L’Espresso e il sesso

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Penso che le copertine dell’Espresso (massimamente quelle estive) abbiano per decenni veicolato un’immagine del sesso e della donna che non è affatto alternativa a quella che erroneamente viene definita berlusconiana. Mi risulta che Repubblica appartenga allo stesso gruppo editoriale (di De Benedetti). L’antitesi tra Repubblica e Giornale è estremamente superficiale, non è affatto uno scontro di culture né di visioni del rapporto uomo-donna. In verità, se alla donna viene proposto ovunque e costantemente come valore supremo (spendibile) il sex-appeal, e questo appare fonte di prestigio sociale, di autoaffermazione e di successo nella vita, come è ovunque nelle società videocentriche, e finché il misuratore universale del successo sarà il denaro, questa relazione tra denaro e sex-appeal rappresentato da Ruby e dalle papi-girls è destinato a permanere. Se l’unica qualità fondamentale richiesta ad una donna per avere successo in TV è quella di essere desiderabile, e questa qualità si traduce in denaro, è assolutamente necessario che questo modello sia vincente. Repubblica è forse in grado di proporne uno davvero differente? La cultura radical-borghese che disprezza le notti di Arcore ha in testa figure femminili esemplari diverse da quella della manager o della puttana?

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9 risposte a "L’Espresso e il sesso"

  1. Caro Fabio, ricordi, giustamente, un’ovvietà che solo la diffusa malafede di oggi dimentica. Aggiungo solo un’altra banalità (di quelle di base… per chi ricordasse Raoul Vaneigem): la fiaba che i siano i modelli tv a orientare le coscienze. Neppure Popper, che pure si espresse contro la tv, usò questi argomenti. Il problema è che il nostro mondo non concepisce la coscienza… se proprio vogliamo dirla tutta e senza tante consolazioni. Da questo punto di vista la tragicomica battaglia contro il bunga bunga che tanto assilla la coscienza (ma guarda chi si vede…) progressista del paese è puro imbroglio. Quello del Berlusca lo è altrettanto ma su un piano diverso. Dimenticavo: il versante anglosassone delle reprimende e del sopracciglio alzato, alla nostra nazione (basta con il strapaesano paese… termine di eredità fascista) oltre che per i motivi che segnalavo in un altro tuo post, è pura ipocrisia puritana… non cattolica… puritana e protestante. Giusto per distinguere.

  2. Sì, Riccardo. Forse la TV non orienta le coscienze, ma certo orienta i comportamenti. Forse “orientare” non è però la parola giusta. Nella mia visione, la TV non tanto dirige quanto attrae, perché è un centro, verso il quale i molti tendono. E vi tendono perché è un luogo di potenza, che variamente si declina. Ma vedi, anche quando la TV non esisteva, 2500 anni fa, Socrate mise in luce tendenze della massa che si ripropongono sempre, che sono eterne come il “grosso animale”, e mutatis mutandis (per rimanere a Ferrara) sono anche davanti ai nostri televedenti occhi.
    Quanto al Paese, non mi sento affatto di rinunciare a “le genti del bel paese là dove il sì suona”, anche perché dubito che un popolo che non sa nemmeno se celebrare con una festa nazionale il centocinquantesimo della sua unificazione meriti di essere chiamato una nazione.

  3. Ti offre una dalle mie letture odierne (un libro di ricordo di prossima pubblicazione degli amici di Proust. È) un’osservazione di Paul Valéry che mi pare rappresenti bene cosa “noi” italiani non capiamo e non vogliamo capire per consumato cinismo culturale (nel senso che non abbiamo tempo e certe cose facciamole pensare a chi anche paghiamo per questo). Valéry crede che Proust abbia scelto un oggetto non proprio adeguato alla profondità della sua letteratura, il cosiddetto “gran mondo”. Ma cos’è il “gran mondo”: «è composto solo di personaggi simbolici. Nulla vi figura, se non a titolo d’astrazione. Bisogna che tutti i poteri vi si incontrino; che il denaro da qualche parte, conversi con la bellezza; che la politica si domestichi con l’eleganza, che le lettere e la nobiltà si diano appuntamento e prendano il tè. Quando un potere nuovo si fa riconoscere, non passa molto tempo prima che i suoi rappresentanti compaiano nei ricevimenti del “gran mondo”; e il movimento della storia si riassume abbastanza bene nell’accessione successiva di specie sociali ai salotti, alle battute di caccia, ai matrimoni e ai funerali della tribù suprema di una nazione». La cd democrazia non ha modificato nulla di questo meccanismo e una parte impedisce all’altra l’accesso utilizzando un popolo ignaro del meccanismo e convinto di agire per un interesse che è letteralmente ancora più improprio di ciò da cui lo si esclude (e non da ora).

  4. Rispondo all’ultima domanda: la figura femminile esemplare nella cultura radical-borghese è la moglie-mamma, soprattutto mamma: se sei mamma, sei rispettabile, sei donna per antonomasia.
    Ovviamente io non condivido e avrei centinaia di esempi, a titolo personale, di figure femminili esemplari né manager, né puttane, né mogli, né mamme.

  5. Mi pare che Lei confonda la cultura borghese ottocentesca con quella radical-borghese di oggi, in cui il valore fondamentale non è certo rappresentato dalla famiglia tradizionale e dal suo onore, né dalla donna-madre, ma dalla libera realizzazione dell’individuo e dei suoi desideri. Una cultura che “L’Espresso” ha diffuso per decenni.

  6. Intendevo che per la donna avere “successo” può talvolta essere più semplice: non occorre sfornare soldi, basta sfornare figli. Avere dei figli è, oggi, un potente status symbol, un lasciapassare, un vanto personale. Un figlio portato a passeggio è sfoggiato come l’ultimo modello di borsa Prada. Non scherzo. Una cosa così dolce e naturale è oggi un modo egoistico per farsi ammirare, per essere al centro dell’attenzione. Forse parlo per la mia generazione, forse una volta non era così. Ma è un fatto che nelle copertine dei vari Espresso è di frequente riscontro il servizio sul vip di turno con le mute di figlioletti sia adottati sia naturali, esposti come trofei, al pari dell’ultimo yacht.

  7. La cultura borghese finita nel Sessantotto? Questione di interpretazioni. Secondo la mia, il Sessantotto è un prodotto di un ramo dell’albero della cultura borghese. Possiamo anche darle altri nomi se vogliamo (post-moderna e oggi post-millenniale, se vogliamo), ma il discorso non cambia. L’Espresso è un continuum, e se oggi è sopravvenuta la globalizzazione, con una serie di fenomeni che il vecchio radical-borghese Scalfari non è in grado di comprendere, ciò non significa che vi sia stata una cesura. Le cesure nella storia si verificano ben difficilmente. Diciamo che ci sono declinazioni differenti. Agnelli non è Berlusconi, ma entrambi sono ugualmente lontani dall’insegnante in pensione (INPDAP).

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