Pensare per figure

rel.jpgC’è in Pensare per figure di Franco Rella (Edizioni Pendragon, Bologna 1999) un passo in cui mi sembra sfiorato un concetto base della Generative Anthropology. L’autore sta parlando di Freud.

Certo, l'”assassino” cerca di nascondere le tracce del suo delitto, o di seminare falsi indizi, o addirittura di togliere di mezzo l’investigatore. Ma le tracce di ciò che è stato storicamente represso affiorano continuamente, con tutta la loro forza e violenza. “Soltanto che non è facile riconoscerle”, soltanto è necessario un lavoro critico per ricostruire la loro realtà materiale e, al contempo, il processo di repressione-distorsione cui esse sono state sottoposte. In questo Freud è senz’altro vicino alla “coscienza tragica” dei grandi romanzieri della crisi del Novecento. Si pensi a un vero e proprio romanzo di ricerca, un Untersuchungroman, come Il castello di Kafka, o Il processo in cui l’inchiesta finisce per colpevolizzare la vittima, nel confondere vittima e carnefici in un unico “spettacolo”.
È così che Freud porta il suo attacco, anche se cauto e silenzioso, al cuore stesso della Kultur, nel cuore del meccanismo di rappresentazione: e cioè nel dominio ideologico sulla realtà, quel dominio che Hegel aveva definito “la divina potenza dell’intelletto”, che è il linguaggio in quanto Aufhebung: il reale deve essere tolto per essere dominato. (p.43)

Fra Dioniso e Cristo

for.jpgDonde viene all’uomo la ragione? Perché all’inizio di tutto deve essere la vittima e non la preda? Perché, soprattutto, il male viene fatto coincidere totalmente senza residui con la violenza da Fornari come da Girard? Queste domande mi sgorgano con forza dopo la lettura (una delle mie estive, leggere) del poderoso libro del trevigiano Giuseppe Fornari Fra Dioniso e Cristo. La sapienza sacrificale greca e la civiltà occidentale. È un bellissimo libro, quello dell’ultragirardiano Fornari, un testo molto ricco di idee e di provocazioni intellettuali, e depone a sfavore dell’industria editoriale italiana il fatto che sia stato pubblicato dalla poco conosciuta Pitagora Editrice di Bologna (2001) e non da Adelphi o Einaudi (ma sappiamo che non è il valore di un’opera a determinarne la pubblicazione da parte di un grande editore). Nel 2006 è stato comunque riedito da Marietti. Quest’opera è il tentativo di una fondazione filosofica generale del girardismo come chiave di lettura onnicomprensiva dell’umano. Possiamo definire la prospettiva di Fornari – che è ultragirardiana in quanto Fornari rimprovera a Girard di non essere andato fino in fondo, cosa che lui fa – onnivittimismo. In realtà, l’onnivittimismo è già in Girard, che fa scaturire l’umanità stessa degli umani dal protrarsi millenario di eventi di linciaggio in società preumane, con le conseguenti esperienze di beneficio per i gruppi che avrebbero portato, ad un certo punto, all’istituzione di riti che riproducono, controllandole, le situazioni da cui i linciaggi scaturivano (l’idea del linciaggio fondatore). L’esigenza della vittima starebbe dunque nel cuore dell’umanità. In sostanza è come se il peccato biblico originario fosse spostato da Adamo a Caino, il che, se produce suggestive messi ermeneutiche, costituisce anche, a mio modo di vedere, una semplificazione.
Tutto, assolutamente tutto ciò che è umano viene riportato da Fornari al sacrificio, alla violenza, alla vittima. La vittima è la chiave di lettura di ogni sfera dell’umano, dalla filosofia alla poesia alla scienza. “Questo motore è la vittima, da cui si dipartono tutte le differenze culturali e le rappresentazioni mentali dell’umanità” (p.302). Nella stessa pagina, l’estremismo ultragirardiano di Fornari è massimamente rappresentato dal seguente passo:

Lo spazio è il campo di forze che si viene a creare intorno alla vittima, il tempo è il ciclo (annus) che inizia e si conclude con la rifondazione [violenta, con sacrificio – nota di F.B.], il mondo come totalità è lo sviluppo dell’intera comunità differenziata a partire dalla vittima, il principio di causa è la responsabilità della vittima prima nel male e dopo nel bene, il principio di non contraddizione è la risoluzione del conflitto dei doppi mediante l’uccisione del responsabile della crisi.

Quando, nel maggio del 2003, René Girard venne a Treviso a presentare il libro del suo discepolo, gli chiesi perché in tutte le sue opere egli non avesse mai tematizzato il problema del male. Mi rispose che la parola male è troppo connotata teologicamente, e che la sensibilità moderna è sensibile invece alla parola violenza. Rispondo con un racconto di tre righe.

Scorrono lente le acque del fiume Limpopo. Un bambino di tre anni sta giocando sulla riva.
All’improvviso dalle acque salta fuori un coccodrillo, azzanna il bambino e lo trascina nell’acqua.
Non per giocare.

E leggo nel bellissimo romanzo L’ordalia di Italo Alighiero Chiusano (Rusconi, Milano 1979):

Quello tacque, col volto triste.
“Guarda il mondo,” lo esortai, facendo forza alla mia voglia di tacere, “ammira le cose belle che Dio ha fatto!”
Lui si guardò intorno, ma come se un velo gli trasformasse quel giorno di sole in una sera di pioggia. Mi prese per il polso.
“Osserva!” mi mormorò all’orecchio.
Stentai a comprendere che cosa dovessi osservare, poi scoprii ch’era una ragnatela appesa tra due rami di un albero. Bellissima orditura di fili d’argento, che si cullava alla brezza da far quasi udire un suono d’arpa. Ma in realtà l’unico suono era il ronzio rabbioso di una mosca impigliata. L’uomo indicò un angolo della tela dove già avanzava, lento e feroce, un grosso ragno.

“È la natura” mormorai.
“Chi creò la natura? Chi ha dato istinti a bestie e a uomini per rubarsi la vita e il piazere?”
Il ragno aveva raggiunto la mosca, e mentre quella continuava a ronzare l’avviluppava e pinzava con calma. Feci per strappar la tela, ma l’altro mi fermò.
“Come! Distruzzi l’opera di Dio? Non rispetti i suoi voleri? O grande bestemmia!”
Ripresi a camminare e l’uomo mi affiancò in silenzio.
“Non credi in un Dio buono?” gli chiesi.
“Credo, sì, in un Dio buono: ma occorre… distinguere e non confondere, amize!” (pp.50-51)

Complessità

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Il pensiero tende sempre alla complessità, alla messa in questione (se è pensiero autentico), al dubbio radicale.
Il potere, qualsiasi potere, preferirà sempre avere a che fare con una moltitudine di persone semplici, un gregge, che con una moltitudine di persone complesse. La forma perfetta del potere è espressa nel rapporto tra il pastore e le sue pecore. I pastori di popoli, come i re dell’Antico Oriente. Continua a leggere

Science and Faith

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In Science and Faith di Eric Gans (Rowman & Littlefield, Bollman Place, Savage, Maryland 1990) leggo e qui traduco:

Una teologia include un’etica, ma non è solo un pretesto per essa. L’elezione di Israele da parte di Dio può essere preziosa per Israele solo a patto che Dio sia concepito come preesistente ontologicamente. Chiaramente sarebbe inconcepibile all’interno della comunità l’affermare al modo di Durkheim che il Dio di Israele è una mera emanazione della sua solidarietà collettiva. L’interpretazione di Durkheim presenta l’indubbio vantaggio di evitare il soprannaturale; ma a dispetto della sua apparente obiettività, con l’ipostatizzare la comunità dei credenti in un’unità monadica, essa preclude la questione centrale del che cosa abbia costituito la comunità in origine. Continua a leggere

La donna giusta

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Leggo solo romanzi che mi interessano per i loro contenuti, e difficilmente mi lascio trascinare dal successo di vendite e di critica. I romanzi di successo li faccio raffreddare, di solito. Per questo, quando tutti in Italia parlavano de La donna giusta (dodici edizioni Adelphi da marzo 2004 a maggio 2006), ho lasciato perdere. Anche se forse occorrerebbe chiedersi il perché del successo di un’opera che non sembrerebbe molto in sintonia con lo spirito dei tempi. La donna giusta è un romanzo strano, come struttura e gestazione, ad ennesima conferma di quanto proteiforme e plastico sia il genere letterario. Continua a leggere

Revelation, the Religions, and Violence

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Leggo in Revelation, the Religions, and Violence di Leo D. Lefebure (Orbis Books, New York, 2000) e qui traduco:

L’ironia può essere il primo volto della rivelazione e della grazia. L’ironia mina la nostra certezza, ci aiuta a vedere quanto noi stessi possiamo essere oggetto di riso. L’ironia ci rammenta la relatività di tutte le nostre affermazioni, di tutte le nostre pretese, di tutti i nostri conseguimenti. L’ironia ci ricorda la menzogna presente in ogni verità. L’ironia mina la determinazione del nostro fanatismo e ci permette di ridere di noi stessi. L’ironia ci libera dal nostro grandioso ruolo di dèi e ci consente di essere invece delle semplici creature. Continua a leggere

Delle armi

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Non sono passati molti anni dalla guerra tra Iraq e Iran (circa 1 milione di morti). Ci ha interessato molto meno di quella libanese dell’anno scorso (mille morti?). Infatti per determinare l’importanza di una guerra il numero dei morti è irrilevante… Continua a leggere

I tamburi della pioggia

tamburi.jpgUn tremendo assedio della fortezza albanese di Kruja nel XV secolo è narrato nel romanzo di Ismail Kadaré I tamburi della pioggia (1972, edito da Corbaccio nel 1997). I Turchi sono i nemici, ma la vicenda è vista dalla loro parte, tranne in alcune pagine in cui l’ottica è quella degli Albanesi assediati. È un massacro terribile quello che viene descritto. La campagna di conquista dell’Albania da parte degli Ottomani è una pagina davvero balcanica. Eppure tutti sono umani, nel libro, molto umani pur nella loro violenza. E ciò che è avvenuto in quegli anni spiega, secondo Kadaré, il destino dell’Albania fino ai nostri giorni.

Cominciò a piovere il 13 settembre, all’alba. Mi accingevo a ordinare il cambio delle sentinelle quando le prime gocce punteggiarono il suolo.
Spuntava il giorno. Avrei voluto far suonare la diana, ma ci rinunciai, pensando che gli uomini erano spossati dagli sforzi del giorno prima. Mi appoggiai a una grossa pietra del parapetto e rimasi così, immobile, per un po’. Sotto l’azione dell’acqua le pietre insanguinate (non avevamo acqua per lavarne il sangue) esalavano in vapore il caldo accumulato durante la giornata. Sembravano vive e avevo l’impressione che stessero per muoversi e respirare.
In una qualche parte del cuore dell’accampamento rullavano i tamburi della pioggia. I soldati ricoprivano gli equipaggiamenti. Il loro campo, con le mille e mille macchie che vi formano le tende, coi suoi stendardi, con le sue insegne e i suoi emblemi di metallo, appariva stranamente lugubre in quel mattino d’autunno. Eccolo, dunque, il più grande esercito del nostro tempo. È ai nostri piedi, a inzupparsi di pioggia. Quelli che vivranno più tardi su questo suolo capiranno che non ci è stato facile ergerci, per questa lotta gigantesca, contro il più temibile mostro della nostra epoca. A essi non lasceremo in eredità né statue né colonne imponenti. Non abbiamo avuto il tempo di costruirne e, con molta probabilità, non avremo il tempo di farlo neppure nei momenti di requie fra l’una e l’altra delle bufere che ancora ci aspettano. In loro luogo, lasciamo queste pesanti pietre delle nostre mura, che la pioggia delle battaglie va bagnando in questo grigio mattino.
Sembra che la prima stagione di guerra volga al termine. Altre ci attendono. Le nuvole si accalcano nel nostro cielo, nel nostro grande cielo.

(p. 229)

https://www.facebook.com/brottof

Ingmar Bergman, in memoriam

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http://www.youtube.com/watch?v=Vyqg017aFrY

Questa è la scena che mi porterei nell’isola deserta, ove una sola scena entro tutta la storia del cinema fossi obbligato a scegliere.

Vere presenze

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Leggo in Vere presenze di George Steiner (1989), pubblicato in Italia da Garzanti nel 1992 nella traduzione di C.Béguin:

C’è un giorno particolare nella storia occidentale che non viene menzionato né dalla tradizione storica, né dal mito, né dalla Sacra Scrittura. È un sabato. Ed è diventato il più lungo dei giorni. Sappiamo di quel Venerdì Santo che il cristianesimo ritiene sia stato quello della Crocefissione. Ma anche il non cristiano, l’ateo, lo conosce: conosce l’ingiustizia, la sofferenza interminabile, lo spreco, l’enigma brutale della fine, che rappresentano una parte così vasta non soltanto della condizione umana, ma della trama quotidiana delle nostre vite individuali.

Conosciamo ineluttabilmente la sofferenza, la sconfitta dell’amore, la solitudine che formano la nostra storia e il nostro destino personale. Sappiamo anche cosa sia la domenica. Per il cristiano, questo giorno significa un presagio, a un tempo sicuro e precario, evidente e oltre il nostro intendimento, della resurrezione, di una giustizia e di un amore che hanno vinto la morte. Se siamo non-cristiani o non-credenti, conosciamo la domenica in termini esattamente analoghi. La concepiamo come il giorno della liberazione dall’inumanità e dalla schiavitù. Speriamo in soluzioni, siano esse terapeutiche o politiche, sociali o messianiche. I lineamenti di quella domenica portano il nome della speranza (non c’è parola meno decostruibile).

Ma a noi spetta il lungo viaggio del sabato. Tra la sofferenza, la solitudine, lo spreco indicibile da una parte, e il sogno di liberazione, di rinascita dall’altra. Messe a confronto con la tortura di un bambino, con la morte dell’amore che è il venerdì, persino le più grandi espressioni artistiche e poetiche sono quasi impotenti. Nell’utopia della domenica è probabile che le manifestazioni estetiche non abbiano più giustificazioni logiche né necessità di essere. Nella coreografia dell’immaginazione metafisica, nell’opera poetica e nella musica che ci parlano della sofferenza e della speranza, della carne che sa di cenere e dello spirito che ha gusto di fuoco, la nostra percezione ansiosa e le nostre raffigurazioni sono sempre ‘sabbatiane’. Sono sorte da quell’immensità di attesa che spetta all’uomo. Senza di loro, come potremmo essere pazienti?*