Qualche metro quadrato di terra, ed ecco un orticello familiare, che anche uno come me può coltivare. Partendo da esperienza zero, con qualche consiglio e un pio’ di buon senso. Si scopre che non occorre molto tempo, né molta fatica. Qualche pianta di zucchine ti dà molti chili di prodotto, tanto che per due mesi hai addirittura un surplus da amministrare. Melanzane e peperoni prosperano. E poi i cavoli cappucci che crescono enormi. Speriamo che il capitalismo globalizzato non ci faccia precipitare nel caos sistemico però…
Zabaione
Morti viventi
Gli occidentali sono convinti che la felicità consista nell’intensificazione della vita e nel suo prolungamento quantitativo indefinito. L’ideale è il ragazzo che resta tale fino a novant’anni, e che al limitar di Dite pensa ancora all’amore. Perciò la scuola non può propriamente educare, ma al massimo trasmettere codici di comportamento, e, dato l’abisso che la separa dalla realtà tecno-televisiva circostante, non può farlo che in modo totalmente inadeguato. La gestione del risentimento sociale avviene oggi mediante la produzione e il consumo accelerato di merci rese desiderabili e disponibili. Ma se il meccanismo della produzione e godimento diffuso degli oggetti di desiderio per qualche motivo si inceppasse, cosa potrebbe accadere? Nel libro di Isaiah Berlin Le radici del Romanticismo (The Roots of Romanticism, trad. G. Ferrara degli Uberti, Adelphi, Milano 2001), a pag. 80 leggiamo: Continua a leggere
Sacrificio e scuola
Se, come pensano i seguaci di René Girard, tutto ciò che è specificamente umano ha origine nel sacrificio, anche la scuola non può non affondare le proprie radici in quella pratica, da cui l’Occidente di oggi pensa di essersi liberato solo perché ne ha distolto lo sguardo (al punto che dai mass-media non sono mai trasmesse le immagini dell’uccisione di animali, neanche dei polli che mangiamo: le trasmissioni televisive che trattano dell’allevamento di galline e maiali saltano in tronco il momento fatale dell’uccisione, su cui Alfred Döblin scrisse alcune pagine mirabili ). Vedere qui.
Trovo conferma dell’idea a pag. 56 de Il sacrificio, di C. Grottanelli (Laterza, Bari 1999, p.56). Continua a leggere
Barche e api

Mi capita di passare in auto vicino al porto turistico di Jesolo. Mi capita di pensare che ci sono molte barche, e che mantenerle deve costare parecchio, e che lungo le coste d’Italia ci sono molti porti e porticcioli di questo genere, pieni di barche a vela e motoscafi, e che dunque sono molti gli Italiani che guadagnano abbastanza da potersi permettere una bella barca. Pagheranno tutti le tasse? La Finanza non potrebbe partire da qui per un serio controllo del comportamento fiscale dei ceti abbienti?
Il giorno dopo, incontro un mio amico, che per diletto fa l’apicultore, con due arnie (2), e produce abbastanza miele da poterne regalare qualche vasetto ogni tanto. Mi racconta di aver appena ricevuto una visita della Guardia di Finanza, che si è trattenuta a casa sua per due ore, per un’ispezione. Alla fine, tutto risulta regolare, nessun commercio illegale di miele, nessuna evasione. Due ore per due arnie. Tiriamo qualche conclusione sul funzionamento degli apparati fiscali dello Stato?
Quasi Modo
Quasimodo: chi lo legge ancora? Questo poeta, quando ero piccolo, negli anni Cinquanta-Sessanta, veniva posto in un mazzo con Montale e Ungaretti, ed erano le tre corone del Novecento. Così tu avresti avuto tre triadi: Dante, Petrarca, Boccaccio (vera gloria); Carducci, Pascoli, D’Annunzio (gloria posticcia); Ungaretti, Montale e Quasimodo (gloria?). Leopardi dove lo mettiamo? In compagnia di Manzoni e Verga si annoia a morte. Qui non occupo l’ufficio di insegnante, nel mio blog sono libero di dire e di sentenziare. Allora dirò che di questi tre ultimi nostri poeti penso che 1) siano dotati di grandi capacità tecniche, siano spaventosamente raffinati, da veri epigoni, da Alessandrini, Montale forse più di tutti; 2) non abbiano un gran che da dire al lettore contemporaneo (che è poi lo status di insignificanza della prospettiva che non possiamo non continuare a definire lirica). In ogni caso, non dicono molto a me (uno che pensa che la poesia strettamente occidentale abbia bruciato le sue ultime cartucce con Baudelaire e sia stata sepolta nella Senna con Paul Celan). Mi hanno tediato le frasettine spezzate, la voglia di assoluto, la concentrazione in due versi del primo Ungaretti come i gongorismi e i parapetrarchismi dell’Ungaretti maturo; di Montale, se mondi non può aprirmi e mi offre solo qualche sillaba contorta, e mi dice che lui non sa una mazza, questo soltanto sa, non mi cale, lasciamo che la polvere si depositi sulle sue opere complete. La sua finta saggezza senile mi ha saturato. Quasimodo è davvero un caso strano: portato al cantar melodioso, che al Novecento non s’addice, guardate che massa volitiva di versi ha secreto. Non lo legge più nessuno. Scrivi, hai successo, quelli di sinistra ti portano pure sugli scudi, magari ti tocca un Nobel, poi è subito sera. Quasi modo. Al collega G.Capponi vorrei dire che ho scherzato.
Formalismo
Il Sessantotto ha combattuto e distrutto alcuni elementi di formalismo: via i grembiuli delle ragazze, via le pedane dalle cattedre (non si è riusciti ad andare fino in fondo, abolendo le cattedre stesse), via la selezione in base al merito, via questo e via quello. Si è creato spazio ad altri formalismi, ad altri ritualismi: formalismi e ritualismi deboli. Tutti vedono che i giovani di oggi sono fragili, ma quasi nessuno capisce che non sono affatto più fragili in sé rispetto a quelli delle generazioni precedenti. I ragazzi del Settantasette erano forse più solidi? Erano più robusti psicologicamente quelli del Sessantotto? O brillavano per solidità morale i giovani fascisti? La presenza di un formalismo sociale riconosciuto e accettato comunemente è, purtroppo, l’unica garanzia di stabilità psicologica, di sicurezza delle anime. Quando tutto gira velocemente, i costumi mutano, o ci si convince che mutino, in pochi anni, quando ogni istituzione è avvertita come non credibile, e i rituali non sono legati ad alcuna tradizione in cui si abbia fede, e però non possono non svolgersi ugualmente, allora è semplicemente logico che i più si sentano mancare il terreno sotto i piedi. La caduta del formalismo tradizionale, sostituito dai formalismi deboli (nella scuola: assemblee studentesche, collegi dei docenti, coordinatori, seminatori, sarchiatori, psicopompi, ecc.), apre la strada non al pensiero debole e pacifico, ma al caos e alla depressione, alla violenza. I giovani sono sempre i giovani di una società data. I giovani contestatori del Sessantotto erano figli della società coeva, come i giovani di oggi, di cui è insensato lagnarsi, sono il prodotto della società. E anche la scuola lo è. Del resto, anche l’apparente caos ha sempre una forma, trattandosi di umani, cioè di esseri significanti: occorre saper leggere questa forma. I saperi frammentati di oggi mi appaiono impotenti, non atti a questa lettura.
Un commento al Vangelo

Matteo 6,25-34
25 Perciò vi dico: per la vostra vita non affannatevi di quello che mangerete o berrete, e neanche per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita forse non vale più del cibo e il corpo più del vestito? 26 Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, né mietono, né ammassano nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non contate voi forse più di loro? 27 E chi di voi, per quanto si dia da fare, può aggiungere un’ora sola alla sua vita? 28 E perché vi affannate per il vestito? Osservate come crescono i gigli del campo: non lavorano e non filano. 29 Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. 30 Ora se Dio veste così l’erba del campo, che oggi c’è e domani verrà gettata nel forno, non farà assai più per voi, gente di poca fede? 31 Non affannatevi dunque dicendo: Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo? 32 Di tutte queste cose si preoccupano i pagani; il Padre vostro celeste infatti sa che ne avete bisogno. 33 Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta. 34 Non affannatevi dunque per il domani, perché il domani avrà già le sue inquietudini. A ciascun giorno basta la sua pena.
Sacrificium primum
In te la luce, in te muore la pace
pietra squadrata, orgoglio dell’altare.
Rivedi i sacrifici, le miriadi
prostrate all’aura divampante, i sacri
detti di bronzo. Antico un colle
fu salito da deboli piedi. I tuoi davvero,
occhi rinati dalle glebe,
fiore dell’occidente. Rose che morse
l’affanno delle leggi cangianti, il fiume
delle civiltà declinanti. Come potesse
una benedizione avida, illusa
cambiare i mondi. Muto astro d’amore
tinge le spine che carne avida nutre. Continua a leggere
Novant’anni dopo
Un inglese che combatté nella tremenda battaglia di Passchendaele nel 1917 torna a visitare i luoghi del massacro. Novant’anni dopo. Ha 109 anni, ma vede e parla. In quel volto segnato dal tempo e in quelle poche parole sussurrate percepisco più verità di quanta sia contenuta in milioni di discorsi. Harry Patch depone un mazzo di fiori su di una lapide in cui sono scritti i nomi dei caduti tedeschi.
A noi appare lontanissima la Seconda Guerra Mondiale, figurarsi la prima. Ma io sono nato nel 1950, cinque anni dopo la fine della seconda, e mio padre nacque nel 1920, due anni dopo la fine della prima. Harry Patch ha davvero attraversato un secolo, nascendo nel precedente e morendo nel successivo (17 giugno 1898 – 25 luglio 2009), e ha lasciato questo mondo da poco. A 106 anni ha incontrato l’ultimo tedesco sopravvissuto alla battaglia, un uomo di 108 anni, facendo amicizia con lui.
Non posso non pensare al passare dei decenni, ai mondi differenti che si succedono, e a quanto viene preteso, in termini di adattamento culturale, agli esseri umani. Nasci in un mondo, muori in un altro, che non è che uno dei tanti che hai attraversato. Ovvero, tu formi il tuo mondo nel primo decennio della tua vita, ma i decenni successivi trasformano tutto, e tu ti devi adattare a ciò cui non sei stato chiamato. Io sono nato nel 1950, e sono una persona di quel mondo lì. Anche ora, col mio notebook davanti, penso ai cavalli da tiro che ancora popolavano le stradine bianche della campagna veneta di quel tempo, e alle grandi barche dei carbonai veneziani, gli uomini neri che non ci sono più, come tante altre realtà viventi sprofondate nell’abisso del passato.
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Portale
Chissà cosa avrei immaginato da bambino trovandomi qui. Forse un portale conducente ad un regno segreto nel cuore della montagna. Avevo una fervida fantasia, e costruivo mondi immaginari, che condividevo però con fratello e amici. Mio figlio Guido, autistico, non ha un grammo di immaginazione, non ha mai fatto un gioco simbolico, non è mai stato in grado di capire che una macchinina giocattolo è una rappresentazione di un’automobile reale. La straordinaria ricchezza dei mondi fantastici gli è stata preclusa dalla condizione neurobiologica del suo cervello. Per lui non esistono siffatti portali. Simile a un pianoforte senza tasti, con cui è impossibile suonare non solo Beethoven, ma anche una canzoncina dell’asilo infantile.


