Renzi e PD

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RENZI & PD, un’analisi sintetica e fredda
di Fabio Brotto

Mi pare chiaro che Renzi non può né intende sparire dalla scena politica italiana, e mi pare altrettanto chiaro che, per varie e concorrenti ragioni, non può rimanere nel PD. Il PD è condannato all’estinzione, o ad una riduzione ai minimi termini, salvo imprevisti, che nella storia sono assai frequenti. Renzi certamente punta a far sua quella parte degli elettori di Forza Italia che, nell’eclissi di Berlusconi, sfuggono, per la loro natura di borghesi moderati, alla presa dell’estremismo antieuropeo e russofilo di Salvini. Bisognerà vedere quanti sono. Temo che non siano molti. In ogni caso, Renzi abbandona la Sinistra e si presenta come un Macron italiano. Ma proprio qui emerge un piccolo problema: per vincere oggi nelle democrazie occidentali, massmediocentriche e percorse dall’onda continua dei social, occorre che gli elettori, ammesso che esista davvero quella platea a cui Renzi pensa di riferirsi – in questo caso la borghesia, i ceti medi produttivi, ecc. – ti percepiscano come “novus”. E Renzi ha questo difetto: sarebbe percepito come un ritorno di quello che c’è già stato, e che molti italiani hanno odiato. Non funzionerà. Per sconfiggere il salvinismo e il grillismo occorre una novità vera, che all’orizzonte non si vede, per quanto potente sia il cannocchiale che usiamo.

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Quattro Riforme

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Quattro “riforme” della scuola in 20 anni: Berlinguer, Moratti, Gelmini, Giannini. Ognuna si è venduta come epocale, ognuna riposando su una menzogna costitutiva, unica ma con molti volti. Che la Riforma presente adatti la scuola all’Italia che cambia; che il cambiamento sia per sé stesso positivo; che la scuola debba integrarsi col mondo del lavoro perché così poi all’uscita gli studenti troveranno quel posto di lavoro che giustifica il loro essere studenti; che la scuola formi cittadini a prescindere dai contenuti dell’insegnamento; che tutte le discipline abbiano lo stesso valore; che le scuole siano delle aziende; che gli insegnanti siano funzioni; che la cultura e lo studio siano irrilevanti; che la scuola debba insegnare tutto; che l’educazione scolastica sia una realtà totalizzante che deve curare anche l’educazione sentimentale dei giovani; che gli studenti a scuola debbano essere felici; che la fatica e lo sforzo debbano essere banditi; che la responsabilità personale sia una questione irrilevante nei docenti come nei loro studenti; che ogni forma di competizione tra allievi debba essere bandita; che il singolo debba essere anzitutto solidale col suo gruppo. Le facce del prisma sono più numerose, ne ho elencate solo alcune: ma la menzogna è pervasiva, e ormai non è pensabile alcun risorgimento: la scuola dello Stato italiano ha concluso il suo ciclo. Resta qua e là qualche isoletta virtuosa, destinata ad essere annientata dallo tsunami.

La buona scuola

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Nella mia trentennale carriera di insegnante ho partecipato ad un solo (1) corso di aggiornamento. Mi è bastato per capire che tutta la macchina dell’ aggiornamento dei docenti è una costruzione il cui unico fine è economico, mascherato dall’ideologia del cambiamento come buono per sé. Come le consulenze, che hanno contribuito a impoverire l’Italia. Da abbattere senza pietà. Dopo decenni di aggiornamento, cambiamento, riforme, ecc., i risultati in termini di qualità della scuola sono sotto gli occhi di tutti. Vi dovrebbe essere un ripensamento di tutto, radicale, profondo. Non ve n’è traccia, mancano i presupposti. Invece è evidente che le cose che si dicono sono sempre le stesse, chiunque governi. Il mantra renziano ‪#‎labuonascuola‬ è l’ennesimo polverone, sta sullo stesso piano delle celebri Tre I. Ma il ripensamento che sarebbe necessario è impossibile, perché per ripensare occorre prima pensare. E quelli che sanno pensare non abitano i luoghi del potere. Altro che aggiornamenti e baggianate varie! La ‪#‎buonascuola‬ è quella in cui studenti e insegnanti fanno anzitutto e principalmente questo: studiano, studiano, studiano. Ma chi governa non sa che studiare non significa imparare il Bignami a memoria. Non sospetta nemmeno che lo studio del docente sia mosso anzitutto dall’amore per la propria disciplina, e che senza di quello ogni tecnica sia vana. Ovviamente, chi governa non sa nulla del significato latino di “studium”. Lo dico “sine ira et studio”. Certo che non è facile instillare l’amore per lo studio in chi è certo che il titolo di studio non gli servirà a nulla…

La scuola di Renzi

Anche questi politici renziani intenzionati a operare l’ennesima riforma pensano la scuola esattamente come tutti quelli che li hanno preceduti. Infatti prevedono “premi stipendiali fino al 30% per i docenti impegnati in ruoli organizzativi (vicepresidi, docenti senior) o attività specializzate (lingue e informatica)”. Dunque la differenza fondamentale tra i docenti, l’unica davvero significativa e decisiva, quella tra l’insegnare bene e l’insegnare male (la differenza che gli allievi percepiscono perfettamente, e in base alla quale giudicano gli insegnanti) per lo Stato continuerà ad essere irrilevante. Dunque coloro che la loro professione la esercitano male potranno prendere più soldi di quelli che la esercitano bene, anche perché i primi sono meno interessati all’insegnamento in sé, che per loro in genere è penoso e per cui non hanno una reale vocazione, e più inclini a darsi da fare in altro. La qualità della scuola continuerà a precipitare verso l’abisso. Tendenza che esiste da trent’anni, e che continua, inesorabile, con Renzi.