The Fall of Babylon di John Martin
IMAGINES
Babilonia 5
Babilonia 2
Babilonia 1
Autoricordi: Lancia Appia
Rondini
Autoricordi: Sunbeam Rapier
Nel 1958 qualcuno regalò a me e a Paolo mio fratello alcune piccole automobiline di metallo, lunghe pochi centimetri. Made in England, la prima espressione inglese che incontrai nella mia vita. Ci giocammo molto. Ricordo che una era una Cadillac, auto avvolta di fascino e grandiosità americana, poi c’erano un camioncino rosso dei pompieri e una corriera azzurra. Tutte minuscole e pesanti, spinte correvano velocissime sul pavimento dell’appartamento dove abitavamo, a San Giacomo dell’Orio. Quella che mi piaceva di più era una Sunbeam Rapier, che mi portavo anche a scuola nella cartella insieme al sussidiario e al libro di lettura foderati di carta blu e ai due quaderni a righe e a quadretti dalle copertine nere. Nessuno dei miei compagni ne aveva una simile. Sunbeam Rapier: nome misterioso, i miei genitori non sapevano l’inglese e non sapevano cosa significasse. Non ne ho mai vista una vera, ma l’immaginazione ha galoppato a lungo. Sognavo di impugnare un volante, di essere grande.
Giuseppe Ghedina
Mio nonno materno, Gino Ghedina, era un pittore. Suo nonno, Giuseppe Ghedina, mio trisavolo, era anche lui un pittore. Stirpe di pittori. Questa madonna di Giuseppe è nella chiesetta di Alvera.
Autoricordi: Dauphine
Mio padre si fece la patente a 40 anni, nel 1960. Abitavamo a Venezia, e fino ad allora la mia famiglia aveva usato solo i mezzi pubblici. Il Miracolo Economico mise in tasca alla gente più soldi e stimolò il desiderio, il grande combustibile della società dei consumi (che io non condanno, ma amo nonostante i suoi difetti). Le auto allora erano molto differenti fra loro, e la personalità delle marche e dei singoli modelli era più evidente. Un’auto francese si distingueva a vista d’occhio da una inglese o tedesca o italiana. Mi viene in mente subito la Renault Dauphine, il cui nome mi sembrava stranissimo e impronunciabile. Negli anni Cinquanta per 10 mesi non vedevo un’auto, ne vedevo molte nei mesi di luglio e agosto, che passavamo in montagna. Dal 1961 ogni domenica, o quasi, in primavera ed estate si andava a fare un giro. Ma viaggiare in auto mi dava il mal di stomaco, e se abbondavano le curve spesso vomitavo.
Formica lugubris 2
Sulla superficie dell’acervo, l’attività è frenetica. E c’è un continuo arrivo di cacciatrici, che con le mandibole trascinano ogni sorta di invertebrati: qualsiasi insetto, bruco o verme può essere cibo per le formiche dei boschi, che sono carnivore. Il comportamento degli animali sociali (dagli insetti agli uccelli ai mammiferi) mi affascinava negli anni della mia fanciullezza e mi affascina ancora, per la relazione tra il singolo e l’insieme. Il valore dell’individuo, la sua possibilità di differenziarsi dal branco per qualche carattere solo suo, tra gli insetti sociali è pari a zero, mentre la sua disposizione al sacrificio nell’interesse della collettività è massimo. Sono animali totalitari. La formica lugubris, poi, non tollera altre specie di formiche entro il suo territorio, e le stermina tutte, anche quelle vegetariane, che non rappresentano alcuna forma di concorrenza. Non va per il sottile, non accetta di convivere con gli altri. Ma è natura questa, non cultura.









