La ianara

Si distacca nettamente dalla media dei romanzi italiani correnti La ianara di Licia Giaquinto (Adelphi 2010). Si distacca per lo stile, ben lavorato, sobrio, sorvegliatissimo, senza una sbavatura. E si distacca per il contenuto: la storia di una fattucchiera (ianara) che si svolge nelle campagne tra Benevento e Avellino nella prima parte del Novecento e culmina nel momento in cui, tra la fine degli anni Cinquanta e i primi Sessanta, arriva anche nel Sud arretrato la modernità, il cui vessillo è l’autostrada.

Detto così, parrebbe lo scontro tra Arcaico e Moderno che è stato rappresentato innumerevoli volte (solitamente gli scrittori simpatizzando per l’antico, per il primitivo). Ma qui il Moderno come vittimizzatore non si vede. Le vittime ci sono, ma non sono prodotte dalla modernizzazione. Se togliessimo l’annuncio via posta dell’esproprio delle terre su cui deve passare il nastro di cemento e asfalto, non vi sarebbe traccia della modernità avanzante. Sarebbe una storia tutta interna ad un quadro arcaico. I rapporti tra le persone sono infatti tutti segnati dall’arcaismo feudale o dal primitivismo della credenza nella magia. La protagonista è un figlia di strega e nipote di strega, ianara essa stessa. Ovviamente, la religione delle popolazioni del luogo è un cristianesimo paganeggiante, o meglio un paganesimo superficialmente cristianizzato.

Niente di ciò che è stato si perde. Uomini, donne, fiori, animali, piante: ogni cosa conserva la traccia della propria esistenza anche quando non esiste più.
Glielo hanno insegnato sua madre e sua nonna in un tempo remoto sprofondato in un pozzo.
Giravano per paesi, campi e boschi, o sedevano accanto al fuoco, e sapevano riconoscere suoni, impronte, odori  appartenuti a persone o a cose scomparse.
Non è un usignolo, è solo il suo canto; non è un fiore, è il suo profumo, dicevano sentendo il canto di un usignolo nella notte o un odore di viole mammole in un campo ricoperto di neve.
Sua madre e sua nonna spesso parlavano ai morti: incrociavano tre bacchette di salice su una pietra di tufo nera, facevano un nome, e il vento spingeva la voce del morto nella stanza.
Lei, Adelina, non capiva niente, sentiva solo il vorticare del vento e pezzi di parole smangiucchiate, suoni senza senso. Ma sua madre e sua nonna, girando le bacchette in quel vento, riuscivano, come se quelle bacchette fossero stati aghi, a ricucire in parole tanti suoni smembrati.
(p. 23)

In questo romanzo non c’è affatto idillio nel senso convenzionale del termine, e nemmeno nostalgia per una società che non esiste più. Tuttavia, il nuovo che avanza non appare affatto forte, né se ne vedono le ragioni. Manifesto, invece, è il risentimento dei contadini nei confronti del conte, il loro signore, e soprattutto della moglie di lui. I maschi sono violenti, e pronti a percuotere ed uccidere, ma in grado di uccidere sono anche le femmine, con l’astuzia o la magia. E anche la protagonista compie un omicidio. Quello che mi pare il dato primario è che siamo in un universo pre-morale, violento, dominato da pulsioni elementari mediate da una visione magico-religiosa della realtà, del tutto pagana. Come su questa base si possa operare il passaggio al moderno rimane misterioso. Ma forse parlano gli squilibri persistenti di tanta parte del Meridione.

Si tratta comunque di una scena sacrificale, che però non produce rinnovamento. C’è un morto all’inizio e uno alla fine, e violenze e sangue rendono oscuro il mondo rappresentato da Licia Giaquinto. Un mondo in decomposizione, ma la cui putrescenza non preannuncia affatto una nuova nascita.

Un pensiero su “La ianara

  1. caro Fabio, scusami se vado fuori tema ma ho bisogno di chiederti il link, dal momento che non lo trovo, alla pagina dove recensisci “Pulce non c’è”…
    ti ringrazio

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