Il piccolo amico

2047848_286568

Non mi aspettavo niente di meno da Donna Tartt, della quale mi era molto piaciuto il primo romanzo Dio di illusioni, che lessi nel 1992, la cui vicenda si svolge in una università, ove un gruppo di studenti, affascinati dal loro insegnante di letteratura greca, arriva al punto di vivere un’esperienza dionisiaca reale e omicida. Non mi aspettavo nulla di meno di questo grande (anche di mole, più di seicento pagine) romanzo Il piccolo amico (The Little Friend, 2002, traduzione italiana di I. Landolfi e G. Maccari, Rizzoli, Milano 2003). Poiché una scrittrice statunitense che ha ottenuto un successo mondiale col suo primo libro, e che non ne pubblica subito un secondo per sfruttare l’onda, nell’attuale logica del mercato librario (massime americano) è quanto meno una stranezza. E la Tartt, come sfugge alla logica puramente commerciale, sfugge anche a quella banalmente culturale, legata alla ricerca del successo, che impone allo scrittore di ricercare temi e personaggi che possano essere graditi al pubblico, in quanto, soprattutto, esso vi si possa identificare, sotto la specie della realtà quotidiana riflessa, delle convinzioni confermate, oppure del sogno, del desiderio, del vorrei essere così. Già Dio di illusioni era un libro severo, che su questo piano non concedeva nulla, privo di allettamenti e di compiacenze; questo è severissimo. E, ad esempio, non contiene alcun elemento di political correctness, né riferimenti alla problematica della condizione sociale dei neri (pur essendo ambientato nel Sud), né alla condizione femminile in sé, benché la protagonista assoluta sia la preadolescente Harriet, né alcuna concessione alle problematiche della sessualità, eterna risorsa degli scrittori fiacchi. Questo è un romanzo post-postmoderno, un romanzo post-millenniale.

Harriet vive in una cittadina del Mississippi, Alexandria. Il nome è fatale: Harriet legge moltissimo, c’è una biblioteca (poteva non esserci in Alexandria?). Nella sua famiglia la figura paterna è del tutto assente, il padre si è trasferito a Nashville (guarda un po’) con la sua amante. La famiglia di Harriet è tutta al femminile: la madre e la sorella (entrambe un po’ fuori di testa, ciascuna a modo suo, e non senza motivo), e alcune vecchie zie. Le condizioni psichiche della madre e della sorella sono legate ad un evento terribile risalente a quando Harriet aveva pochi mesi. Il fratellino primogenito, Robin, è stato trovato morto, impiccato ad un albero vicino alla casa, e nessuno ha visto niente. Non può essere suicidio, ma l’assassino è introvabile. Harriet si convince che l’autore del delitto sia un certo Danny, coetaneo di Robin, e decide di vendicare la morte del fratello con la morte del colpevole. Tutto il romanzo si svolge seguendo i piani di vendetta di Harriet, fredda, determinata, in nulla femminile. Danny, drogato di amfetamine, appartiene ad una famiglia che vive accampata in roulottes ai margini della cittadina, una famiglia di balordi ladri spacciatori e tossicomani, che peraltro non è composta da mostri, ma da esseri umani. A differenza da quella della protagonista, la famiglia dell’antagonista (involontario) è tutta al maschile, anche se c’è una nonna: c’è il fratello maggiore Farish che produce amfetamine per il mercato illegale in un suo laboratorio domestico, e che, sopravvissuto ad una pallottola nel cranio, è un bestione feroce e demente; c’è il secondo fratello Eugene, “convertito a Gesù”, socio di un predicatore itinerante che nel bel mezzo delle sue tirate prende in mano uno dei serpenti velenosi in compagnia dei quali viaggia; c’è il povero Curtis, umanissimo nella sua condizione indifesa di down. Completa il quadro di questa corte dei miracoli la vecchia nonna Gum, cancerosa, ridotta ad un mucchietto d’ossa, e pure in grado di sopravvivere al morso di un cobra che Harriet ruba al predicatore e fa cadere nell’auto in cui crede si trovi l’odiato Danny.

La prosa della Tartt è bella e pura, e se ne coglie bene l’eco nella traduzione italiana. Basti leggere questo passo, in cui risalta la desolazione dei dodici anni di Harriet.

La conchiglia era diventata bianca per gli anni, ormai ridotta alla consistenza friabile del gesso. La cuspide si era rotta, e il margine interno sfumava in un bagliore perlaceo, il delicato rosa argento delle rose Maiden’s Blush di Edie. Prima della nascita di Harriet, ogni anno tutta la famiglia andava in vacanza sul Golfo del Messico; cosa che non avvenne più dopo la morte di Robin. Le zie tenevano, sui ripiani più alti degli armadi, vasetti pieni di grigie bivalve raccolte in quei viaggi, che avevano un’aria triste e polverosa. “Perdono il loro magico potere, a star fuori dell’acqua” diceva Libby, e riempiva il lavandino del bagno, ci metteva le conchiglie e poi prendeva uno sgabello per farci salire Harriet (era piccola, sui tre anni: come le sembrava enorme e bianco il lavandino!). E che sorpresa quando quel grigio uniforme diveniva lucido e brillante, magicamente trasformato in migliaia di colori: qui rosso porpora, qui nero pece; le conchiglie si aprivano in tante nervature, o in squisite spirali policrome: d’argento, azzurre, rosso corallo e verde madreperla e rosa! Com’era fredda e chiara l’acqua! E come delicatamente rosate le sue mani, che per effetto della luce obliqua sembravano tagliate in corrispondenza del polso! “Senti l’odore!” diceva Libby, inspirando forte. “Questo è l’odore dell’oceano! ” E Harriet metteva il viso vicinissimo all’acqua e respirava l’odore pungente dell’oceano che non aveva mai visto; l’odore salmastro di cui parla Jim Hawkins nell’Isola del tesoro. Il fragore dei marosi, il grido di strani uccelli marini e le vele bianche di Hispaniola – come le pagine di un libro – gonfie contro i cieli caldi e tersi.
La morte, dicevano tutti, era una spiaggia felice. Nelle vecchie fotografie scattate al mare, la sua famiglia era ancora giovane, e c’era Robin: barche e fazzoletti bianchi, uccelli marini che si levavano nella luce. Un sogno in cui tutti erano vivi.

Ma era un sogno della vita passata, non di quella futura. Il presente: foglie di magnolia avvizzite, vasi da fiori ricoperti di licheni, il ronzio delle api sonoro nel pomeriggio estivo, e il mormorio indistinto degli ospiti, dopo il funerale. Fango ed erba viscida sotto il mattone rotto che aveva spinto via con il piede. Harriet osservava il terreno, in quel punto, con la massima attenzione, quasi fosse l’unica cosa vera del mondo; come, in un certo senso, era.

Il romanzo è terso, polito e perfetto. Ma qual è realmente il suo argomento? Il suo argomento è duplice: da un lato il male, la sua origine, il suo mistero. Dall’altro la comunicazione, la sua difficoltà, la possibilità che i segni che appaiono segni di una cosa siano invece in realtà i segni di un’altra cosa, addirittura segni del contrario. La possibilità che proprio gli atti che secondo noi dovrebbero purgarci dal male ci sprofondino in esso. E il male è, in definitiva, una questione di segni. Come in Cormac McCarthy.

Possiamo parlare qui di romanzo di formazione? Forse. Quella di Harriet non è però una formazione fallita, quale si presenta nel romanzo occidentale da Stendhal ad oggi, che è sempre fedele ad un concetto di predeterminazione e di fato, anche quando lo scrittore non sa o non vuole; è piuttosto il romanzo della possibilità estrema della non-formazione, e nello stesso tempo dell’assoluta libertà. In ogni istante le scelte avvengono, e sono libere. Perciò possono portare alla sconfitta o al disastro.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...