Ave Mary

Ave Mary. E la chiesa inventò la donna

Se dovessi condensare in una parola il mio giudizio sul libro di Michela Murgia (Einaudi 2011) direi: apologetico. In senso positivo, perché mostra come si possa stare nella Chiesa cattolica, e anche amarla, essendo in forte dissenso su aspetti importanti. Come la posizione che in essa ha la donna, come l’interpretazione che vi si dà della figura di Maria. Uno può essere apologeta, cioè difensore, anche senza l’intenzione di esserlo. Parlando contro alcuni aspetti dell’interpretazione della figura della madre di Gesù, che ne hanno via via sempre più, per così dire, decarnalizzato e fantasmizzato l’immagine, la Murgia non vuole porsi fuori della Chiesa, ma rimanere, se pur dialetticamente, all’interno di essa. Del resto, penso di non conoscere nemmeno un intellettuale cattolico di un qualche spessore che professi un’adesione totale e senza riserve a tutte le indicazioni magisteriali (comprese quelle in materia sessuale). Salvo qualcuno, come Messori, che ai miei occhi appare assai poco attraente, e non in grado di dire alcunché di nuovo. Lo ammetto, sono senz’altro un modernista, e anche abbastanza empio. Per le apparizioni mariane, poi, e per il proliferare delle madonne, ho una seria allergia. E tuttavia devo dire che qui vi è senz’altro una unilateralità, tipicamente femminista, per cui le donne appaiono solo e sempre come vittime, e la mancanza di un seria antropologia (che naturalmente dal mio punto di vista non può essere che mimetico-generativa). Quindi non percepisco stimoli nuovi da queste pagine murgiane. In definitiva, il pur piacevole libro della Murgia non mi pare anch’esso aggiungere alcunché di nuovo al dibattito, e il problema è piuttosto che questo langue. I cattolici italiani che non siano preti hanno scarsa voce, e forse anche poco coraggio. Mi piacerebbe che la questione della sessualità e quella dei generi fosse dibattuta dentro la Chiesa, ma il problema di fondo del Cattolicesimo, massime di quello italiano, è lo stato di minorità del laicato in tutte le questioni di contenuto. Il fatto è costitutivo, e nell’immaginario cattolico, di cui si è discusso anche a proposito del libro di Mozzi-Binaghi, esiste anche questo macigno: il dominio del clero sulla coscienza dei fedeli, il loro essere gregge guidato da pastori. Insomma, il loro essere sempre minori, secondo la logica arcaica per cui la gestione del sacro spetta ai sacer-dotes. Il tema principe per me è quello della trasformazione del Cristianesimo in senso sacrificale, avvenuta nei primi secoli, e da cui tutto il resto è germinato, nel bene e nel male. Qui sarebbe necessario un ripensamento, del quale oggi non esistono ancora le condizioni.

2 pensieri su “Ave Mary

  1. Scrivi che i cattolici italiani, che non siano preti, hanno poco coraggio e poca voce. in realtà a me sembra che anche i preti abbiano poco coraggio di affrontare certe aporie della dottrina cattolica, basta andare ad ascoltare una predica in chiesa: mai una volta che spieghino il concetto di peccato originale così come lo intende il magistero, o la monogenesi, per esempio. e non affrontano questi argomenti perchè sanno che non si può tirare la corda nella testa dei fedeli, anche di quelli che pensano di meno.
    nella chiesa cattolica non ci può essere dibattito finchè ci saranno queste aporie.

    1. In realtà le prediche in chiesa sono anzitutto deficitarie rispetto al loro compito primario, che è quello di spiegare la Scrittura. Con la quale i fedeli hanno ancora, a tanti anni dal Concilio, una familiarità prossima allo zero. Quanto alla “monogenesi”, non è un problema nemmeno nei seminari: il materiale paleoantropologico, nel momento in cui il “racconto del Giardino” viene visto come mito non è un problema teologico.
      Mi scuso per il ritardo nella risposta, ma il sistema aveva preso il tuo commento per “spam”, e l’ho visto per caso solo ora.

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