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Il romanzo Scirocco di Girolamo de Michele (Einaudi, Torino 2005) mi pare degno di nota per diverse ragioni. Intanto, si presenta come un noir (sub-genere sulla cui natura e funzione sto attualmente cercando di riflettere alla luce dell’antropologia generativa). Poi, è scritto chiaramente da un reduce del 77, che si sente e professa un compagno e vede nello Stato italiano—che gli appare dominato da oscure forze fasciste e consorterie—un nemico. (E quelle di 77ino e compagno sono categorie da investigare soprattutto per quel che riguarda il concetto della violenza e della sua legittimità all’interno di un contesto di relazioni complesse—modi di vivere, pensare, rapportarsi agli altri, ecc.—che possiamo chiamare paradigma). Infine, si tratta di un romanzone di circa seicento pagine, che presenta singolarità di struttura ed aspetti letterariamente paradossali, sui quali peraltro qui sorvolo. I temi sarebbero dunque moltissimi, e questa ricchezza è un merito che va riconosciuto a De Michele. I personaggi principali del romanzo, i suoi eroi combattenti potremmo dire, con i quali il narratore simpatizza fortemente, e che rende simpatici al lettore, sono: un investigatore privato piuttosto scalcinato; un poliziotto suo amico (che è un ribelle coperto); un vecchio partigiano che conserva una cal. 38 della guerra e la usa, e sa dove trovare altre armi; una puttana d’alto bordo che conosce le arti marziali e in un’occasione se ne serve per uccidere; un hacker pirata e ladro genio dell’informatica; un giornalista gay; un barbone alcolizzato. I buoni di questo noir sono tutti, ciascuno a suo modo, irregolari e ribelli. I cattivi sono l’ordine costituito, le forze dello Stato, gli Americani (sullo sfondo ma non tanto). C’è senza dubbio una teoria del complotto all’opera nella costruzione della storia. L’uso privato (seppure da parte di un movimento) delle armi e della violenza, anche in forme piuttosto raccapriccianti, è legittimato dal fine della lotta al nemico fascista. Ci dobbiamo qui chiedere se questo noir militante (problematicamente) sia conforme all’essenza del sub-genere, che noi abbiamo individuato in precedenti note, o se vi siano delle anomalie. Credo che la funzione del noir rimanga sempre la stessa anche se cambia il paradigma. Questo significa che la funzione permane identica, sia il noir scritto da un compagno o da un camerata: rendere presente il rischio della dissoluzione della società: saranno solo diverse le forze individuate come responsabili della minaccia, che dunque finiranno per svolgere la funzione di capro espiatorio. Insomma, qui la società buona sarebbe quella che ha espulso i fascisti (intesi in senso lato). In un noir scritto da un fascista, le forze del dissolvimento sarebbero gli antagonisti, i comunisti, ecc. Ma se, come ritengo, il noir ha bisogno che il suo lettore non si identifichi con le forze del dissolvimento ma che esista un paradigma comune tra il libro e il lettore, nel senso che entrambi debbono fondarsi su un’idea di società ben ordinata, governata dal principio del bene comune generale, allora in una società come l’italiana, in cui i paradigmi sono sempre diversi e conflittuali, e il bene comune generale non è percepito come tale, non possono forse darsi che narrative noir di parte, senza possibilità di reciproca comunicazione. Anche in questo senso uno dei passi massimamente interessanti è un colloquio in carcere tra un ex terrorista rosso e un terrorista nero.
Milano, San Vittore, mensa carceraria, ore 19.45.
— Dici di no perché, per fare un esempio, tu di Helena Hamburg non hai mai sentito parlare, vero?
— No, — risponde Cristiano, — è un nome che proprio non mi dice niente.
—Te la racconto io, —dice Vittorio Guerra, — così vedrai che ci sono cose che voi compagni non sapete. Era una funzionaria dell’ambasciata argentina a Parigi. Torna a casa per le vacanze: all’aereoporto [sic] di Ezeiza un gruppo di uomini l’aspetta, la preleva e la uccide. Cose che potevano succedere, in Argentina. Però Helena era una brava ragazza, senza grilli per la testa: mai avuto niente a che fare con la izquierda argentina, tantomeno con la guerriglia. È successo che a Parigi aveva avuto la sfortuna di vedere il generale Massera incontrare i capi montoneros. I montoneros per voi erano un mito, vero? Be’, io ti assicuro che Mario Firmenich, il capo dei montoneros, era un uomo di Villareal, il capo dei Servizi argentini. E nel ‘78 era allo stadio a vedere le partite dell’Argentina. I militanti dell’Erp sono stati trucidati perché erano incontrollabili, più o meno come i vostri amici dei Nap: l’unico terrorismo rosso ammesso dallo Stato è quello gestito e diretto dallo Stato.
— Sicuro che sia andata così? — chiede Cristiano.
— Sicuro, — risponde il soldato politico. — Vuoi un altro esempio? I primi manifesti filocinesi in Italia li abbiamo attaccati noi. Se ne occupò Avanguardia nazionale, per conto dell’ufficio Affari riservati: cioè del ministero dell’Interno. Il mondo è un grande teatro dei pupi, e noi sgambettiamo sul palco senza vedere né i fili né i pupari.
— Tu vedi troppi complotti, Vittorio. Non c’è niente che mi stupisca in quello che dici: ma non si riducono due generazioni a una battaglia tra marionette. Non sono quei manifesti ad aver fatto la Storia.
— Forse no: però sono serviti a indirizzarla dove volevano i signori che la Storia prima la manovrano, poi la scrivono e alla fine la glorificano.
E se, come pensa Eric Gans, la differenza fondamentale tra la cultura alta e quella popolare o di massa sta nel fatto che la cultura di massa asseconda il risentimento mentre quella alta lo differisce, il noir, che individua responsabili e capri espiatori, e tende a non conferire una piena umanità ai personaggi cattivi, appartiene alla cultura di massa. Questa, nonostante le sue velleità, non può mai essere genuinamente critica, ma solo illudersi di esserlo. La sua vocazione è la denuncia, lo smascheramento di nemici della società buona (qualunque essa sia), qualcosa di strettamente legato al risentimento e, alla fine, alla violenza. Del resto, essa è allo stesso tempo sempre inserita—secondo le proprie modalità—nel sistema dello scambio del capitalismo maturo. Come l’hacker Ferodo, di Scirocco, individualista paranoico la cui stessa esistenza è legata all’esistenza del computer, ovvero alla produzione capitalistica avanzata, alla rete internet creata dall’America e, appunto, al sistema dello scambio aperto e senza limiti.
