Scuola e non scuola 14

  

Dal 2001 al 2007 ho scritto una serie di Croniche di scuola e non scuola. Le rileggo in questi giorni, e mi pare che delineino un quadro che anche nell’era gelminiana rimane immutato. Drammaticamente. Ne ripubblico qui gran parte.

11 luglio 2003 A.D.

TELENOVELA. Una vicenda che non finisce mai, e in cui gli aspetti di melensaggine e ripetitività prevalgono, si suole chiamare telenovela. Quella degli esami di maturità – o di Stato – è una delle numerose telenovele italiane, e per il sottoscritto, che insegna al triennio e si è già cuccato 23 esami di maturità, più il proprio, una delle più miserande e deprimenti. Quando nel 1969 ci cambiarono all’improvviso le regole, annunciandoci che non avremmo più dovuto sostenere la prova orale su tutte le materie, ma solo su quattro, noi studenti di allora non sapevamo come reagire: da un lato ci sentivamo sgravati da una mole di studio, dall’altro il cambiamento sperimentale (l’esperimento doveva durare due anni) ci spaventava un poco: nessuno ama il ruolo di cavia. Le cose sono andate come tutti sanno, l’esame con la formula delle quattro-che-invece-in-realtà-sono-due è durato fino al sommo Berlinguer, l’uomo più saggio d’Italia, che giustamente decise di cambiare la scuola cominciando dalla fine, cioè dall’esame. Prima le commissioni su base provinciale (che fregatura, proprio quando cominciavo a fare il presidente in città lontane), poi il cambiamento della formula, le tipologie di scrittura, la terza prova (come nelle leggende, solo che qui non ci sono eroi), il colloquio su tutte le discipline, la tesina, le mappe (o pappe) concettuali e via aggiungendo orrore su orrore. Credo che in pochi campi come in questo dell’esame si sperimenti l’abissale distanza che intercorre tra le teorie (dei pedagogisti) e la dura realtà fattuale. “Quanto è diversa la pratica dalla teorica! Quanti sono che intendono le cose bene, che non si ricordono o non sanno metterle in atto!” (Francesco Guicciardini, Ricordi, 35).

 

Ora, chi potrebbe negare che l’esame su quattro sole materie orali, tra cui le due effettive dovevano in teoria esser scelte l’una dal candidato e l’altra dalla commissione – benché per l’italica ignava bontà si riducessero a due scelte dal candidato – fosse più serio e difficile di questo minestrone in cui nulla viene chiesto, nulla viene detto, se non superficiali amenità ammantate di un pietoso velo interdisciplinare che copre l’ignoranza? Ebbene sì, l’esame col voto in sessantesimi, con le materie che uscivano sempre prima – ché ogni Ministro dell’Istruzione ha sempre voluto compiacere gli studenti – l’esame in cui all’orale si rimaneva su di una sola materia per venti minuti o più, quell’esame lì, con tutti i suoi difetti, era sempre comunque più serio di questo. Di questo, in cui gli studenti-candidati giocano tutto sulla tesina o mappa concettuale o come diavolo vogliamo chiamarla, nella speranza di predeterminare, in base all’astuta scelta dei collegamenti e delle discipline coinvolte, con frecce e freccette, ovali e rettangoli più o meno colorati, effetti speciali ecc., anche la parte successiva e più corposa dell’esame, quella, per intenderci, in cui gli insegnanti delle varie discipline in cui s’articola il colloquium monstrum hanno a disposizione ben cinque minuti ciascuno (circa). Che cavolata! Vorrei sapere quanti insegnanti, tra le decine di migliaia che sono state impegnate nel fiacco rituale di quest’anno, hanno concluso: ne valeva la pena!

 

Io non sono tra questi, comunque. Certo, col nuovo sistema si finisce prima. Nel mio caso, col primo luglio tutto era già finito. Esattamente quando, qualche anno fa, si cominciava. Ma questo di per sé non è progresso, perché gli umani hanno bisogno di vedere un senso in ciò che fanno. E io un senso in un esame fatto così non lo vedo proprio.

 

Ogni commissione, che ora coincide col consiglio di classe, ha di fronte a sé alcune opzioni. Una può essere questa: visto che sono alunni nostri, che li abbiamo avuti per anni, che li abbiamo interrogati moltissime volte, che conosciamo quanto valga ciascuno di loro, ecc., facciamo in modo che il risultato dell’esame coincida perfettamente colle valutazioni nostre. Non c’è barba di griglia che possa impedire un esito siffatto, qualora vi sia la ferma volontà della commissione. Un’altra può essere questa: cerchiamo di far ottenere i punteggi più alti, ché la bella figura dei nostri allievi ridonda sugli insegnanti loro, e tutti saran contenti, nessuno farà ricorso, non ci saranno lamentazioni, geremiadi e giaculatorie. Un’altra ancora può esser questa, e nel caso mio è stata questa: visto che le scelte del Ministero sono state e sono quelle che sono, e ci obbligano a fare l’esame con una formula che non ci piace, che sempre più rivela la sua essenza di burla, e che induce di per sé a comportamenti furbeschi ed ipocriti di insegnanti ed allievi, se deve essere esame nella forma, ebbene che lo sia nella sostanza. Sconti per nessuno, e , come dice il Poeta, lasciamo grattar dov’è la rogna.

 

TRADIMENTO. Per Dante, è il peccato più grave. La parola, come tutte oggi, tende ad essere usata con leggerezza, inflazionata, e applicata ai campi più diversi. Ad esempio, durante l’Esame di Stato molti candidati vengono traditi dall’emotività, e di solito per questo incontrano l’indulgenza della commissione, e si trovano giustificati di fronte a se stessi e agli altri. L’italico, si sa è instabile ed emotivo (tutti nel mondo lo pensano tale), tende ad esaltarsi facilmente e altrettanto facilmente a deprimersi, è incostante, poverino, ma non è colpa sua, lo hanno fatto così. Pertanto, i docenti che non tengano nel dovuto conto la fralezza emotiva dei candidati, le loro turbe adolescenziali, le difficoltà del loro vissuto in un’epoca di generale scarsa fiducia nel futuro, ecc., dimostrano di essere sordi ai richiami che dall’alto discendono acché le prove d’esame abbiano a tenersi in un clima di grande serenità. Il candidato, secondo il Ministro Moratti – e (presumo) secondo la corte dei pedagogisti destri e sinistri – deve essere anzitutto sereno, serenissimo, e ciò senz’altro a prescindere dalla sua preparazione. Del resto, cosa mai significa preparazione? Non certo il possesso di una serie di nozioncine su questo o quel filosofo, su questa o quella teoria fisica o filosofica, su questo o quel teorema particolare. No, preparazione significa essere dotati di elasticità, flessibilità, capacità di problem solving, ecc. Allora, povero allievo dotato di quelle tre c lì, vertecchian-berlingueriane ma anche morattian-bertagnane (competenze, conoscenze – in alto loco, possibilmente – capacità), e non di queste tre i qui (ignoranza, incompetenza, incapacità), malgrado quei grulli di docenti ostinatamente attaccati ai loro saperi obsoleti, dimostra la tua flessibilità costruendo un discorso! Dis-corri, anzi corri, da una disciplina all’altra, saltabeccando, ammiccando, insinuando, facendo balenare frammenti di cose sapute, mostrando che se non sai saprai, perché il cervello ce l’hai. E la volontà di studiare, si sa, per incanto nasce all’università.

 

Ma chi tradisce chi? Mi vien fatto di pensare che i primi traditori siano stati gli insegnanti, la massa di coloro, anzitutto, per i quali l’insegnamento è un ripiego, che di per sé non offre alcuna soddisfazione né materiale né spirituale, e che per ciò hanno infestato la scuola con la loro tendenza all’arraffa-arraffa – quel poco che c’è acchiappalo tu, che sennò se l’acchiappa quell’altro. Ma anche i pauci boni, tra i quali troppi sono quelli che amano troppo il quieto vivere, che non sanno combattere, che venerano ogni autorità, che tremano ad ogni sternuto dei Dirigenti, che spesso hanno anche paura, sì paura, degli allievi e delle famiglie.

 

TRAVAGLIO. Travagliato fu quest’anno scolastico 2002-2003 che si è appena chiuso, per me. La malaugurata idea di accettare, tre anni fa la proposta dei dirigenti provinciali della Gilda di candidarmi per la RSU (“è un’elezione che serve solo per contarsi, vedrai che poi non ci sarà da fare quasi nulla…”) l’ho pagata cara. Quanto tempo sprecato per i contratti integrativi di istituto, tra redazioni del testo, controredazioni, correzioni, integrazioni, incontri-scontri col Dirigente, denuncia dei comportamenti del medesimo alla Direzione Regionale, ispezione, rapporti tesi con i colleghi (voi della RSU non volete che prendiamo i soldi, ecc.)! Non son fatto per il ruolo di sindacalista, io sono nell’ordine un cacciatore, un metafisico, un intellettuale da quattro soldi, e un insegnante. E tra tabelle e flessibilità, arretrati e straordinari di colleghi e ATAmani mi sento come il famoso albatro di Baudelaire. Tant’è, me la son dovuta sbrigare. Toccando con mano la condizione esistentiva della categoria: che non sa nulla di ciò che riguarda contratto nazionale, contratto integrativo, cambiamenti normativi che la toccano direttamente. Quanti colleghi pensano ancora che contro il Dirigente si possa far ricorso al Provveditore, che non esiste più! Nulla sanno, sembrano indifferenti a tutto ciò che un lavoratore di un’altra categoria giudicherebbe essenziale, e appaiono tutti anime candide, viventi nell’ignoranza più beata. E dovrebbero educare, dico educare, i giovani alla democrazia e alla responsabilità – che sono assolutamente inscindibili. Se io, che son persona astratta e metafisica, tra loro appaio informato! E ora s’avvicina novembre, si dovrà rieleggere la RSU. Ripresentarmi? Neanche per sogno. Eppure… Il nostro Dirigente va in pensione. Ne arriverà un altro. Come sarà? Tre quarti dei colleghi tremano già, pensando ad una marea di riunioni (l’attuale è stato, in tutti i sensi, parco). Io sono stanco di combattere solitarie battaglie, per gli altri, ma… Forse avere ancora la carichetta RSU potrà giovare in caso di futuri scontri galattici, sempre che i colleghi siano disposti a rieleggermi. Mio malgrado, vedremo…

 

TRIBOLAZIONE. Quest’anno scolastico è ormai finito, e moltissimi colleghi, la più parte, hanno sanamente staccato la spina. In realtà, due mesi di lontananza totale dall’ambiente scolastico sono il minimo indispensabile per non abbrutirsi, per salvare l’equilibrio, tanto più prezioso per chi lavora sulle giovani generazioni. Quindi, finiti gli esami di maturità, nei nostri edifici scolastici si dovrebbero trovare soltanto Dirigenti, Facenti Funzioni, qualche Figuro di vario tipo, il personale ATA, e basta. Sempre che non vi siano quelle riunioni meditative, programmatorie, consuntive, distensive e rinfrescanti che molti insegnanti ben conoscono. Nella mia scuola queste riunioni non ci sono. Eppure tu trovi docenti anche in luglio infrattati qua e là, che girano, vanno su e giù per la segreteria, scartabellano tra le carte… Mah. È forse una forma di tossicodipendenza spirituale? O malsano interesse per la formazione delle classi? Chissà, forse c’è già chi pensa alla stesura dell’orario. Con l’orario negli anni passati son successe cose turche. Si pensi che quattro anni fa, con tamburi e fanfare, si era realizzato un modernissimo orario quadrisettimanale, ovvero col monte-ore mensile diviso su quattro settimane, cosicché tu avevi la settimana leggera, quella pesante, quella pesantissima, quella così così, ed era un orario – si diceva – assai favorevole all’insegnamento per moduli (che goduria). Dopo una breve esperienza si è passati ad un orario bisettimanale, perfetto in quanto univa i difetti di quello settimanale tradizionale con quelli dell’orario su quattro settimane. Poi si è tornati a quello settimanale, mantenendo però ancora alcune caratteristiche di quello su quattro settimane. Ad es. le cinque ore di italiano + letteratura comparata divise in soli due giorni con la formula 3 + 2, didatticamente insensata. Sorge qui una domanda: chi fa l’orario? Quest’anno il Dirigente affermò di aver affidato la stesura dell’orario ad una non meglio precisata agenzia esterna, in modo da evitare quelle pressioni ambientali che da noi sconvolgono a più riprese l’orario nei primi due mesi di scuola, con gravi ripercussioni sulla didattica. Nella mia scuola vigono infatti le usanze, e non pochi concepiscono l’idea dei diritti acquisiti. Uno è quello di avere il giorno libero che si richiede. Ovviamente il sabato è gradito ad una trentina di persone, che senz’altro l’ottengono, sicché per gli altri il sabato stesso diviene una giornata pesantissima. E fosse finita qui. C’è chi, ad esempio, non gradisce le prime ore, e va accontentato; c’è chi non gradisce le ultime, e va accontentato parimenti; c’è qualche collega che, di costituzione delicata, e dedito alle veglie notturne, non gradisce né la prima né l’ultima ora, vuole solo quelle centrali, e il sabato libero, e bisogna fare il possibile anche per lui. E siccome nessuno vuole scontentare nessuno – si sa, un giorno potrebbe accadere d’aver bisogno di un favore, meglio avere tutti amici – ne consegue un gran caos. Che l’astuto dirigente pensò di sanare draconianamente. Purtroppo, l’orario prodotto dall’agenzia esterna risultò uno schifo, che generò un bailamme, che portò a dover fare da capo l’orario. Amen. Chissà come andrà quest’anno. Chissà com’è nelle altre scuole. Vedo già i falchi attorno alla vicepresidenza (che forse, se il contratto non mente, sarà vuota). A me basta che mi diano il mercoledì libero: è giorno di caccia nella mia riserva alpina. Del resto “In quel che accade c’è qualcosa che a noi rimane oscuro et al nostro volere si sottrae come cometa dal cielo sereno” (Laura Mancinelli, I dodici abati di Challant, p.117).

 

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