L’anima e il suo destino 4

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Parlare del destino dell’anima significa parlare della morte e di quel che c’è o non c’è dopo la morte. È il problema principe della filosofia tradizionale, che secondo gli antichi è, prima di ogni altra cosa, preparazione alla morte. E la filosofia antica poteva parlare di immortalità dell’anima, oppure offrire altre vie di consolazione (Epicuro). Il proprium del Cristianesimo non è l’idea di immortalità dell’anima, ma l’annuncio che quell’uomo Gesù, il figlio del falegname, ucciso sul patibolo della croce, è risorto, ed è il Signore. Questa è la differenza, che nel libro di Mancuso tende a scomparire nel mare della sapienza metafisica. Mancuso si proclama cristiano e cattolico, ma sembra accettare la resurrezione di Gesù obtorto collo, perché proprio non ne può fare a meno.

Io sostengo (…) che l’anima è immortale in sé e che è solo su questa base che un evento come la resurrezione di Gesù può diventare storicamente reale, non cioè come contrapposizione o addirittura negazione delle leggi dell’essere creato, ma come loro potenziamento, come compimento di quella tensione verso la vita che le pervade fin dall’inizio. (p. 46)

Ma se l’anima è immortale in sé, e se è questo, e non un atto soprannaturale di Dio che interviene nel mondo, a rendere storicamente reale la resurrezione di Gesù, mi chiedo quale bisogno vi sia di credere ancora in questa, che è una mera conseguenza. Si vede qui una stranezza: la resurrezione è storicamente reale, ma l’escatologia non riguarda “l’attesa di un improbabile ritorno del Cristo glorioso tra le nuvole del cielo” (p. 48), ma soltanto la nostra interiorità.

L’obiettivo di questo libro consiste nel mostrare che il legame di Dio con l’umanità è basato su una realtà molto più solida che non singoli eventi storici, siano pure gli eventi della morte e della resurrezione di Gesù. Si tratta di un legame ontologico, concernente sia il corpo sia l’anima, l’intero della nostra realtà, e che per questo è qualcosa di semplicemente indistruttibile. (p. 47)

Che cos’è dunque l’anima per Mancuso? Poiché noi siamo mera natura-physis, l’anima è della natura, è un suo prodotto. La natura non si limita alla materia, ma è energia e ” può produrre un livello superiore di essere, lo spirito, definibile come la vita dell’energia a prescindere dalla materia, e quindi in grado di sopravvivere anche dopo la dissoluzione della materia del nostro corpo” (pp. 52-53). Vedremo che Mancuso pone alcune discontinuità nell’essere (energia), e la possibilità che ve ne sia una suprema che è la vita spirituale indipendente dal corpo. Da intendersi comunque come un effetto del supremo lavoro della natura. Poiché Dio, che Mancuso afferma essere personale senza che si capisca perché dovrebbe esserlo, non interviene assolutamente mai: Egli ha creato il nucleo originario dell’essere con le sue leggi implicite, e poi si è ridotto in sostanza a deus otiosus, e quel che agisce è sempre e soltanto la natura impersonale. L’attributo della personalità, della singolarità che ci rende autocoscienti come ego, la percezione del sé, o, ancora meglio, l’individuazione richiede un principio, altrimenti il discorso si fa vano. Perché e come la mia anima spirituale, il mio spirito, dovrebbe sopravvivere alla morte del corpo mantenendosi come un io autocosciente? Se è la forma suprema dell’energia che io attingo, come può essere che questa energia autocosciente che è in me rimanga separata dalle altre e dall’energia universale? A questo punto ci avviciniamo ad una moderna versione dell’averroismo, che sarebbe, filosoficamente parlando, l’approdo più logico per Mancuso. In ciascuno di noi c’è una parte immortale, che è ratio, una scintilla del nous divino, ma è impersonale, come dimostra il fatto che i principii matematici sono universali, e ugualmente la logica, in me come in te la stessa. Ciò che ci rende differenti gli uni dagli altri sono in nostri corpi, e lo psichismo che li accompagna, per cui io sono bello, intelligemte e simpatico e lui è grasso brutto e scemo. Ma una volta morti, cessato il principio di individuazione, la mia anima razionale immortale si ricongiungerà al mare magnum dell’intelligenza divina, di cui è piccola goccia, la mia più grande della tua, ma della stessa sostanza, e tutto sarà Dio in noi e per noi, ma noi non saremo. È per questo che il Cristianesimo non può fare a meno della resurrezione dei corpi, e nell’aldilà dantesco i beati sono rivestiti di corpi fatti d’aria, poiché noi siamo i nostri corpi, e se il corpo non c’è non ci siamo noi, a meno che la natura lasci spazio alla sovranatura. Ma qui non è più luogo di sapere, ma di fede o di visione mistica.

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7 thoughts on “L’anima e il suo destino 4

  1. Forse quello che viene scritto da Mancuso potrà non sembrare particolarmente originale però ha a mio modesto avviso il merito di gettar luce su alcune incongruenze che sono tuttora presenti nel corpus dottrinale cattolico, che non è qualcosa di così monolitico e strutturato come si pensa ma è stato costruito con una mediazione, direi un compromesso tra interpretazioni di pensatori diversi che si sono stratificate lungo i secoli. La teologia di Tommaso D’Aquino non è quella dell’ultimo Sant’Agostino tanto per capirci ed il fatto che alcune contraddizioni persistano nelle Scritture che vengono lette ed accettate comunemente da tutti i cristiani richiederebbe forse una maggior sforzo del magistero di affrontare certi nodi anziché lasciarle coesistere nelle menti dei fedeli, generando solo maggiore confusione. Uno di questi temi è quello della resurrezione della carne; il fatto che il corpo in carne e ossa non sopravviva al naturale processo di decomposizione è una realtà che è di fronte ai nostri occhi, per cui possiamo dare anche un altro nome a quello che potrebbe sopravvivere, che è corpo spirituale, corpo di luce…ma non è più ciò che intendiamo con la parola corpo. E poi quale corpo? Quello di quando avevo vent’anni? Quello di quando morirò magari, si spera, vecchio e decrepito? Ciò che distingue un individuo, che gli permette di esistere come individualità, nel suo essere, è qualcosa che va al di là dell’aspetto fisico e non necessità di esso…è un concetto di individualità più sottile che sopravvive per Mancuso, quello che permette di distinguere ad esempio due gemelli identici, vestiti nello stesso modo, con la stessa voce…un concetto che prescinde dalla fisicità dei corpi.

  2. Resurrezione non è “sopravvivenza”. Ciò che appunto prescinde dalla fisicità dei corpi è l’anima. Ma l’immortalità dell’anima non abbisognava della figura di Cristo per essere affermata.

  3. Copio e incollo dal sito di Liberazione una stroncatura..

    Quante sciocchezze
    da Vito
    Mancuso, Liberazione del 18/01/2008, pag. 3

    Sta godendo di un insperato successo editoriale un recente libro, L’anima e il suo destino (Raffaello Cortina Editore, 2007, pp. 340, euro 19,80), scritto da un giovane docente di teologia, Vito Mancuso, che offre un’assai azzardata riformulazione del concetto di anima dalle origini del Cristianesimo ai giorni nostri. Il titolo non disattende le aspettative, vi troviamo esposte squisite questioni escatologiche sul senso ultimo della vita e l’esistenza dell’anima. Ciò che disattende, invece, è l’esigenza di tirare in ballo la scienza, e significativamente il tema dell’evoluzione, dell’origine della vita e persino quello dei livelli energetici della materia. Dico subito che non è mia intenzione addentrarmi nella bontà dei ragionamenti teologico-filosofici che tuttavia, seppur ben scritti, quando accostano l’entelechia aristotelica, l’Intelligent Design e il finalismo kantiano, finiscono per mischiare autori e correnti di pensiero con una disinvoltura ammiccante e un metodologia storica inconsistente. Finché si tratta di una questione di metodo, transeat , e poi su questo rimando, per chi ne avesse voglia, alle stroncature di quotidiani di orientamento religioso come Il Foglio , nonché ai fendenti giunti dalla comunità dei gesuiti de La civiltà cattolica . Se da un lato risulta curioso che dalle colonne del Foglio giungano dure critiche a un testo di divulgazione teologica, mi pare forse ancor più curioso che qualche giorno fa uno scienziato del calibro di Edoardo Boncinelli, noto biologo molecolare con una formazione in fisica, recensisse il libro con un’indulgenza verso sfondoni scientifici che sino a oggi non gli conoscevo. L’occasione mi è parsa irrinunciabile. Vorrei da ultimo precisare che in altri casi riterrei scorretto quello che sto facendo, ovvero espungere tre capitoli da un libro piuttosto corposo, e addensare su quelli soli gli strali di una qualche polemica. Ma le dimensioni dei capitoli che trattano di scienza e il ruolo strutturale che giocano nell’architettura complessiva del testo, credo giustifichino un’eccezione. Nelle sue intenzioni, il libro di Mancuso mirerebbe «alla costruzione di una “teologia laica”, nel senso di rigoroso discorso su Dio, tale da poter sussistere di fronte alla scienza e alla filosofia», sostenendo in particolare che «il mondo è uno solo e com’è fatto lo sappiamo solo grazie alla scienza. Ne viene che lo studio dei problemi della scienza […] si impone a chiunque voglia fare teologia». A parte il fatto che non si capisce perchè Mancuso ritenga che la laicità della teologia debba basarsi proprio sulla scienza, il punto centrale è che per provarvi egli capovolga totalmente l’assunto, riconducendo la scienza alle esigenze teologiche e finendo quindi per stravolgere teorie e fatti scientifici a suo uso e consumo. Ritiene cioè di giustificare l’esistenza dell’anima facendola provenire dalla Natura, partendo dalla materia più inerte come la polvere e i sassi, passando per le piante (anima vegetativa), quindi il regno animale e poi l’uomo. Qui inizia il bello, giacché per sostenere questo panpsichismo animistico, l’autore definisce l’anima come l’energia del mondo, energia vera, e infatti cita Einstein e la sua celebre formula, e poi dato che dai sassi all’homo sapiens la strada è in salita allora l’energia-anima deve arricchirsi e lo fa acquisendo “ordine e informazione”. Ecco quindi che «l’ Inferno è il massimo del disordine», il Diavolo ne «è la personificazione», e l’entropia, invece di spiegare come il nostro sistema-mondo da un punto di vista energetico tende insorabilmente verso il degrado-disordine, diventa per la prima volta nel pensiero scientifico un principio d’ordine. Ovviamente, anche l’evoluzione viene presa di mira. Si dice che non può essere spiegata con il vecchio paradigma “mutazione causuale e selezione”, poichè il primo concetto nega la finalità della Natura, mentre la selezione accentua il lato negativo dell’evoluzione dimenticando quello “positivo”, che spiegherebbe invece perchè avvengono mutazioni utili. Per dimostrare la validità del suo ragionamento Mancuso ha la sfortuna di citare l’esempio più solido della teoria selettiva che si serve dei batteri e del loro sviluppo della resistenza ai farmaci. E’ proprio un italiano, Salvador Luria, emigrato in Usa per sfuggire alle leggi razziali, a proporre nel 1943 l’esperimento in cui fu data la prima prova matematica che gli organismi mutano senza seguire le pressioni ambientali (lamarckismo) nè tantomeno un progetto (finalismo), ma seguendo una costante fluttuazione causale. Anche l’origine casuale della prime molecule organiche viene negata. Si dà il caso che su 532 articoli scritti nelle più autorevoli riviste scientifiche del mondo nel solo 2007 che trattano l’origine della vita, non ve n’e’ uno solo che sostiene le teorie di Mancuso (Pubmed). Naturalmente, a sostegno di tutto ciò si citano tanti illustri scienziati (F. Capra, L. Margulis, S. Kauffman), che però credono nell’evoluzione e con l’anima non c’entrano niente. Se la teologia dev’essere scientifica e l’anima formata dalla materia, allora il suo destino, con buona pace di Mancuso, sarà inesorabilmente quello evolutivo.
    Se volessi essere feroce parlerei del libro come di una “Profezia di Celestino alla carbonara”, dove la salvezza dell’anima non si nega a nessuno e l’inferno è uno spauracchio per tenere a bada i bontemponi, se cercassi un giudizio ecumenico strizzerei l’occhiolino ai gesuiti che hanno avuto l’inusitato guizzo di definirlo frutto di un “cattolicesimo teopop” (def. di Marco Burini). Ma sarò più conciliante, ritendolo un sorta di teologia fantastica tra new age e post-modernismo, ovvero: una macchina per vendere nelle librerie di un paese culturalmente allo sbando.

    Andrea Grignolio

  4. A parte le prese di posizione pregiudiziali una cosa sembra oggi certa: la scienza non è in grado di determinare come sia costituita la materia e, conseguentemente, cosa sia. Le stesse strutture percettive ed organizzative fisiche del cervello non rimandano certo a topologie o mappe quanto piuttosto a modelli rappresentativi che poco sembrano avere a che fare con oggetti e di cui è difficile stabilire corrispondenze univoche. Basterebbe solo questa costatazione a seminare qualche salutare “dubbio” su certezze esibite dalla cosiddetta scienza il cui statuto è per definizione provvisorio. Perchè allora non provare a pensare senza paura?

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