Eroi e vittime

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Non si può essere un eroe se non si è una vittima.  Da sempre esiste questa dialettica: lo status di eroe si conquista con grandi fatiche e patimenti. L’eroe è colui che mediante la sofferenza infrange le barriere della propria condizione. Per questo per i Greci antichi era un essere semidivino. Giornata internazionale delle persone con disabilità, oggi 3 dicembre. Mentre torno a casa in auto dopo aver accompagnato a scuola il mio Guido, la cui disabilità intellettiva è radicale, e lo tiene fuori dalla sfera linguistica e concettuale, ascolto la radio. Parlano di un grande disabile, il pianista Michel Petrucciani, del quale hanno appena trasmesso una mirabile interpretazione. La disabilità fisica di Petrucciani, spaventosa, lo ha portato ad una morte precoce, ma la sua breve vita è stata una grande fiammata luminosa: il suo genio si è imposto al corpo, per così dire, volgendone le debolezze in forza creativa. Ma la lista dei disabili che hanno lasciato un segno sul mondo è lunga. Tanto per dirne una, la Nona di Beethoven è stata composta in una condizione di disabilità, quando il musicista era ormai totalmente sordo. E l’idea che nel disabile vi sia qualcosa di divino è antichissima. Pensiamo alla cecità, che priva gli umani di un immenso bene, ma che da sempre è considerata la possibile porta attraverso la quale passa la visione di un più profondo strato della realtà.  Pensiamo al divino Tiresia, l’indovino, o a Omero, il cantore degli eroi. O a Borges, in anni a noi più vicini. Anche la diversità mentale e la follia nelle società tradizionali vengono spesso interpretate come un contatto col divino, che tuttavia può essere anche considerato ambiguo o molto pericoloso… Come quella del cieco, anche la figura dello storpio e dello zoppo (ad es. Edipo) rappresentano archetipi di disabilità ricca di senso, e legata alla sfera trascendente e inquietante del sacro, spesso peraltro connotata dalla violenza. Il discorso sulla disabilità dovrebbe dunque essere molto ben articolato, se non si vuole scadere in una banale retorica del buonismo a buon mercato. Che però è quello che circola oggi sui media, in cui tutti siamo in varia misura invischiati. Anche nel campo della disabilità bisognerebbe procedere operando chiare distinzioni, e misurando bene le parole. Ma questo è impossibile se i concetti di base sono nebbiosi, o se prevalgono interessi non limpidi. Anzitutto occorrerebbe possedere un concetto ben fondato di disabilità, ed invece questo oggi è molto vago. Poi sarebbe necessario sempre ben distinguere i due campi della disabilità fisica e mentale. È del tutto evidente che la retorica della lotta per la vittoria di ascendenza nordamericana predilige nettamente esplicarsi (perché il terreno è più favorevole alla spettacolarizzazione) nella sfera della disabilità fisica. Dove il no limits appare in tutto il suo fulgore, dove è facile la produzione di narrazioni. L’onda della retorica in questa giornata mi è insopportabile, mi infastidisce profondamente l’evocazione di tutte queste individualità geniali che hanno combattuto e infranto i limiti della propria condizione. Sempre limiti fisici, ovviamente. Perché anche in questo campo, come in tutti, sono preferiti i vincenti. Agli sconfitti, a coloro che sono davvero prigionieri di limiti mentali insuperabili, agli annientati, ai disperati si preferisce non pensare, anche se sono legioni. E penso: «sia benedetta la disabilità che non ha bisogno di eroi!»

Crudo pensiero sulla disabilità

disability-insuranceUna verità cruda sulla condizioni dei disabili è la seguente. Una vita umana degna può essere garantita ai disabili in forma diversa da due tipi di società differenti: da una società tradizionale, in famiglie allargate in cui le donne sono dedite all’assistenza di bambini, vecchi e malati, e da una società avanzata e tecnologica, entro un quadro di welfare basato su risorse crescenti. Quando una società avanzata, in cui le donne hanno conquistato diritti e autonomia, smette di crescere economicamente e si impoverisce, in un contesto di famiglie destrutturate e nucleari, e senza reti sociali di protezione, con risorse per il welfare in decrescita, sognare un futuro positivo per i disabili è semplicemente folle. La divisione del compito di assistenza “a metà”, ovvero l’assunzione del peso da parte della componente maschile, in sé giusta e corrispondente alla sensibilità egualitaria nelle relazioni di genere, presuppone tuttavia una coppia stabile ed efficiente alle spalle del disabile. Il problema è che tale coppia in moltissimi casi e per le cause più varie alle spalle del disabile non c’è.

Censimento

L’Italia che verrà parte da qui… Dunque parte malissimo, da una raccolta di dati del tutto insufficiente. Sono molto colpito dall’assenza di qualsiasi domanda sulla presenza o meno di un disabile in famiglia. Dato il peso anche economico che nei prossimi dieci anni avrà in termini di scelte politico-amministrative e di civiltà la questione dei disabili, questa mancanza è sorprendente. Sono sospeso tra lo sconforto e l’indignazione.