco rispetto alla visione ottocentesca colonialista, anche ora diventano pienamente umani solo se vengono a stare da noi). Se la foto è di un bambino morto sulla riva del nostro mare, per colpa dell’Europa, può anche valere moltissimo, dal punto di vista emotivo ci si sente giustificati a sbatterlo in prima pagina. A usarlo come un’arma per risvegliare le coscienze. In questi giorni assistiamo al trionfo della coscienza risvegliata come falsa coscienza, e ad un duplicarsi e moltiplicarsi scatenato dei capri espiatori: quello di uccidere bambini è un crimine reale, che tuttavia è spesso stato attribuito ai nemici, usandolo come un’arma estrema di propaganda e di lotta politica. È bene ricordarlo.
Pensare la catastrofe, occorre. È esattamente quello che l’Europa occidentale, e l’Italia più di qualunque altra nazione, non è assolutamente, e costitutivamente, in grado di fare. L’Italia non è in grado di pensarla nemmeno costituzionalmente, per dir così, se la catastrofe è causata dalla guerra. Perché il popolo italiano è stato convinto che l’Italia “ripudia la guerra”, in senso assoluto (il che è falso, perché la Costituzione ripudia solo un certo tipo di guerra), noi non siamo capaci di pensarla propriamente, nemmeno la guerra degli altri: davanti ad essa siamo colti da un moto delle viscere, da uno spasmo d’orrore che ci paralizza il pensiero, da un rifiuto che ci fa guardare altrove. Non potendo pensarla, non possiamo nemmeno agire adeguatamente. Ma la catastrofe che incombe ora è un lato della guerra presente, in atto molto vicino a noi. Le quote di profughi di cui si sta parlando sono risibili: sembra che le classi dirigenti europee ritengano che i flussi rimarranno costanti, e dunque che non vi sia una catastrofe, mentre la situazione politico-militare nell’area mediorientale e sud-mediterranea sta esplodendo. Se l’islamismo più radicale trionfasse in Libia, la Tunisia sarebbe sicura? Solo un ingenuo potrebbe pensarlo. E solo un ingenuo può ritenere che l’Algeria sia un Paese destinato a rimanere tranquillo e ad avere uno sviluppo del tipo che piace agli occidentali. Pensare di poter governare la catastrofe-guerra con i mezzi amministrativi impiegati ora, mentre risulta chiaro che bastano poche migliaia di profughi siriani (imprevisti) a far saltare gli equilibri tra gli Stati, è mera insensatezza. Quali sono i piani dell’Europa in caso di vittoria dell’ISIS in Libia? Perché infine il bambino morto sulla spiaggia di cui tutti parlano si chiama Aylan Kurdi, e la famiglia è di Kobane. Questo dice qualcosa? Di questo i media hanno parlato poco, o nulla, perché non hanno memoria. E la politica dei nostri alleati turchi verso i Curdi potrebbe essere causa di ulteriori fughe di massa verso l’Europa, che non pensa la catastrofe, spera nella diplomazia, lascia il campo libero a Sauditi e Turchi, e a qualche drone americano.
Varuna
Suona cupo il titolo Varuna, che Jiulien Green ha dato a questo suo romanzo del 1936 (ho qui l’edizione TEADUE del 1996, con la traduzione nientemeno che di Camillo Sbarbaro, quella originale, credo per Longanesi – chi l’avrebbe mai detto!). La storia però fa respirare (si fa per dire) il lettore un po’ più liberamente di quanto non avvenga solitamente con gli anossici libri di Green. Sarà forse perché l’atmosfera della prime delle tre storie che costituiscono l’intreccio è un po’ favolosa: medioevo, misteriosi “uomini del mare” donatori di una simbolica catena, il diavolo… Ma nella sostanza Green è sempre Green, e quella catena che passa di mano in mano, inconsutile e viva, attraverso le ere e le generazioni, è l’emblema della colpevolezza umana, e della inesorabilità del destino. È una catena che allude a quella delle rinascite dell’induismo, una catena i cui anelli sono i giri della volta stellata…
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Morte d’un personaggio
Angelo, il protagonista baldanzoso e incosciente de L’ussaro sul tetto, Una pazza felicità, e Angelo, non è che un’ombra dell’Averno in Morte d’un personaggio (Mort d’un personnage, 1949 – edito in Italia da Passigli Editori, Antella-Firenze 1996, trad. M.E. Della Casa). La morte qui non è la sua, ma quella della sua innamorata Pauline de Théus, la giovane donna indipendente e audace dell’Ussaro. La ritroviamo molto vecchia, ospite del nipote che si chiama anche lui Angelo, e che la accudisce teneramente fin nelle sue più misere necessità corporali, fino alla fine. Nulla la interessa nel mondo, dopo la fine del primo Angelo, il suo amore. Nessuna relazione umana le è autenticamente possibile, se non su di un piano epidermico, nel senso pieno del termine. Jean Giono compie in questo libro un’operazione temeraria: il personaggio Pauline secondo me doveva essere considerato letterariamente morto con…
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Neurotribù?
Ed ecco qui dall’America, presentato da Kate Knibbs, un nuovo libro sull’autismo, Neuro Tribes di Steve Silberman. Molto politicamente corretto, molto progressivo, sostenitore della linea del “bisogna aiutarli, non normalizzarli”. Perché l’autismo non è che una variante della mente umana, “ed è, tra le altre cose, la ragione per cui Steve Jobs aveva quella capacità di concentrazione, ed è la cosa che aveva Bill Gates e che gli ha fatto fare tutti quei soldi”. Ora, se l’autismo fosse solo questo non sarebbe un handicap, ma un grande vantaggio in una società tecnologizzata e competitiva. Ma siamo alle solite, spesso ci si attacca ad alcuni casi di autistici di successo (molti dei quali non mi convincono molto in quanto autistici) per invocare un cambiamento generale di paradigma. Lo fa anche Silberman. Bene, io vedo questo obiettivo come molto lontano, e non cesserò di dire che lo Spettro che è stato creato potrà essere benefico alle persone che dai loro tratti autistici, dalla loro spruzzata di Asperger, trarranno motivo di autocomprensione, di spiegazione del proprio carattere e modo di essere, dei propri comportamenti, ma non sarà di alcun aiuto a quelli che vengono chiamati autistici a basso funzionamento, persone che non sapranno mai che Bill Gates è autistico, perché non sapranno mai chi è Bill Gates, e ai quali, tanto per dirne una, quella capacità di concentrazione di Jobs l’autismo non l’ha data, mentre gli ha dato una estrema difficoltà di attenzione. Rivelando che il cosa dell’autismo è sfuggente. Ma è significativo che l’articolista chiami l’autismo “la cosa”, perché in questo modo pone il problema del che cosa. Che cosa mai è l’autismo? Sembra che sulla sua realtà, per varie ragioni, che secondo me sono essenzialmente socio-culturali, mentre ne sappiamo sempre di più, contemporaneamente anche ne sappiamo sempre meno.
Aprire Venere
Sono appena 105 pagine compresi gli indici quelle del libro di Georges Didi-Huberman Aprire Venere (1999, traduzione italiana di S.Chiodi per Einaudi 2001), ma si vorrebbe che ce ne fossero altre. È un saggio affascinante per chi, come me, della storia dell’arte si interessa più per i contenuti delle opere che per la loro forma. O meglio per chi si chiede perché quei soggetti, e non altri, perché in quella forma e non in un’altra. Perché, ad esempio, tutte quelle scene mitologiche per alcuni secoli d’arte pittorica e plastica.
Che violenza e sacrificio in qualche modo siano sempre dietro l’angolo lo so da Girard e da altri. Qualcuno di questi altri non nomina Girard, ma fa riferimento, in fondo, allo stesso ordine di realtà. Ad esempio, si legge alla pagina 30 del testo di Didi-Huberman:
…la Venere celeste è anche, per definizione, la Venere nata dal sesso mozzato del Cielo: essa…
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Ragione e antiragione nel nostro tempo
La ragione in lotta è il titolo di una delle tre lezioni tenute nel 1950 all’università di Heidelberg da Karl Jaspers, riunite sotto il titolo comune di Ragione e antiragione nel nostro tempo (SE, Milano 1999). Ne traggo queste righe.
L’insegnamento della filosofia ha luogo sul fondamento e con il presupposto di uno studio scientifico specializzato, che conservi la tradizione filosofica e si ponga il compito di promuovere il sapere concernente le categorie e i metodi del pensiero, sapere che non è ancora di per sé filosofia ma lavoro artigianale, senza il quale la filosofia non giunge a chiarezza – inoltre ha il compito di scoprire, nell’immensa mole del pensato, il semplice, l’essenziale. Una filosofia che si isolasse rinuncerebbe alla ragione. La filosofia come disciplina particolare resta problematica. In quanto insegnamento si limita a destare l’attenzione. Lo studio della filosofia ha quindi luogo attraverso lo studio delle scienze e nella…
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Villa Triste
Tradotto da A. e A. Cattabiani e pubblicato da Bompiani nel 2014, Villa Triste è un romanzo del 1975, di un Patrick Modiano non ancora trentenne ma già perfettamente maturo. Vi sono tutti i temi modianeschi: il tentativo nostalgico di recuperare un passato che svanisce, mediante atti di memoria volontaria; l’identità insicura del soggetto narrante; la fragilità e transitorietà dei rapporti amorosi e delle amicizie; il mascheramento e la problematicità dei nomi; il nascondimento dell’essere ebrei. In questo romanzo si aggiunge una variazione sul tema dell’identità fragile: il proprietario della casa che dà il nome alla stessa e indirettamente al libro, il dottor Meinthe, è un omosessuale che al travaglio dell’identità personale aggiunge quello della sua professione medica, che presenta lati oscuri, mentre la voce narrante ai tempi della vicenda narrata si fa chiamare con un nome che non è suo, presentandosi come l’esotico conte Chmara. E anche del nostalgico narratore, che rivive il suo amore di 12 anni prima, e che in quel tempo viveva sotto falsa identità una vita instabile, nulla sappiamo di certo, come ben poco della bella aspirante attrice Yvonne, con la quale vive una relazione che sembra strettissima e alla fine si rivela illusoria. Le tele tessute da Modiano sono variopinte ma trasparenti, sono veli di Maia.
L’incipit esplicita uno dei nuclei generatori della narrativa di Modiano: «Hanno demolito l’Hotel de Verdun. Era un bizzarro edificio di fronte alla stazione, circondato da una veranda di legno che stava marcendo. I commessi viaggiatori andavano a dormirvi fra due treni. Si diceva che fosse un albergo per coppiette. Anche il vicino caffè, a forma di rotonda, è scomparso. Come si chiamava? Café des cadrans o Café de l’Avenir? Fra le stazioni e le aiuole della Place Albert-Ier c’è adesso un gran vuoto».
Micronote 46
1. Dico che, prima di scagliarci contro gli altri accusandoli di fabbricare capri espiatori, dobbiamo sottoporci ad un severo auto-esame per scoprire i nostri.
2. Mi ricordo nel porto di Venezia, negli anni Sessanta, i caccia della marina militare italiana Indomito, Intrepido, Impavido e Impetuoso. Forse c’era anche l’Impresentabile, ma non l’ho mai visto.
3. Oggi nel mondo occidentale si registra una chiara frattura, che vede da un lato coloro che sostengono le ragioni dell’identificazione e della differenziazione, dall’altro coloro che difendono quelle dell’unità e dell’indifferenziazione. Con una generale incapacità di cogliere la vera complessità, e le ragioni dell’altro. Ma bisognerebbe pensare, non abbandonarsi a slogan e sentimentalismi. Rispondere anche, in modo convincente, a domande come: perché dovrei preferire una società multietnica e multiculturale ad una culturalmente omogenea?
4. Il gatto mi guarda, e mi dice: “tu sei un re”. Il cane mi guarda, e mi dice: “tu sei il mio re”. Io mi guardo allo specchio e mi dico: “sono il re di me stesso, ma sto per abdicare”.
5. Non ho mai amato Pasolini: né come scrittore, né come regista, né come altro… Niente mi ha mai detto, niente mi dice. Non è un mio autore, punto. Del resto, chi può segua il suo sentiero. Il mio non ha mai intersecato PPP.
6. Mancuso e Recalcati: bella coppia di forgiatori di banalità che paiono profonde. Hanno capito che la chiave del successo per loro è quella di far in modo che il loro lettore si senta intelligente anche quando non sia tale.
7. Litania. Corrotto, corruzione, corrotti, corruzioni, corrompere corrotti, comprare corruzioni,corrompere comprati, comprare corrotti. Amen.
8. Gli umani sono esseri simbolici. I simboli per essi sono più importanti di qualsiasi cosa, ne vivono a tutti i livelli della loro vita, anche quando non lo sanno. E anche ne muoiono, ne sono morti e ne moriranno. I simboli hanno molto a che fare con l’appartenenza, l’unità del gruppo, la gerarchia e la differenziazione, senza le quali gli umani non possono vivere. Essi devono identificare se stessi, e non possono farlo se non escludendo ciò che non sono. Imitano gli altri in ciò che includono ed escludono. Io imparo quello che sono anche escludendo quello che non sono. Il “tu non sei” per il bambino è importante quanto il “tu sei”. Epica del negativo, del privativo.
9. Da un lato vi è la necessità di incanalare il risentimento sociale crescente, dall’altro disponibilità decrescente di mezzi per poterlo fare. Necessità, contemporaneamente, pena il collasso sistemico, di alimentare il desiderio nella sfera immaginale-mediatica, mentre alla maggioranza della popolazione è del tutto impossibile accedere alla realizzazione del desiderio instillato, e ne consegue una pesantissima frustrazione.
10. Lo sport è dopato, il calcio è corrotto, Il tifo è ridicolo.
11. “Perché non devo rubare, se lo fanno tutti?”. Me lo son sentito dire una volta, dal mio preside, che parlava di se stesso. La risposta a questa semplice domanda non è affatto semplice, a meno di non appellarsi alla legge divina, al Corano, ecc.
12. La verità è che i luoghi in cui appaiono entità femminili-divine sono luoghi di culto pagano.
13. Dall’entrata dell’Italia nella I GM è trascorsa 1 vita di centenario. Fu ieri. Da Waterloo sono trascorse 2 vite di centenari. Fu l’altroieri.
14. Quei meschini, gli italini,
ben si meritan Salvini.
15. Chi per meriti propri, o di altri, o per l’onnipotente sorte, abbia potuto occupare una posizione centrale, un Centro piccolo o grande da cui sia ben visibile, e percepire quindi come reale il suo valore, e ben guadagnato il luogo da cui si rivolge alle popolatissime periferie dei senza nome, dei non-riconosciuti, dei reietti che pullulano e sgomitano sui media, e sciamano per ogni dove nella società tecnotronica, disperatamente tentando di emergere a loro volta, e di essere riconosciuti, e di penetrare nel Centro e di stabilirvisi a loro volta, costui, come Eco e come ogni altro Autore, Maestro o maestrino, guarderà con stizza, rabbia o aperta ira, o con sarcasmo e ironia, la moltitudine di quelli che restano confinati nelle periferie e parlano e tessono infiniti vani discorsi, e si auto-propongono come scrittori, opinionisti e sapienti, non accettando di riconoscere la propria nullità. [Cavolo, che periodo, che bravo che sono!]
16. Un tempo le persone colte disputavano tra loro, ora si sputano addosso a vicenda. E sui social media non avvengono dispute ma scambi di sputi.
17. Stato contro Stato, Nazione contro Nazione, Stato contro Regione, Regione contro Comune, Regione contro Regione, ma tutti nell’Unione.
18. Ho sempre pensato che Vito Mancuso fosse portatore di un pensiero fortemente claudicante. Il suo punto debole è sempre stato il concetto di natura. Ascoltandolo parlare del suo ennesimo libro, emetto su di lui un giudizio definitivo: è un teologo da salotto radical-chic frequentato da signore di mezza cultura. Va bene per Repubblica, sì.
19. Patteggiamo, patteggiamo,
ed un gruzzolo teniamo,
ed il culo ci salviamo,
e fra un poco ritorniamo!
20. “Se Dio ha potuto creare l’universo dal nulla, può anche intervenire in questo mondo e vincere ogni forma di male. Dunque, l’ingiustizia non è invincibile” dice il papa nell’enciclica appena uscita. Chiunque affermi questo, dico io, deve pensarlo pensandosi contemporaneamente nei panni di un ebreo a Buchenwald.
21. Enciclica : “Per questo è arrivata l’ora di accettare una certa decrescita in alcune parti del mondo procurando risorse perché si possa crescere in modo sano in altre parti”. (193). Questa la vedo un po’ dura.
22. Enciclica, 204: “…l’ossessione per uno stile di vita consumistico, soprattutto quando solo pochi possono sostenerlo, potrà provocare soltanto violenza e distruzione reciproca”. Né in Bosnia, né in Iraq, né in Ruanda il massacro è nato dall’ossessione consumistica. Alle letture di Francesco e collaboratori manca Girard, senza dubbio.
23. Per la preda e il predatore,
per chi uccide e per chi muore,
per chi mangia e per chi è mangiato,
per chi prospera e per chi è malato,
per chi infetta e per chi è infettato.
24. “La mia libertà finisce dove inizia la tua”: così me l’hanno scritta nei temi centinaia di alunni. E io detesto questa frase per la sua indeterminatezza, tanto quanto l’altrettanto abusata “l’indifferenza è peggiore dell’odio”.
25. Ex comunisti ed ex fascisti uniti nell’infiammata difesa dei diritti civili e delle nozze gay: è questo il più interessante fenomeno dell’Italia di oggi.
26. Chiese il Maestro ai suoi discepoli: “Che cos’è l’uguale? Che cos’è il diverso? Quali uguali ami tu? Quali diversi? Quali differenze ami ugualmente? Quali uguaglianze ami differentemente?”
27. Favoletta rozza e reazionaria per spiegare ai bambini la differenza essenziale tra eterosessuale e omosessuale.
Tre barche in mezzo all’oceano: sulla prima tre coppie di giovani omosessuali maschi, sulla seconda tre coppie omosessuali femminili, sulla terza tre coppie di giovani eterosessuali, maschi e femmine.
I tre gruppi sbarcano su tre differenti grandi isole, molto lontane tra loro.
Dopo 50 anni, su ciascuna delle prime due isole ci sono sei scheletri, sulla terza c’è un popolo.
28. Nella nostra società l’accusa di razzismo, l’appiattimento delle argomentazioni dell’oppositore sul format razzista, è uno strumento di liquidazione dell’avversario che ha un indubbio carattere di violenza, e per dirla girardianamente, di scapegoating. Quando tu esprimi una critica all’idea di matrimonio omosessuale, puoi star certo che prima o poi, e più prima che poi, tu riceverai accuse di razzismo, gli impelagati nella psicoanalisi ti diranno che invidii il superiore piacere degli omosessuali, altri che sei preda di isterie protonaziste, ecc. ecc. Scontato che tu sia etichettato come fanatico, retrivo, ecc. E il bello è ricevere siffatte accuse, in difesa della coppia come istanza ultima, anche da quelli che negli anni Settanta erano i più accaniti smantellatori e decostruttori della coppia, del matrimonio, della stabilità affettiva, eccetera. Vedere la sinistra europea e italiana modellarsi sul radicalismo borghese che un tempo rigettava schifata è peraltro una grande soddisfazione, un piacere sublime.
29. Cantando il loro inno nazionale gli Italiani mentono. Fin da bambini. Cantano infatti una menzogna. “Siam pronti alla morte”, cantano, e non lo sono.
30. Teoria brottiana del gender (chi ha orecchi da intendere intenda): spada, genere femminile; spadone, genere maschile; daga, genere femminile; giavellotto, genere maschile; lancia, genere femminile; fioretto, genere maschile; scimitarra, genere femminile; pugnale, genere maschile; mitragliatrice, genere femminile; mitragliatore, genere maschile; arma, genere femminile, fucile, genere maschile; pistola, genere femminile; revolver, genere maschile.
