Ota Benga

COP_Monda_Ota Benga.inddTerzo romanzo di un ciclo storico-narrativo sulla New York dell’ultimo secolo, Ota Benga di Antonio Monda (Mondadori 2015) tocca più di un tema: dalla questione femminile, incarnata nella protagonista narratrice (una ragazza di origine greca colta e inquieta) a quella razziale (c’è una comunità nera che inizia a prendere coscienza di sé, e c’è una cultura razzista che si esprime al massimo livello nel testo di Madison Grant Scomparsa di una grande razza), al tema della differenza culturale radicale, espressa dal pigmeo Ota Benga e dal vecchio guerriero apache Geronimo. L’intreccio funziona bene, e personaggi d’invenzione e personaggi reali convivono altrettanto bene. Il clima culturale dell’epoca è ben rappresentato da un evento centrale nella narrazione di Monda: l’esposizione al pubblico, avvenuta nel 1904, del pigmeo Ota Benga in una gabbia insieme a due scimmie, intesa come lampante dimostrazione della verità delle teorie darwiniane: quell’essere umano, con una cultura e una storia personale, che aveva perduto moglie e figli in Africa durante una razzia, secondo i teorici della razza andava compreso come un anello mancante nella catena evolutiva, un semibestiale uomo-scimmia. Sobria e non incline ai facili sentimentalismi, la scrittura di Monda porta alla luce un passato molto vicino, dal quale non tutti sono ancora totalmente staccati.

Ultra-destra contro Verdi

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Il leader del partito della Libertà (FpOe) Norbert Hofer sfiderà il verde Van der Bellen al ballottaggio del prossimo 22 maggio. Che per la prima volta nella storia dell’Austria non vedrà nessun candidato dei Socialdemocratici e dei Popolari. Potremmo paragonare, fatte salve le differenze, il prossimo ballottaggio  per l’elezione del presidente dell’Austria ad un’italica competizione Salvini-Grillo. Chi ama un approccio meditato e razionale alle grandi questioni politiche  potrebbe rabbrividire, ma i tempi sono questi. L’Europa si sta sfaldando proprio nel momento in cui dovrebbe rinsaldarsi. Le élites europee negli ultimi anni hanno ampiamente sottovalutato il peso emotivo esercitato sulle masse europee da una immigrazione musulmana di massa . Hanno anche dimostrato di non conoscere nulla della persistenza secolare di memorie di scontri di civiltà. (Vienna, in particolare, venne assediata due volte da un esercito turco musulmano, nel 1529 e nel 1683.) Nello stesso tempo, dobbiamo ricordare come tra Germania e Turchia ci furono momenti importanti di alleanza politico-militare,  soprattutto nella Prima Guerra Mondiale in cui Turchi, Tedeschi e Austriaci combatterono contro Francesi e Inglesi (e Italiani). La grande storia è un intreccio, che spesso forma nodi di Gordio. Dalla Crisi dei Migranti l’Europa uscirà con le ossa rotte, e certo con meno democrazia, questo è certo.

Violenza e Islam

NULL044599-300x464Non saprei definirlo altrimenti che come un violento pamphlet anti-islamico, questo dialogo tra il grande poeta siriano Adonis (il suo vero nome è Alī Ahmad Sa’īd Esber) e la psicoanalista Houria Abdelouahed (Violence et Islam. Entretiens avec Houria Abdelouahed, 2015, trad. it. di S. Levi, Guanda 2015). In verità, i due non si occupano tanto dell’Islam in se stesso, quanto della cultura araba, e degli Arabi come popolazione, nel loro essere totalmente imbevuti e determinati dall’Islam, un monoteismo che secondo Adonis è in se stesso la negazione di ogni alterità, e di conseguenza di ogni possibilità di dialogo pacifico e di progresso intellettuale. Sostanzialmente, per Adonis tra la religione e la cultura c’è un abisso incolmabile, e l’Islam rappresenta l’assolutizzazione suprema e supremamente nefasta del fatto religioso. Un piccolo rosario di citazioni sarà sufficiente ad illustrare la temperie del testo, la cui forza deriva dal suo essere un prodotto non di due menti occidentali ma di due menti arabe (tutto il corpus poetico di Adonis è in arabo). Un testo provocatorio, che dovrebbe suscitare una grande discussione.

…perché non troviamo un solo grande poeta che si possa definire credente musulmano? (p. 30)
…nella società araba pensare significa dichiarare guerra alla società esistente. (p.34)
…coloro che hanno letto i filosofi occidentali e che hanno acquisito dimestichezza con il pensiero occidentale non fanno più parte del mondo culturale arabo. (p.35)
La nostra cultura combatte e condanna, ancora oggi, tutto ciò che è diverso. (ivi)
…nell’islam la violenza nasce già con la sua fondazione. (p.46)
…la violenza è intrinseca all’islam (pp.4950)
(per l’Islam) L’altro va annullato proprio in quanto altro. (p. 65)
Il pensiero islamico tradizionale ha sempre mostrato la sua ostilità e il suo odio nei confronti della filosofia. (p.68)
…i musulmani sono sempre stati ossessionati dall’amore per il denaro. Per il denaro come potere. (p.85)
La donna, nell’islam, è più un oggetto che un vero e proprio essere umano (p.88)
Nella società araba, contrariamente a quanto è accaduto nella società occidentale, niente di ciò che riguarda la sessualità e il sesso ha subito un’evoluzione culturale. (p.91)
…all’interno della società araba l’individuo non può dialogare liberamente con l’altro, col diverso da sé. (p.99)
Nella nostra società il maschio ha preso il posto di Dio, e i musulmani imitano Maometto. (p.102)
Il monoteismo è una distorsione della cultura. Andrebbe abbattuto, non riformato. (p.103)
Il primo nemico della donna non è l’uomo, ma la religione. Soprattutto la religione monoteistica e, nell’ambito del monoteismo, l’islam. (p. 105)
L’islam ha ucciso la poesia. (…) Posso dire che la poesia è una scomposizione e uno smantellamento della religione, tanto sul piano della fede quanto su quello della conoscenza. (p. 138)
…la ragione del musulmano estirpa le ragioni precedenti. I suoi giudizi e i suoi criteri, a partire dal momento in cui godono della Rivelazione, estirpano i criteri e i giudizi precedenti e futuri. (p.180)
Essere musulmano significa abbandonare ogni individualità e dissolversi nella comunità. Non c’è alcuna soggettività all’interno dell’islam. (p.181)

Canto della tempesta che verrà

20140609172618_232_cover_bassaLa figura di Pol Pot, il sanguinario leader comunista cambogiano, ha stregato Peter Fröberg Idling, di cui nel 2010 Iperborea ha pubblicato Il sorriso di Pol Pot. Fröberg, che ha vissuto anni in Cambogia e conosce lingua e storia khmer, in Sång till den storm som ska komma (2012, trad. dallo svedese di L. Cangemi, Iperborea 2014) esplora il fatidico anno 1955, in cui sono gettate le sementi della tempesta che verrà, una tempesta di cui l’intera storia dell’umanità non conosce l’eguale. Si tratta di un romanzo storico, in cui i protagonisti sono reali: Sar, destinato a diventare Pol Pot; Sary, ambizioso politico al servizio del machiavellico principe Sihanouk; e Somaly, avvenente miss Cambogia, fidanzata di Sar e amante di Sary. Il clima politico è duro, la lotta tra le fazioni spietata, ma nulla può far neppure lontanamente immaginare il delirio dei khmer rossi al potere, la disumana tempesta che verrà. Nel lettore di questo bel romanzo rimane un dubbio: Fröberg intende mostrare quei semi, avanza l’idea di uno sviluppo accelerato ma nel senso di un continuum, oppure prospetta un salto quantico, per cui la tempesta che verrà non è prevedibile nella sua mostruosa qualità? Quali che siano le intenzioni dell’autore, a me pare vera la seconda ipotesi. Viene spontaneo paragonare questo romanzo a La condizione umana di André Malraux, ma davvero non è il caso. Nel romanzo di  Fröberg manca ogni idealismo, e le figure nei loro moventi profondi rimangono enigmatiche: come se la loro autocoscienza avesse una dimensione molto diversa da quella degli uomini e delle donne del post-romantico Malraux. E questo è, in verità, del tutto inevitabile, ed è un merito dello scrittore svedese.

Micronote 53

  1. gufinCi sono temi, in Italia, sui quali sembra non lecito concedere all’avversario la dignità di un ragionamento, la serietà delle argomentazioni. Perché l’aspirazione di tutti qui da noi, massime degli intellettuali, non è al dibattito vero, né all’approfondimento, e prima alla comprensione, delle ragioni dell’altro: l’aspirazione è al linciaggio, e la brama è quella di essere nel gruppo dei linciatori, e non in quello dei linciati.
  2. Le rose di Aleppo bruciate intonano un canto vagante.
    Dal turbine un demone irato distende il suo braccio gigante.
    E il gregge di smemorati che popola il curvo occidente
    distoglie lo sguardo impaurito, ad altro rivolge la mente.
  3. Se non piangere su quello che poteva essere e non è stato fosse naturale negli umani, e non una conquista di saggezza, allora essi non sarebbero umani ma pura ragione incarnata.
  4. Se di fronte allo Stato e alla società il matrimonio e l’essere una coppia di fatto conferiscono esattamente tutti gli stessi diritti e gli stessi doveri, perché sposarsi? Per spendere un po’ di soldi in una cerimonia senza senso? E se per lo Stato una convivenza qualsivoglia equivale al matrimonio, perché non abolire il matrimonio civile, perché non chiamare tutte le coppie “sposate”? Rem tene, verba volant.
  5. Gazzettieri e pennivendoli, un quartino di potere.
  6. La forza e il valore di un’istituzione si misurano anche dalla qualità dei suoi difensori. La famiglia tradizionale in Italia è difesa dagli Adinolfi. E tanto basta. Il suo concetto non è difeso da nessuno che non sia religioso. E anche dai religiosi con argomentazioni prive di alcuna sostanza antropologica e culturale.
  7. La profezia si sta avverando. Alla fine, sulla miriade di soggetti-monade convinti di avere solo il diritto di avere molti diritti dominerà come sovrana assoluta la tecnica scatenata. Le macchine divenute autosufficienti, che da sole gestiranno il software. L’umano sarà una variabile del tutto trascurabile, una immensa periferia di cenciosi ignoranti, preda della mimesi più violenta e sterile.
  8. In tutti i campi della nostra esistenza, la nostra ignoranza è abissale. Sono infinitamente di più le cose che ignoriamo di quelle che sappiamo. Quindi, in ogni campo in cui ci muoviamo noi più che sul sapere ci fondiamo sul credere. Crediamo alle persone che sanno questo o quello. Crediamo al meccanico, al bancario, al dentista, all’idraulico, ecc. ecc. Ci fidiamo. Altrimenti non vivremmo. Vale anche in politica, in religione, ecc. Ed è possibile giudicare le persone dalla qualità di coloro di cui si fidano.
  9. Perché gli Italiani di fronte alla morte di massa dei bambini nell’Egeo volgono altrove lo sguardo? Io lo so. Perché quei bambini odorano di guerra, e nulla terrorizza gli Italiani di oggi più della guerra. Non pronunciano nemmeno la parola. Non la pronuncerebbero nemmeno se il Califfato tentasse di invadere la Sicilia. Gli italiani sono così disperatamente attaccati alla loro pace che preferiscono non vedere il naufragio di un popolo e una strage di innocenti.
  10. Se esistesse qualcosa come la famiglia naturale, allora in tutte le culture la famiglia avrebbe una struttura molto simile. Ma, anche rimanendo nella tradizione dei grandi monoteismi, vediamo che le famiglie del santo patriarca Giacobbe, con le sue mogli e concubine, e quella di Muhammad (pace e benedizioni su di lui), e di moltissimi altri, sono ben differenti da quella monogamica e nucleare di Fabio Brotto. Quale modello di famiglia è innaturale?
  11. Personalmente, io sono contrario all’idea di un matrimonio gay come puro calco del matrimonio eterosessuale, e lo sono (è un discorso complicato) perché non mi piace quel venir meno di ogni differenza (fatto salvo il censo) che caratterizza l’Occidente odierno. Sono invece favorevole ad un intervento legislativo dello stato che normi una realtà che, volenti o nolenti, esiste e chiede un riconoscimento. Per questo, credo necessaria l’esistenza di una forma di unione civile. Che, a meno di imprevedibili catastrofi, sarà comunque solo una tappa. A me la cosa non va, ma sono realista.
    Penso che la battaglia dei cattolici (perché solo loro, e non tutti, la stanno combattendo, con pochi e sparuti non credenti al seguito) sia persa in partenza. Bergoglio lo sa perfettamente. È tutta la cultura occidentale che si muove, inesorabilmente, nel senso di una pari dignità di tutte le famiglie, comunque composte, e del diritto universale di avere figli supportato dalla tecnologia e dal mercato. Come già per il divorzio e l’aborto, prevarrà lo Zeigeist, vincerà chi è più attrezzato culturalmente e mediaticamente.
  12. Ciascun essere umano è il centro del mondo, ma tutti gli altri non lo sanno.
  13.  Il cattolicesimo nel corso degli ultimi secoli ha perduto gradualmente la sua presa sui ceti intellettuali. Una realtà, questa, di cui Paolo VI era dolorosamente consapevole. La fedeltà delle masse contadine, rimaste per duemila anni sostanzialmente estranee agli elementi dottrinali della religione, era legata ai cicli naturali. Una religiosità pagana (detto senza alcun disprezzo del paganesimo). La riduzione della popolazione contadina ai minimi termini nell’Europa occidentale, insieme ad altri fattori sociali, economici e culturali, ha determinato l’eclissi del cattolicesimo, la cui pervasività in Italia è residuale, ed essenzialmente politica. Senza Santa Sede, l’Italia sarebbe nelle condizioni della Francia. Ma anche il protestantesimo in Europa sta dileguando. I Paesi del Nord sono post-cristiani. È il pensiero cristiano che fa acqua, non riesce a diventare pensiero di gruppi sociali estesi. Patisce il suo esser stato appaltato totalmente al clero. Il processo mi appare irreversibile. Il wojtylismo, con la sua spaventosa dilatazione (viaggi, canonizzazioni) è stato un abbaglio, un fuoco artificiale. L’intellettualismo di Benedetto XVI un segno di impotenza. Il papa attuale mi è simpatico, ma ha troppi nemici e soprattutto non sembra in grado di indicare una strada chiaramente definita: cosa peraltro impossibile, se il papa deve essere segno di unità di una moltitudine di differenze, alcune tra loro decisamente incompatibili.
  14. La terza guerra mondiale è in corso, e sarà la Terza Guerra Mondiale dei Cento Anni.
  15. Uomini che sposano uomini, uomini che si reputano pari in valore e diritto di vivere a ratti e conigli. Questo poteva accadere solo in una cultura in cui il fantasma chiamato psiche è stato affidato alla cura di filosofi abortiti chiamati psicoanalisti.
  16. La libertà di coscienza ha come presupposto l’esistenza di una coscienza. Che nel caso di molti parlamentari è dubbia.
  17. In margine alle “targhe alterne” a Treviso.
    L’idea che il cittadino vada educato che esprimono certe amministrazioni in tutte le interviste rilasciate dai loro componenti, dal sindaco in giù, non mi sembra propria di una democrazia liberale, di una compiuta democrazia occidentale. Mi sembra tipica dei regimi totalitari. Tipica di quelli che considerano il cittadino non un essere libero, ma un minore, bisognoso di essere tutelato e formato. Tipica di quelli che vogliono costruire l’uomo nuovo. Con esiti grotteschi ai nostri giorni in Italia, dato il livello morale e la miseria intellettuale delle stesse amministrazioni.
  18. Due bambini all’uscita da scuola.
    – Guarda, oggi è venuto a prenderti il tuo papà.
    – No, quello non è il mio papà, è la mia funzione materna.
  19. Certo, l’idea del male come assenza di bene, come vuoto d’essere, ha una sua nobile storia intellettuale. Di fronte alla sofferenza di un disabile indifeso, picchiato da chi dovrebbe accudirlo, questa idea vacilla, e il male sembra acquisire una sua corposità, un suo essere palpabilmente presente, come una forza oscura. E tuttavia siamo sempre noi umani a dire cosa sia bene e cosa sia male, talvolta riferendoci a questa o quella divinità, e nel tempo la nostra visione muta. Per gli antichi Greci l’eliminazione di un bambino malformato dopo la nascita era cosa lecita e necessaria. Per molti oggi lo sarebbe, se fosse possibile una diagnosi prenatale, anche quella di un feto con il marker di un autismo severo. Su questi temi noi umani ci dividiamo, combattiamo e ci scomunichiamo. Un leone maschio che uccide tutti i leoncini figli del suo rivale, l’aquilotto che uccide e mangia il fratello minore nel nido, la questione etica non se la pongono, la natura è moralmente indifferente.
  20. Il successo di un’associazione o di una fondazione non dipendono, massime in Italia, né dalla chiarezza e correttezza delle idee né dall’onestà e importanza dei fini, ma da due fattori ben diversi: anzitutto il fare, l’agire senza sosta dei promotori, e poi la qualità e potenza delle relazioni sociali e politiche.
    E una delle forme del fare è l’intrallazzare: non la più commendevole, ma in Italia la più efficace.

I migranti come i Troiani?

12923372_985609584807975_2602330607358611950_nDistinguo i discorsi che oggi si fanno sulla questione migranti in due fondamentali categorie, che prescindono dall’orientamento politico generale di chi li fa: quella dei discorsi semplici e rozzi, e quella dei discorsi argomentati e fondati. Ovviamente, nel circuito mediatico prevalgono di gran lunga i primi. Personalmente, credo di essere una persona razionale con una visione tragica dell’esistenza (che non significa banalmente pessimistica). Sul grande fenomeno di migrazione in corso non assumo posizioni viscerali, ma vedo chiaramente la problematicità estrema della questione. E se mi capita di criticare severamente certa faciloneria della sinistra progressiva è perché vorrei una sinistra più capace di critica seria e meno bisognosa di mitologie.
Ogni tanto mi capita di sentire discorsi sull’immigrazione in cui l’intellettuale di sinistra di turno dice cose incredibili, che confermano la mia convinzione che i saperi specialistici, cioè gli unici che oggi abbiano un valore, non esentino chi li possiede, quando esce dal loro campo ristretto, dall’incorrere in errori e fare figure pietose. Ad esempio, ecco che alcuni, per dire che la migrazione c’è sempre stata, e due o più popoli mescolandosi hanno prodotto nuove bellissime civiltà, si rifanno all’Eneide e alla sua narrazione dell’arrivo in Italia dei Troiani profughi da Troia distrutta. Come dire: accogliamo i Siriani e gli altri, perché fondendosi con gli Europei daranno vita ad una nuova civiltà. Mai fu scelto esempio più infelice.
In primis, i Troiani che nell’Eneide sbarcano nel Lazio sono guerrieri, e non sono certo ben accolti da tutti. La seconda parte del poema di Virgilio, infatti, è la descrizione di una guerra così violenta e atroce da far impallidire quella cantata da Omero. Il sangue scorre a fiumi: il poema termina col duello di Enea e Turno, con la morte di quest’ultimo.
In secondo luogo, l’orizzonte religioso di Troiani, Greci e Latini è lo stesso: un paganesimo che può integrare tranquillamente le divinità minori di ciascuna tradizione. La guerra tra Troiani e Latini non è uno scontro di civiltà, come non lo è quella precedente tra Troiani e Greci. Essi non si vedono come diversi ma come rivali, che è tutta un’altra faccenda. Il loro essere sostanzialmente uguali non attenua lo scontro, anzi lo determina e lo rende più feroce.
Infine, Virgilio vede la vicenda dei Troiani come il seme dell’impero di Roma, un impero basato sulla forza, inserito in un ciclo immenso di lotte tra popoli e potenze: i Greci distruggono Troia, i Troiani vincono i Latini e si fondono con essi generando Roma, Roma soggioga la Grecia vendicando i Troiani.
Conclusione: prima di evocare Enea profugo e i Troiani, si leggano tutti i libri dell’Eneide e si rifletta.

The Mimetic Brain

513bkWLvr7L__SY344_BO1,204,203,200_The Mimetic Brain è  la traduzione in inglese (Michigan State University Press 2016) del libro di Jean-Michel Oughourlian Notre trisième cerveau (2013). Di Oughourlian, che svolge un ruolo di attivo interlocutore di René Girard nel fondativo Delle cose nascoste sin dalla fondazione del mondo, ho letto The Genesis of Desire  e  Psychopolitics. Rivisitare l’intera psicopatologia con occhiali mimetici (p. 107) : questa è la linea del libro, fortemente ancorata all’esperienza clinica lunghissima dell’autore, che a sostegno delle sue tesi presenta numerosi casi. Semplificando molto, si può dire che per Oughourlian è necessario pensare che gli umani dispongano di tre cervelli: uno razionale, uno emotivo e uno sociale-mimetico. L’esistenza di quest’ultimo, che è poi il centro dell’argomentazione qui svolta, è affermata da Ourghoulian anche sulla base delle ultime scoperte neuroscientifiche (in particolare quella dei neuroni-specchio), ma nell’insieme la mia impressione è sempre quella di una certa fantasiosità della psichiatria con radici psicoanalitiche, sempre oscillante tra scienza e speculazione filosofica, quale rimane, nonostante tutta, quella dell’autore. «Mi sembra che la miseria della condizione umana dipenda dalla difficoltà di accettare l’alterità del proprio stesso essere, di accettare che io stesso sia un “altro” e che questo stesso altro che mi costituisce sia anteriore a me» (p. 46). Dalle tre anime (razionale, irascibile e concupiscibile) ai tre cervelli di Ourghoulian: duemilacinquecento anni di pensiero, ohibò.

 

Vogliamo la verità!

12417511_982445308457736_1950511604102736113_nNel Vangelo secondo Giovanni (18, 38) Pilato, che di politica molto si intendeva, e il cui pensiero stava tutto dentro la politica, chiede a Gesù “Che cos’è la verità?”. Il Gesù giovanneo, solitamente eloquente, a questa domanda radicale non risponde.
Se la politica fosse il luogo della verità, avrebbe senso il “vogliamo la verità!” sull’omicidio Regeni. Come lo avrebbero tutti i “vogliamo la verità!” che in questi decenni si sono succeduti in Italia: sull’incidente di Ustica, sull’omicidio Moro, sulla strage dell’Italicus (e potrei continuare). Ma la politica non è il luogo della verità. La politica è il luogo del conflitto e della mediazione del conflitto.
Quando qualcuno, in genere collocato a sinistra, grida “vogliamo la verità!”, intende dire “vogliamo la verità che sappiamo già benissimo!”, perché è la verità del nemico, che il nemico nasconde, appunto perché è il nemico. L’emergere della verità, dunque, coincide con la sconfitta del nemico, ed è per questo che quella verità viene reclamata con tanta forza. L’ideale sarebbe il manifestarsi come incontrovertibile aletheia quella che la morte di Regeni è stata causata da funzionari della CIA e del Mossad: allora la fame di verità sarebbe saziata.
Il regime militare di Abdel-Fatah al-Sisi è avvertito come nemico, e questo è dovuto non alla sua natura spietata di per sé – il regime degli Ayatollah in Iran e quello saudita lo sono anche di più, gli oppositori in Cina sono spediti in galera e spariscono come in Egitto, ma contro di loro la mobilitazione di sinistra è sempre stata scarsissima – ma al fatto che non appare abbastanza nemico di Israele e dell’Occidente. Si tratta sempre della oicofobia di sinistra, ancorata al risentimento.

 

Francesco e i mercanti

popDice il Papa: «Tre giorni fa un gesto di guerra, di distruzione in una citta’ dell’Europa, gente che non vuol vivere in pace. Ma dietro di quel gesto c’erano altri, come dietro Giuda c’erano quelli che gli hanno dato denaro. Dietro quel gesto i fabbricanti di armi che vogliono non la pace, ma la guerra, non la fratellanza ma l’odio. Poveri quelli che comprano le armi contro la pace». Dunque, secondo il Papa, dietro eventi come questo, non c’è anzitutto un certo tipo di predicazione islamista, non c’è una certa interpretazione del Corano. Ci sono i mercanti. Ma se io odio gli infedeli, e per ucciderli mi compro un economico kalashnikov, la colpa delle morti è del trafficante che me lo vende o mia, quando sono io che premo il grilletto? E se pugnalo una ragazza ebrea per strada a Gerusalemme, la colpa è del fabbricante di coltelli da cucina?
Quello che mi preoccupa in queste estemporanee ma significative espressioni del pensiero bergogliano non è tanto l’idea che dietro il gesto dei terroristi ci siano altri, e questi siano i fabbricanti di armi. (Che le bombe dei terroristi islamici siano quasi sempre fatte in casa con ricette alquanto semplici, e non raffinati ordigni di industria bellica attuale, non sembra far riflettere il pontefice.) Quello che sommamente mi preoccupa è il riferimento a Giuda. Tutti gli studiosi seri sanno benissimo che i trenta denari, come tantissimi altri particolari delle narrazioni evangeliche, non sono un elemento storico ma una costruzione ideologico-teologica della comunità cristiana primitiva. In ogni caso, quelli che glieli avrebbero dati non sono mercanti o affaristi, sono persone molto, molto religiose. Quello che è certo è che la morte di Gesù è stata voluta dalle autorità religiose del suo tempo: lo scontro tra Gesù e quelle autorità religiose è stato fortissimo, e assolutamente determinante nella vicenda che lo portò alla morte. Nella narrazione evangelica, del resto, Gesù non si scontra mai con peccatori, affaristi, gente di malaffare, ma sempre e soltanto con uomini religiosi: farisei, sadducei, dottori della legge: gente pia, gelosa custode della tradizione. È stata la religione, e non il denaro, a portare Gesù alla sua fine. Le turbolenze che i Romani temevano, e che hanno portato Pilato alla sua decisione, erano suscitate nel popolo dall’attesa messianica. Certo, la religione non è mai allo stato puro, perché essa è sempre anche (e soprattutto) un fatto sociale: ci sono sempre anche intrecci di interessi di ogni tipo, soprattutto economici e politici. Ma allora, Francesco, per comprendere questo ti basta guardare dentro le mura vaticane.

 

How We Became Human

51IO3XVZu5L__SX331_BO1,204,203,200_Il sottotitolo di questa raccolta di saggi curata da Pierpaolo Antonello e Paul Gifford è Mimetic Theory and the Science of Evolutionary Origins (Michigan State University Press 2015). Il senso della raccolta si può evincere dai titoli dei saggi. Coevolution and Mimesis; Genes and Mimesis: Structural Patterns in Darwinism and Mimetic Theory; Maladaptation, Counterintuitiveness, and Symbolism: The Challenge of Mimetic Theory to Evolutionary Thinking; Convergence between Mimetic Theory and Imitation Research; The Deepest Principle of Life: Neurobiology and the Psychology of Desire; The Three Rs: Retaliation, Revenge, and (Especially) Redirected Aggression; Violent Origins: Mimetic Rivalry in Darwinian Evolution; Mechanisms of Internal Cohesion: Scapegoating and Parochial Altruism; A Mediatory Theory of Hominization; Animal Scapegoating at Çatalhöyük; Self-transcendence and Tangled Hyerarchies in Çatalhöyük; Rethinking the Neolithic Revolution: Symbolism and Sacrifice at Göbekli Tepe; Intrinsic or Situated Religiousness: A Girardian Solution; Homo religiosus in Mimetic Perspective: An Evolutionary Dialogue.

Il libro è denso e ricco. La cosa per me più interessante è rappresentata dalle  considerazioni intorno ai clamorosi ritrovamenti di Göbekli Tepe, la località nel sud della Turchia in cui è emerso un vasto complesso monumentale sacro risalente al 9600-8.200 avanti Cristo, costruito da popolazioni che vivevano ancora di caccia-raccolta. Girard ha dovuto in extremis accettare la possibilità di abbandonare la sua idea di precedenza temporale del sacrificio umano sulla pratica rituale di caccia ai grossi animali, e di derivazione di questa da quello. Ho sempre pensato che Burkert su questo punto avesse ragione: la caccia è venuta prima.