Diario scritto di notte

phpThumb_generated_thumbnailjpgGustaw Herling è stato poco conosciuto e letto in Italia. Nel secondo dopoguerra, e poi per decenni, chi si è distinto per indipendenza di pensiero e scarsa propensione alla mitologia di sinistra non ha trovato molto ascolto da noi, nel paese degli ideologismi e degli intellettuali militanti. Come per Ignazio Silone e Nicola Chiaromonte, e qualche altro, così anche per Herling, autore con Un mondo a parte (1951) di uno dei migliori libri sui lager sovietici. La lettura del suo Diario scritto di notte (Feltrinelli, Milano 1992, trad. D. Tozzetti – ma è solo una scelta di brani) rivela un intelletto fine e una grande qualità di scrittura. Riporto un pezzo su Nicola Chiaromonte.

19 gennaio

Lo conobbi nel 1956, quando, con Silone, fondò “Tempo Presente”. Parlava di sé malvolentieri, tuttavia ne avevo già sentito parlare molto dagli altri. All’inizio degli anni trenta aveva deciso di andarsene dall’Italia. Nell’ambiente dell’emigrazione antifascista a Parigi entrò in contatto con l’uomo che poi avrebbe considerato come il suo maestro per tutta la vita. Questo maestro era Andrea Caffi, nato a Pietroburgo, figlio di un italiano e di una russa, menscevico, e perciò rinchiuso in una prigione di Mosca dopo la rivoluzione, viaggiatore solitario ed erudito poco propenso a scrivere, un po’ nello stile del nostro Stempowski. Nicola imparò da lui il rispetto per il socialismo libertario, l’avversione all’arroganza del potere e dello stato, e un concetto così elevato dell’amicizia che faceva pensare alle regole delle sette o delle comunità religiose. Combatté in Spagna nella squadriglia di Malraux. Dopo la disfatta dei repubblicani tornò in Francia. Fu costretto a fuggire da un momento all’altro perché ricercato dai tedeschi. Ad Algeri trovò un anima gemella, Albert Camus. Andò in America nel ’41: vi passò sei anni insegnando letteratura inglese nelle scuole e collaborando con “Politics” e “Partisan Review”. Finalmente poteva di nuovo scrivere e pubblicare: era passato un bel po’ di tempo da quando i suoi testi uscivano su “Giustizia e Libertà” dei fratelli Rosselli a Parigi.

Ogni nuovo colloquio, ogni nuovo saggio, persino ogni noterella politica o recensione teatrale mi rivelavano uno scrittore non comune in Italia, paese di letterati tradizionali, di virtuosi dei ghirigori aggraziati e futili al servizio delle ultime mode intellettuali. Scrivere in modo che la frase sia non solo l’espressione di un pensiero chiaro e libero, ma anche di una continua tensione morale, in modo che nella parola palpiti con tutto se stesso colui che la pronuncia come una sua verità, a lungo meditata e sofferta: è una cosa che mi ha sempre attirato. Ed è così che scriveva Nicola. Non si fece mai prendere nelle reti dei “grandi sistemi” e delle “interpretazioni generali”, guardava con sfiducia ai “giochetti dialettici” che storpiano la vita e alle “ombre ideologiche” che coprono la realtà: disprezzava lo psicologismo e lo storicismo, lo interessava l’uomo concreto dinanzi ad avvenimenti concreti, l’uomo capace di formulare un giudizio etico, alla maniera di Tolstoj, ma allo stesso tempo cosciente di qualcosa di impenetrabile che esiste oltre a lui. Questo “umanesimo” circoscritto come avrebbe potuto trovare una più larga risonanza in un mondo stregato dalla retorica delle false ideologie “universali”, in un clima di ipocrisia mescolata al fanatismo, in una “civiltà consumistica” fatta di cuori aridi e di menti sterili? Nicola era sempre più consapevole del suo isolamento. Aveva intitolato il suo ultimo libro Credere e non credere. In cosa credere, in cosa non credere? “Il nostro secolo non è un secolo di fede, ma non è neppure un secolo di miscredenza. E’ il secolo della malafede, delle credenze imposte con la forza, per mancanza di altre, vere.” Qual è il rimedio contro la malafede, la terribile malattia dei nostri tempi? Cercava questo rimedio disperatamente. Lui, ateo, o quantomeno agnostico, un giorno confessò: “Credere in Dio è difficile come non crederci”.

Nell’aprile dello scorso anno, se ben ricordo, venne a visitare Maisons-Laffitte: da molto tempo desiderava vedere come si vivesse e si lavorasse alla redazione di “Kultura”. Lo accompagnai alla stazione: mentre saliva sul treno a un tratto si chinò verso di me e mi sussurrò: “Vi invidio”. In bocca a Nicola, un pessimista fermamente convinto che solo all’Est si cercasse ancora di lottare per il valore dell’esistenza umana (vedi il nostro dialogo su Solženicyn in “Kultura”), queste parole avevano un significato molto preciso. (pp. 44-46)

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