Renzi e PD

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RENZI & PD, un’analisi sintetica e fredda
di Fabio Brotto

Mi pare chiaro che Renzi non può né intende sparire dalla scena politica italiana, e mi pare altrettanto chiaro che, per varie e concorrenti ragioni, non può rimanere nel PD. Il PD è condannato all’estinzione, o ad una riduzione ai minimi termini, salvo imprevisti, che nella storia sono assai frequenti. Renzi certamente punta a far sua quella parte degli elettori di Forza Italia che, nell’eclissi di Berlusconi, sfuggono, per la loro natura di borghesi moderati, alla presa dell’estremismo antieuropeo e russofilo di Salvini. Bisognerà vedere quanti sono. Temo che non siano molti. In ogni caso, Renzi abbandona la Sinistra e si presenta come un Macron italiano. Ma proprio qui emerge un piccolo problema: per vincere oggi nelle democrazie occidentali, massmediocentriche e percorse dall’onda continua dei social, occorre che gli elettori, ammesso che esista davvero quella platea a cui Renzi pensa di riferirsi – in questo caso la borghesia, i ceti medi produttivi, ecc. – ti percepiscano come “novus”. E Renzi ha questo difetto: sarebbe percepito come un ritorno di quello che c’è già stato, e che molti italiani hanno odiato. Non funzionerà. Per sconfiggere il salvinismo e il grillismo occorre una novità vera, che all’orizzonte non si vede, per quanto potente sia il cannocchiale che usiamo.

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Partiti

Anno del Signore 2011. Ascolto Prima pagina alla radio. Un ascoltatore di Cosenza, elettore del PD, racconta una sua desolante esperienza. Si reca alla sede del partito per farsi dare una copia dello statuto. Si immagina che, dato il momento che sta attraversando l’Italia e dati i gravissimi problemi della Calabria, nelle stanze del partito sia tutto un fervere di riunioni. Si aspetta comunque di trovarvi parecchia gente. Nessuno. Solo una segretaria, che dell’esistenza di uno statuto del partito non sa nulla, e comunque non ne ha una copia da dare ad un elettore. Questi rimane del tutto sconcertato e si chiede come l’opposizione si stia preparando all’agognato dopo-Berlusconi. E a me viene in mente un’esperienza personale. Anno del Signore 1972. Ho 21 anni, e ho deciso di iscrivermi al Partito Socialista Italiano. Penso che la cosa sia semplice: adesso telefono alla sezione più vicina, mi faccio dire l’orario di apertura, e poi vado a tesserarmi. Dopo innumerevoli tentativi (il telefono squilla ma nessuno risponde, per giorni) mi risponde il segretario della sezione. Rimane allibito alla mia richiesta. Mi dice che bisogna essere presentati da qualcuno, e che comunque la sezione è chiusa quasi sempre, si apre in rare occasioni. Aggiunge che di solito le riunioni le fanno all’osteria. Poi scopro che trattasi di sezione demartiniana, che le sezioni sono divise per corrente, che a Venezia c’è una feroce lotta in corso tra demartiniani e lombardiani, e che c’è diffidenza nell’accogliere gli sconosciuti, senza sapere a quale corrente si affilieranno. Mi sa che nei partiti non sia cambiato molto, probabilmente mantengono alcuni aspetti tipici delle cosche.