Il dilemma dell’onnivoro 3

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Il dilemma dell’onnivoro si pone per quelle creature che, come il ratto e l’umano, possono nutrirsi di una enorme varietà di cibi. Quando si trova di fronte a qualcosa che appare commestibile ma è insolito o sconosciuto, il ratto ha un’unica possibilità di ridurre i rischi di avvelenamento: mangiarne una quantità minima e aspettare. Il ratto farà sempre così. L’umano, essendo un essere culturale e dotato di ragione, si comporterà in modo diverso e imprevedibile, a seconda della rappresentazione della cosa da parte del singolo o del gruppo. Le tradizioni culturali dei vari popoli hanno nel corso dei millenni fissato il che cosa si deve e si può mangiare, ma nella attuale fase storica, in cui l’offerta alimentare è in alcuni luoghi del pianeta sovrabbondante, il singolo viene spesso a trovarsi in una situazione dilemmatica: questo cibo mi farà bene o mi farà male? Continua a leggere

Il dilemma dell’onnivoro 2

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Anch’io non sapevo nulla di Fritz Haber. Benché abbia ricevuto il Nobel per la chimica “per la sintesi dell’ammoniaca dai suoi elementi”, inventando un processo che permise la realizzazione dei fertilizzanti chimici senza i quali non si sarebbe avuta l’immensa crescita della produzione agricola mondiale realizzatasi nel Novecento, nessuno lo nomina mai.
Per questo sono molto interessanti le pagine de Il dilemma dell’onnivoro in cui se ne parla. Continua a leggere

Il dilemma dell’onnivoro 1

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Un libro da leggere assolutamente è Il dilemma dell’onnivoro (Omnivore’s Dilemma, 2006, trad. it. di L. Civalleri, Adelphi 2008). Michael Pollan indaga sulla catena alimentare, su quello che mangiamo e sui modi in cui prende forma, passando attraverso la chimica e gli allevamenti industriali, la distruzione del terreno e l’abuso di fertilizzanti, i mangimi innaturali e la riduzione degli animali a macchine da ingrasso. Il tutto sotto il dominio del mais, la cui sovrapproduzione negli Stati Uniti ha conseguenze globali. Anche per noi Italiani. Continua a leggere

Macelli

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“Hai appena cenato, e per quanto il mattatoio sia scrupolosamente celato alla vista dalla grazia della lontananza, la complicità rimane”. (R. W. Emerson, The Conduct of Life, Houghton, Mifflin and Co., Boston 1860, p. 12). In una società come la nostra, in cui l’uccisione scompare dalla fiabe raccontate ai bambini dell’asilo, che dopo qualche anno giocheranno con videogame dal contenuto ultraviolento, la visione di ciò che accade negli allevamenti industriali e nei macelli è rigorosamente interdetta. Siccome non vi è una legge che vieti, si tratta di un tabù.

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Sull’io narrante

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Nel romanzo contemporaneo stanno accadendo cose degne di molta attenzione, che richiedono una interpretazione. Uno dei fenomeni che mi colpiscono maggiormente è il proliferare di testi in cui la narrazione è in prima persona. Questo certamente ha a che fare con la crisi dell’idea di una verità sovra-personale e col soggettivismo individualistico pervasivo che trionfa nella nostra società, ma credo anche, dal punto di vista della tecnica della scrittura, con la presunta maggiore facilità di una narrazione fatta da un io narrante. Personalmente, quando apro un romanzo e mi imbatto in un io che parla, ho subito un moto di dispetto. Tento di saperlo prima, e di evitare l’acquisto (cosa che non sempre mi riesce). Continua a leggere

Rileggo Simone Weil 38

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Restaurare la libertà spirituale. La Chiesa ha avuto torto nel separare libertà e spiritualità: il Rinascimento, nel suo bisogno di libertà, ha abbandonato la spiritualità. Esso si è impregnato della Grecia, meno la spiritualità greca. (II, 150) Continua a leggere

Rileggo Simone Weil 37

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La fonte dell’energia morale è per l’uomo all’esterno, come quella dell’energia fisica (nutrimento, respirazione). In genere egli la trova, e per questo ha l’illusione – come fisicamente – che il proprio essere porti in sé il principio di conservazione. Solo la privazione fa sentire il bisogno. E, in caso di privazione, egli non può impedirsi di volgersi verso un commestibile QUALSIASI.
Un solo rimedio a questo: una clorofilla che permetta di nutrirsi di luce. Infatti, essendo questa capacità assente, tutte le colpe sono possibili e nessuna evitabile.
“Il mio nutrimento è fare la volontà di colui che mi invia”.

Non vi è altro bene che questa capacità. (II, 145) Continua a leggere

Poetastri

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Anche ai tempi in cui per potersi chiamare poeta era necessario saper comporre dei versi, cioè avere almeno un’abilità tecnica, ovvero essere capaci di scrivere endecasillabi e settenari senza errori, anche allora i poeti in Italia erano troppi. Lo lamentava Leopardi stesso: si era sommersi da migliaia di volumi, anche la cittadina più sperduta aveva la sua Accademia dell’Arcadia o surrogato della medesima. E il poeta autentico anche allora aveva pochi lettori. Continua a leggere