La vecchia e i fiori

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Nel corso della mia vita raramente ho visto compiere dei gesti per gratuito amore della bellezza. Solitamente, quando la gente, e in particolare la gente italiana, cura la bellezza, lo fa perché si tratta della bellezza delle cose proprie, a cominciare dalla propria persona per finire al giardino, all’auto, alla casa, ecc… La cura della bellezza è sempre legata ad un interesse proprio, e anche la bellezza pubblica, di cui si dovrebbe occupare chi amministra città e regioni, viene curata in relazione allo “sviluppo”, e mai per se stessa. Per questo, vedere qualcuno che opera per puro amore della bellezza di cose non sue mi riempie di stupore e di gioia. Continua a leggere

Tre Muse a Napoli

Di Isabella Guarini

Un amico mi ha scritto quasi rimproverandomi di non schierarmi per l’architettura contemporanea. Devo ringraziarlo per avermi fatto riflettere su un comportamento che appare ambiguo, o peggio, qualunquista. Invece, ne sono consapevole perché ho scelto di non scegliere, nel senso che ho costruito un mio modo di definire l’architettura nei termini che cercherò di esporre di seguito partendo dal presupposto per cui non bisogna parlare di architettura contemporanea. Continua a leggere

Rileggo Simone Weil 65

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La sofferenza come koan. Dio è il maestro che fornisce questo koan, lo colloca nell’anima come una cosa irriducibile, un corpo estraneo non assimilabile, e costringe a pensarci. Il pensiero della sofferenza non è discorsivo. Il pensiero urta contro il dolore fisico, contro la sventura, come la mosca contro il vetro, senza poter progredire in alcun modo né scoprirvi nulla di nuovo, e senza potersi impedire di tornarvi. Così si esercita e si sviluppa la facoltà intuitiva. Eschilo: “Mediante la sofferenza la conoscenza”.
Fare della sofferenza un’offerta è una consolazione, e quindi un velo gettato sulla realtà della sofferenza. Ma lo è anche considerare la sofferenza come una punizione. La sofferenza non ha significato. E’ questa l’essenza stessa della sua realtà. Occorre amarla nella sua realtà, che è assenza di significato. Altrimenti non si ama Dio. (III, 179) Continua a leggere

Messina

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Dissesto idrogeologico. Formula che ritorna continuamente nei media, e ha assunto il carattere di un mantra vuoto. L’Italia è sovrappopolata e ipercementificata, e con cemento di bassa qualità. Tuttavia si lamenta l’insufficienza delle nascite e delle costruzioni, anche se siamo ormai 60 milioni in un paese che è la metà della Francia. Non c’è una visione ampia e prospettica, si vive per emergenze. Si pensa in termini di sviluppo, e non di conservazione. Ciò che non viene conservato si dissolve. Come i muri a secco degli infiniti terrazzamenti costruiti dalla sapienza e dalla fatica di generazioni passate, che si sgretolano e lasciano il campo alla fanghiglia che le piogge riversano sugli abitati abusivi, incontrollati ed orrendi. Lo sviluppo ha assunto un carattere distruttivo, che si andrà accentuando nei prossimi anni. Il Ponte di Messina sarà il monumento (funebre) al Progresso Dissennato.

Volpi e tacchini

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Sendo adunque, uno principe necessitato sapere bene usare la bestia, debbe di quelle pigliare la golpe e il lione; perché il lione non si defende da’ lacci, la golpe non si difende da’ lupi. Bisogna, adunque, essere golpe a conoscere e’ lacci, e lione a sbigottire e’ lupi. Coloro che stanno semplicemente in sul lione, non se ne intendano. Non può per tanto uno signore prudente, né debbe, osservare la fede, quando tale osservanzia li torni contro e che sono spente le cagioni che la feciono promettere. Continua a leggere

Rileggo Simone Weil 64

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Roma è il grosso animale ateo, materialista, che adora solo se stesso. Israele è il grosso animale religioso. Nessuno dei due è amabile. Il grosso animale è sempre ripugnante. Non c’è spiritualità se non là dove il grosso animale si dissolve; e allora, inevitabilmente, la vulnerabilità rispetto ai pericoli esterni è grande. E tuttavia è l’imperialismo, non il disordine, che ha rovinato Atene e di conseguenza la Grecia. (III, 177) Continua a leggere

Informazione

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“L’informazione è essenziale alla democrazia”. “E’ fondamentale essere informati sui fatti”. “Irrinunciabile il ruolo dei giornalisti”. Sarà vero. Ma non è mai possibile arrivare al nudo fatto, e l’oggettività nell’informazione è totalmente impossibile. L’informazione consiste infatti nell’ in-formare, ovvero nel dare una forma interna a ciò che evidentemente non ce l’ha. Ma l’atto di dare una forma è un atto di forza. L’informazione per eccellenza è dunque quella prodotta dai media degli Stati totalitari, in cui tutta la forza sta in un solo campo, e si esercita su una massa amorfa. Negli Stati non totalitari quello dell’informazione non può essere altro che un campo di scontro tra forze contrastanti. Continua a leggere

Si fa presto a dire cotto

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Si fa presto a dire cotto è il titolo di un gustosissimo e nutriente saggio di Marino Niola (sottotitolo Un antropologo in cucina, il Mulino 2009). In brevi ben pepati capitoletti Niola esplora la valenza antropologica del cibo, della sua preparazione, e dell’interpretazione che le culture umane forniscono di una attività, quella del nutrirsi, che solo la nostra specie, padrona del fuoco, ha introdotto nell’orizzonte della rappresentazione, senza la quale rimarrebbe cosa puramente animale. Dal libretto si apprende molto, anche, ad esempio che la tempura giapponese, ovvero quel fritto di verdure sminuzzatissime oggi di moda, ha un nome che deriva dal latino tempora, e ha a che fare coi missionari cattolici che nel Cinquecento tentarono l’evangelizzazione del Giappone. Durante i periodi dell’anno liturgico (tempora in latino) in cui ci si doveva limitare nel cibo, mangiando di magro, i Portoghesi preparavano verdure fritte impastellate. I Giapponesi copiarono la tecnica, aggiungendovi il loro genius del minimo, ed ecco la tempura oggi glocally trendy. Il libro offre una infinità di spunti di riflessione. Eccone un passo.

È molto diffusa in quasi tutte le culture la convinzione che la carne arrostita sia strettamente associata alla forza, alla caccia e al sesso maschile, mentre il bollito sia particolarmente adatto alla vita sedentaria e al sesso femminile. Tra gli Yagua, i Cubeo e gli Jivaro dell’Amazzonia, come del resto in numerosissime società, vige una netta e rigorosa distinzione di competenze nella preparazione del cibo. Gli uomini arrostiscono e affumicano le carni mentre le donne le fanno bollire. L’associazione tra l’arrostitura, la carne e la virilità è una costante che percorre i tempi e le culture. Si tratta di un cibo che si addice ai guerrieri, soprattutto se parliamo di selvaggina nobile e di grandi dimensioni, in quanto frutto dello scontro fra un uomo e un animale egualmente coraggiosi. Come nel caso delle ideologie che circondano la caccia al cinghiale in Europa e che fanno dell’uccisione della bestia un confronto tra un cacciatore umano e un animale cacciatore. In molti paesi europei l’abbattimento dell’animale era seguito non a caso dal rito solenne della spartizione e della dístríbuzione delle sue carni, che riflettevano le gerarchie di forza e di rango e avevano il loro coronamento nella distribuzione del fegato, il ferum, considerato la sede della forza e del coraggio. Questi usi tradizionali sembrano echeggiare nei nostri barbecue all’aperto, o nelle grigliate al fuoco del camino della taverna – nuovo sancta sanctorum alimentare dell’Italia del benessere – dove gli uomini badano alle braci mentre le donne, che durante tutta la settimana hanno l’onere del cibo quotidiano, preparano altre pietanze di contorno. Un lungo filo rosso unisce dunque gli accampamenti primitivi ai camping moderni, e gli uomini delle caverne a quelli delle taverne. (p.45)

La lettura di questa pagina mi ha richiamato alla mente un rito che io stesso ho subito nel lontano 1969, in Slovenia. Avevo 19 anni, e partecipai, su invito di un lontanissimo parente, ad una caccia invernale al cinghiale, in cui tra l’altro rischiai la pelle, perché da inesperto venni a trovarmi sulla linea del fuoco quando il branco di 12 cinghiali si mise a correre, e tutti i cacciatori slavi (per lo più ex partigiani armati di fucili da guerra) a sparare, e io preso da ardore artemisio pensai bene di tagliare la strada agli irsuti, e mi venni a trovare  in mezzo alle pallottole fischianti. Furono abbattuti tre animali, e subito portati nella casa più vicina vennero squartati, e i fegati tagliati a pezzetti furono saltati in padella con una quantità smisurata di cipolla. E tutti i cacciatori a rimpinzarsi. E io da bravo e audace ma sciocco giovinetto dovetti dimostrare di esser uomo almeno nel mangiare, e dopo il primo piattone di fegato dovetti trangugiarne anche un secondo. Con grappa di prugna a profusione. Cultura maschile, che più maschile non si può.