Scuola e non scuola 5

 

Dal 2001 al 2007 ho scritto una serie di Croniche di scuola e non scuola. Le rileggo in questi giorni, e mi pare che delineino un quadro che anche nell’era gelminiana rimane immutato. Drammaticamente. Ne ripubblico qui gran parte. Continua a leggere

Scuola e non scuola 4

 

Dal 2001 al 2007 ho scritto una serie di Croniche di scuola e non scuola. Le rileggo in questi giorni, e mi pare che delineino un quadro che anche nell’era gelminiana rimane immutato. Drammaticamente. Ne ripubblico qui gran parte. Continua a leggere

Scuola e non scuola 3

Dal 2001 al 2007 ho scritto una serie di Croniche di scuola e non scuola. Le rileggo in questi giorni, e mi pare che delineino un quadro che anche nell’era gelminiana rimane immutato. Drammaticamente. Ne ripubblico qui gran parte. Continua a leggere

Scuola e non scuola 2

Dal 2001 al 2007 ho scritto una serie di Croniche di scuola e non scuola. Le rileggo in questi giorni, e mi pare che delineino un quadro che anche nell’era gelminiana rimane immutato. Drammaticamente. Ne ripubblico qui gran parte. Continua a leggere

Scuola e non scuola 1

Dal 2001 al 2007 ho scritto una serie di Croniche di scuola e non scuola. Le rileggo in questi giorni, e mi pare che delineino un quadro che anche nell’era gelminiana rimane immutato. Drammaticamente. Ne ripubblico qui gran parte.

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Sacrificio e scuola

Se, come pensano i seguaci di René Girard, tutto ciò che è specificamente umano ha origine nel sacrificio, anche la scuola non può non affondare le proprie radici in quella pratica, da cui l’Occidente di oggi pensa di essersi liberato solo perché ne ha distolto lo sguardo (al punto che dai mass-media non sono mai trasmesse le immagini dell’uccisione di animali, neanche dei polli che mangiamo: le trasmissioni televisive che trattano dell’allevamento di galline e maiali saltano in tronco il momento fatale dell’uccisione, su cui Alfred Döblin scrisse alcune pagine mirabili ). Vedere qui.

Trovo conferma dell’idea a pag. 56 de Il sacrificio, di C. Grottanelli (Laterza, Bari 1999, p.56). Continua a leggere

Precarietà italica

Vado alla scuola di mio figlio Guido, autistico a basso funzionamento e del tutto averbale di 13 anni, che frequenterà la terza media. Ci vado per parlare con la sua nuova insegnante di sostegno e con la nuova addetta all’assistenza. Le cambia entrambe, queste figure fondamentali per lui, e per una persona con autismo i cambiamenti sono sempre difficili. Bisogna prepararli. La sua scuola, la Arturo Martini di Treviso, autonoma quando anni fa la frequentò la mia primogenita, poi aggregata ad un’altra come succursale, quest’anno farà parte di un istituto comprensivo, come ora s’usa per risparmiare. Appena arrivo, ahimè, vedo che l’entrata principale è bloccata: sono in corso lavori di ristrutturazione o sistemazione di impianti, di messa a norma, o cose del genere. Saranno in corso anche durante i primi giorni di scuola. Ottimo per mio figlio, che soffre rumori e confusione, come tutti gli autistici, e non potrà entrare a scuola per la solita porta, e non troverà le persone con cui è abituato ad interagire. Si cercherà di provvedere in qualche modo, gli mostreremo le foto dell’insegnante e dell’addetta, e quella dell’entrata provvisoria, in modo che sia preparato alla novità. Tuttavia, a parte le considerazioni particolari, l’immagine della scuola italiana che si respira qui è deprimente: possibile che ogni inizio d’anno debba sempre avvenire nella provvisorietà, nell’incertezza, nella confusione? Con un sacco di docenti che non sanno ancora nulla della propria sorte. Perché nelle scuole medie si fanno i lavori quando inizia l’anno scolastico, mica in giugno, luglio e agosto. E la direzione scolastica provinciale di Treviso anch’essa per traslocare nella sua nuova sede ha atteso questi stessi giorni, i più problematici e affannosi dell’anno, e i locali che abbandona sono pieni di scatoloni, che sono pieni di documenti, anche di quelli che riguardano le situazioni dei precari che attendono una risposta. E lunedì inizia la scuola. Immagine della condizione dell’intera nazione italiana.

Scuola alla frutta

Il mancato riconoscimento sociale degli insegnanti, la loro frequente precarietà, le difficoltà di dialogo tra scuola e famiglia e il progressivo sgretolamento dei programmi formativi che definivano i percorsi dopo la scuola media contribuiscono a definire un quadro desolante. Chi oggi si trova a inserire un figlio nella scuola, in particolare a partire dalle superiori, deve spesso confrontarsi con problemi di ogni tipo. E questo è più o meno noto, con le dovute (grandi) differenze territoriali, che le citatissime ricerche Pisa-Ocse hanno ben evidenziato. Lo scrive Bruno Simili su il Mulino. Il resto qui.

Ma, ahimè, la scuola non solo non viene prima di tutto, come invoca il titolo dell’articolo: non è nemmeno a metà della graduatoria delle priorità.  Quasi fosse un peso del quale un buon governo dovrebbe liberarsi. I cantori della descolarizzazione saranno serviti. Abbastanza rapidamente.

Le sette piaghe della Scuola

Le strutture fatiscenti

La burocrazia dominante

L’inadeguatezza dei dirigenti a tutti i livelli

La demotivazione degli insegnanti

L’ottusità della classe politica

La pseudopedagogia

Le Riforme

Donna educante

Nell’attuale insopportabile eruzione retorica sulla condizione femminile si dimentica totalmente un dato importantissimo: nelle società occidentali, e massimamente in Italia, unico caso nella storia dell’umanità, l’educazione e l’istruzione dei maschi fino ai 18 anni è affidata quasi totalmente alle femmine. Qui questione femminile e questione maschile si fondono.