Il canto delle arvicole

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Ricordi, amico, il canto delle arvicole
in quella sera del Settantadue?
Giugno o luglio, non mi ricordo bene,
ma era caldo e bevemmo molto vino
sulla riva dell’argine, sull’erba antica medica
che fa lucido il pelo dei conigli.
Bevemmo vino noi due filosofi
discutendo di mondi e libri e mutazioni
del cuore oscuro della storia. Andava intanto il fiume
che muoveva le alghe in lente spire
e scendeva la notte. Due ragazze
con noi ridevano ogni tanto.

Ricordi, amico, cantavano le arvicole
e le sentimmo, mangiavano e cantavano,
felici della vita ci sembravano,
di quella vita breve, esposta ai gufi
alle volpi e alle donnole rapaci.
In quella sera del Settantadue
un’arvicola d’acqua ci parlò:
Siate felici, umani, lunga vita!
Da quando parlano e cantano le arvicole?
tu mi chiedesti, e io risposi: è il vino.

Ricordi, amico, il canto delle arvicole
in quella sera del Settantadue?
Tu non ricordi, no, non credo,
di noi quattro solo io rimango
a misurare la vita delle arvicole
e quella umana, a ricordare il canto
di piccole creature a cui la voce
prestò per quelle ore in riva al fiume
la nostra giovinezza, il caldo e il vino.

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Micronote 61

gufin

1. “Maestro,” gli chiesero i discepoli, “ci è lecito piangere?” Rispose: “Se non piangerete voi, piangeranno le pietre”.

 2. Che i magnanimi siano pochissimi, e che la maggioranza degli umani sia composta da persone risentite, invidiose, meschine e codarde, questo è noto da millenni, egregio signore. E il magnanimo anche di ciò non si meraviglia.

3. Nel Veneto la cementificazione selvaggia dei decenni scorsi ha investito anche molti cervelli umani, determinando mutazioni genetiche impressionanti. Ne è nata una nuova specie, nella quale all’abnorme crescita della motilità intestinale corrisponde un altrettanto abnorme e caotico sviluppo delle sinapsi, con catastrofica caduta delle capacità razionali: il Venetista.

4. Conoscenza che uccide, la Sirena.

5. Vedono se stessi come puri, e la classe politica dominante come marcia fino al midollo, e irredimibile. Non saranno mai in grado di capire che un popolo moralmente sano, quale è immaginato dalla loro paranoia, non avrebbe mai e poi mai potuto secernere una classe politica di profittatori, corrotti e ladri come quella contro cui lanciano pietre. Questa classe politica presente non è il frutto di un complotto alieno, le sue radici sono profondamente immerse nell’humus nazionale, e nella storia dell’Italia e delle sue regioni. Corrupti incorruptum sibi animum fingunt.

6. “Non si muove faglia che Dio non voglia”. Al Cattolicesimo attualmente manca una sismoteologia.

7. Cosa sia il tempo lo saprà altri, io non lo so. Certo è cose differenti in ambiti differenti: per me è anzitutto l’abisso insuperabile che mi separa da tutto quello che per me ha maggior valore, è il senso di una perdita incolmabile, è il prefazio della perdita di ogni cosa. Ricordo che fin da quando ero bambino il presente era per me sempre già un esser-stato.

8. “Orsù,” disse, “se non siete incatenati in prigioni reali, createvene delle immaginarie, affinché possiate vivere la vita da schiavi che desiderate con tutto il vostro cuore”.

9. Epicentro di epicentri, tale è ogni essere umano fino all’ultimo sussulto.

10. Là s’incupiscono i mari, vasti e bui.

11. “Chiunque pensi che nella stretta scatola della sua mente sia entrata la vera realtà delle cose, costui è un imbecille,” disse.

12. E dunque, in questa fase finale del mio autunno, alle soglie del mio inverno, devo interrogarmi su cosa sia la maturità: di una cultura, di una civiltà, di una singola persona.

13. In Italia ci sono terremoti guelfi e terremoti ghibellini.

14. Che il Dio adorato sia concepito come violento o non violento dipende soltanto dagli umani.

15. Dimmi qualcosa, Tiresia, non stare lì a guardarmi muto e imbambolato!

16. Quando in una società l’ironia diviene un obbligo sociale di massa, quella società è spacciata.

17. “La chitarra elettrica è un prodotto del capitalismo,” disse.
18. Mai nella storia si è verificata una contingenza simile: tutte le nazioni contemporaneamente in crisi di identità.
19. Ogni forma di demo-crazia è sempre e comunque una espressione del KRATOS, la potenza, fratello di BIA, la forza violenta.
20. Da noi quando uno dice “in Italia non c’è democrazia” in realtà intende “io non sono al potere ma vorrei tanto andarci”.
21. Gli intellettuali più o meno influenti che parlando della democrazia odierna evocano sempre l’Atene di Pericle come società aperta, ecc., si ricordino che quell’Atene era una società a base schiavista, ed estremamente aggressiva verso l’esterno, ben più della non-democratica Sparta, e che fu essa a scatenare la terribile guerra del Peloponneso (che perse). Ci si ricordi che democrazia e pace, fin dall’inizio, non sono equivalenti, per nulla affatto.
22. Nessuno, mai, evoca l’interesse del Paese se non pensa che coincida col proprio particolare. Nessuno, mai.
23. Non è facile trovare oggi fra noi persone anziane a cui si possa riconoscere una personalità matura, nelle quali la decadenza del corpo corrisponda ad una piena maturità dello spirito. Il giovanilismo ideologico imperante accentua questa difficoltà. Come se la norma per un frutto fosse arrivare alla putrefazione da acerbo, saltando la fase del profumo e della dolcezza. Perché il fenomeno non riguarda un frutto singolo, per accidente, ma tutti quelli dell’albero occidentale.
24. DIO 1 e 2. Perché, riducendo la cosa in sé enorme ai suoi minimi termini concettuali, per una certa visione teologica il Dio-Vendetta e il Dio-Amore non possono essere lo stesso Dio, e quindi il Dio-Vendetta, ben presente nelle Scritture, è accantonato; mentre per l’altra visione teologica il Dio-Vendetta è nello stesso tempo anche il Dio-Amore, e la dimensione della vendetta è ineliminabile. Oggi nella Chiesa Cattolica sono compresenti entrambe le visioni, ed entrambe presentano problematicità e aporie. La seconda appartiene a quella che io chiamo la Destra cattolica, oggi minoritaria ma nel corso della storia prevalente.
25. CREDERE, PENSARE. Mi ha sempre colpito il fatto che nel comune discorrere pensare e credere, che in teoria dovrebbero indicare atti differenti, appaiano totalmente intercambiabili. La stragrande maggioranza delle volte in cui noi usiamo uno dei due verbi potremmo infatti usare l’altro. Provate a farne esperimento consapevole: sostituite “credo che” a “penso che” e vedete cosa ne consegue: in genere nulla, il significato che attribuiamo è lo stesso. Chiedetevi dunque quale esso sia. Io penso che non sia un’operazione così semplice. Anzi, lo credo.
Ma ciò che interroga il senso comune e la comune percezione del valore e del significato delle parole che usiamo, si transvalora, per così dire, nel linguaggio teologico che produce testi che vengono sottoposti ad un atto di fede. Il quale atto, sebbene la predicazione cattolica attuale più diffusa tenda a tradurlo in mero atto di fiducia, mantiene una fortissima ed evidentissima componente intellettuale. Al fedele è chiesto non solo di affidarsi a Dio con quella fiducia ma di credere ad un Figlio “della stessa sostanza del Padre”, “Dio da Dio”, “generato, non creato”, ad uno Spirito “che procede dal Padre e dal Figlio”, ecc.
Credere alla processione dello Spirito (vorrei tanto sapere quanti fedeli saprebbero dire cosa significhi…) è atto differente, e in che cosa, dal pensare che lo Spirito proceda? O forse il Credo proclamato è un atto di fiducia nella verità della Tradizione, ovvero nella istituzione che ha tramandato quelle formule come vere, e qui allora il credere-fiducia e il pensare divergono radicalmente?
Il fatto che gli intellettuali cattolici, con rare eccezioni, continuino a lasciare totalmente nelle mani del clero ogni riflessione sulla questioni sostanziali e radicali della fede e della religione, relegando il proprio pensiero alle questioni della società, della politica, ecc., mi pare molto grave. Ma forse questo è nella natura più profonda e immutabile del cattolicesimo come si è venuto strutturando nei secoli. In definitiva, la questione alla base di tutto è quella del Sacro, e di chi lo amministra.
26. Il compratore di anime le paga con cipolle d’Egitto, e tutti gli vendono le loro.

Berlino 1944

pervitinDi gialli e noir sono un lettore saltuario, e non particolarmente appassionato, ma questo romanzo di Harald Gilbers Berlino 1944 (2013, trad. it. di G. Giri, Emons 2016), primo di una trilogia, mi è piaciuto molto. Il titolo originale è Germania, il nome che avrebbe dovuto assumere la Berlino monumentale centro del Reich millenario sognato da Hitler. La storia è quella di una complessa indagine su un serial killer, con molti attori, in cui sono coinvolti in prima istanza un ex commissario della polizia criminale, l’ebreo Oppenheimer, e un capitano del servizio di sicurezza delle SS, l’ambizioso Vogler. Sospeso dal servizio, costretto a portare la stella gialla, Oppenheimer è ancora vivo solo perché è sposato con un’ariana, ma deve abitare in una Judenhaus, dalla quale ogni tanto qualche inquilino parte per destinazione ignota, dalla quale non è previsto alcun ritorno. ( È anche un consumatore di Pervitin una metanfetamina che circola nella Germania in guerra.) L’indagine si svolge tra maggio e giugno. Siamo in un momento particolarmente drammatico per la Germania, devastata da pesantissimi bombardamenti alleati, mentre la situazione sta per precipitare anche sul fronte occidentale. Perché mai le SS intendono servirsi di un ex poliziotto ebreo per una indagine su crimini sessuali perpetrati contro alcune donne, certo odiosi, anzi mostruosi, e tuttavia commessi in un contesto in cui i pretoriani di Hitler sembrerebbero dover avere altre preoccupazioni? La questione si complica molto con l’emergere di altri agonisti: i servizi segreti dell’esercito, il controspionaggio dell’ammiraglio Canaris, e sullo sfondo la Gestapo. Nella storia ha una parte anche il ministro della propaganda Goebbels.
Gilbers trascina il lettore dentro una Berlino allucinata e fantasmatica, nella quale anche nelle file del partito nazionalsocialista si agitano personaggi che perseguono fini contrastanti, e dove la disumanizzazione assume forme sempre nuove. Sembra che vi sia una lotta tra nazisti: perché lo stesso Goebbels ordina di proteggere la vita di Oppenheimer, mentre altri uomini del regime vogliono liquidarlo? Trattandosi di una trilogia, la fine di questo noir straordinario è provvisoria, con la vita di Oppenheimer e di sua moglie sospesa su un baratro, mentre il cielo notturno di Berlino avvampa.

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Oscillazione

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Il piccolo borghese oscilla continuamente tra il rifiuto ideologico delle ideologie e la fascinazione del totalitarismo: ciò che non lo abbandona mai è la paura di essere annientato, il bisogno di Grandi Capi e di capri espiatori, insieme al disprezzo per l’intelligenza critica, per la cultura alta e le culture altre.
Tutto cambia, e tutto cambiato ritorna. Intenda chi può.

Il grande racconto di Ulisse

ulix16Dopo la lettura della poderosa opera di Piero Boitani Il grande racconto di Ulisse (Il Mulino 2016), un libro che segue le innumerevoli piste percorse dalle varie reincarnazioni e mutazioni della figura dell’Itacese nel corso di tremila anni, anche attraverso un apparato iconografico di straordinaria ricchezza, che cosa mi resta? Molto, moltissimo, ma soprattutto la convinzione che il tradizionale modo di opporre le due figure di Abramo e Ulisse come simboli dell’apertura all’infinito (Abramo) e della volontà di ritorno a casa (Ulisse) sia fuorviante ed eccessivamente semplificatorio. Ulisse, a differenza da Abramo, non ha un’unica identità: è insieme l’eroe che rinuncia all’immortalità per fare rientro nella domestica e caduca intimità di Itaca, e l’anziano che abbandona nuovamente l’isola per sete di conoscenza insaziabile, che lo proietta verso l’estremo Occidente, oltre le barriere della morte.

La guerra degli Italioti

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Si dissero allora i tiranni degli Italioti: “Orsù, poiché gli Dei ci chiedono questo, e ci hanno creati affinché nutrissimo odio reciproco e ci disprezzassimo e scannassimo vicendevolmente come nessuna altra gente sa fare, riprendiamo con forza la nostra guerra, finché vi saranno braccia in grado di reggere uno scudo e scagliare una lancia”.

(Apollodoro di Cirene, La guerra degli Italioti, Libro X, 2)

Micronote 60

gufin

  1. Quando l’illusione è del tutto spenta, rimangono placata ragione o furia nichilista.
  2. Il sacrificio è il fondamento di tutto. In alcune culture è diffuso ovunque e apertamente religioso, in altre confinato nei mattatoi, oscurato e laicizzato. But I am an omnivore, and a hunter.
  3. L’Edipo e il Narciso della psicoanalisi sono andati ad infoltire le schiere dei centauri e delle ninfe.
  4. Quando parla di politica, anche la persona più colta viene risucchiata verso i bassifondi delle pulsioni elementari e violente. Questo da sempre, ma un tempo esistevano regole e convenzioni che trattenevano, e impedivano lo sprofondamento totale. In anni recenti sono saltate, la cultura si inabissa, la fogna emerge e ingoia tutto, e il tutto è canaglia, canaglia tecnicizzata che continua a conoscere e bramare una cosa sola: il linciaggio.
  5.  In dubio stat virtus. Virtus dubitandi virtus maxima.
  6. Disse il Maestro: “Non si può volere insieme che il lupo sia libero e che l’agnello viva”.
  7. Esistono compromessi dicibili e compromessi indicibili. In Italia questi ultimi sono più frequenti: per questo la mafia doveva nascere nel nostro Paese.
  8.  Dell’Impressionismo ora ho piene le tasche. Del Futurismo le ho avute piene da sempre.
  9. Di fronte a quelli che intitolano La verità su questo, La verità su quello innumerevoli articoli e post, massime di argomento politico, io mi sento Pilato: “Cos’è la verità?”
  10.  Veste di bisso,
    danzare sull’abisso
    a stella sguardo fisso
    insieme ad Elle e a Frisso.
  11. La maggior parte delle persone non sa veramente di essere mortale. Crede di saperlo, come crede di conoscersi. Ci sono uomini che sono stati in guerra, e hanno visto morire molti, ma non per questo hanno un vera consapevolezza della propria mortalità. Per ottenerla, salda e sicura e non come fantasma casuale, allontanabile con un gesto mentale di paura o ribrezzo, occorrono decenni di ascesi filosofica: tota philosophorum vita commentatio mortis est.
  12. Un anziano discepolo gli disse: “Ahimè, Maestro, ormai la mia vita è alle mie spalle”. Gli rispose il Maestro: “Se la vita è alle tue spalle, le tue spalle abbiano occhi”.
  13. Non ho mai conosciuto uno scettico intollerante. L’intolleranza non appartiene a chi dubita, ma a chi si sente in possesso di incrollabili certezze che vede minacciate.
  14. La libertà ha sempre un fondo oscuro: il tentativo di darne un spiegazione chiara, esauriente e definitiva, concettualizzandola e reificandola, la uccide.
  15.  Il massimo orrore è sempre impersonale.
    Così umano cerca umano anche nel male.
  16. “Volano gli anni, o siamo noi che voliamo?” mi chiese.
    “Purché voliamo nella giusta direzione, voliamo pure” gli risposi.
  17. “Das Problem ist nicht, was im Koran steht, sondern der Stellenwert des Korans als das endgültige letzte Wort Gottes, das angeblich direkt von Gott offenbart wurde. Da liegt das Problem.” Peraltro, questo stesso problema si pone in tutte le letture fondamentalistiche di una scrittura sacra, che viene proclamata Parola di Dio, e magari, come succede nel cattolicesimo, alcune volte (vedi divieto del divorzio) viene assunta come ultimativamente sic et non aliter pronunciata e non mediabile, altre volte, come nel divieto di giurare e di chiamare qualcuno padre, mediate e imposte ai fedeli dall’autorità ecclesiastica.
  18. Gli umani sono per natura religiosi, hanno bisogno di verità a cui aderire e di idoli da adorare, che li distinguano dagli altri e così offrano loro una identità collettiva. Nel caso della religione ambientalista, gli altri sono i distruttori dell’ambiente. Gli ambientalisti europei sono spesso ex comunisti (ed è bello, perché il comunismo reale ha distrutto l’ambiente più del capitalismo), e la loro escatologia immanente andrebbe studiata anche in relazione a quella marxiana. Andrebbe anche studiato l’escatologismo immanente anglosassone, per vedere in cosa si differenzi da quello continentale.
  19. – Un figlio autistico con grave ritardo mentale è una sfida infernale, un incontro fatale, uno sguardo sul male, un impegno totale, uno sradicamento esistenziale, una metamorfosi generale, un abisso finale.
    – Ma dài, pensa positivo, la vita è bella!
  20. ANESTESIA
    L’anestesia generale
    che salva dal male
    dà il senso finale
    a una vita mortale.
    Che i nostri corpi
    in piacere e in tormento
    son solo canne
    sbattute dal vento,
    che senza un corpo
    non c’è conoscenza
    non c’è odio, amore
    non c’è persistenza.
    Anime amate,
    volate lontano,
    sono illusioni
    di un cuore profano.
  21. La campagna di vaccinazione contro il pensiero critico iniziata ai primi del Novecento ha ormai coperto e reso immune il 98% degli Italiani.
  22. Si percepisce ovunque il risentimento dei non riconosciuti, un frullare di ali spennacchiate, occhi appannati, voci roche.
  23. Qualsiasi Soluzione Finale, mondana o religiosa, ateistica o metafisica, qualsiasi escatologia risolutiva comunque mascherata, ha sempre un carattere violento e sacrificale.
  24. Qualcosa di grosso nel buio là fuori
    ci aspetta, mi aspetta. E’ notte là fuori.
  25. L’ironia autentica ha un prezzo altissimo, si paga col sangue. Quella a buon mercato si trova ovunque, anche su tutte le bancarelle di Facebook.

Giano

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Passo il tempo a parlare con Giano.
E Giano è nella foglia,
nella foglia che oscilla ad oriente
per il vento dal curvo occidente,
e cade la foglia matura,
la figlia di Giano, la foglia.

Passo il tempo a parlare con Giano.
E Giano è nella lacrima
che scese sul volto bambino,
la lacrima della mia soglia
di un debole, un forte destino.

Passo il tempo a parlare con Giano.
E Giano è in questa pietra,
una figlia di Giano, la pietra.
Rivoltata in anni lontani,
che ritrovo. Un’altra? La stessa?

Passo il tempo a parlare con Giano.
Passo gli ultimi, poveri giorni,
a parlare con Giano, che tace.
Giano è due. Non parla in due bocche,
guarda cose, a oriente, a occidente.

Genocidio?

bashar-al-assad-siriaÈ più grave il massacro indiscriminato o il genocidio? Sono due forme dell’orrore totale, ma distinguerli è assolutamente necessario. Insisto: in un’epoca e dentro una cultura che stanno precipitando nell’indifferenziazione, occorre distinguerli ad ogni costo. Si dà genocidio quando esseri umani sono sterminati perché appartengono ad una stirpe, ad un genos odiato dallo sterminatore, a prescindere da religione, politica, economia, ecc. I nazisti sopprimevano gli Ebrei poveri, ricchi, di destra, di sinistra, atei, religiosi, ecc. Se una città è abitata da bianchi e neri e un tiranno decide di sopprimere tutti i neri per il solo fatto che sono neri e non bianchi, quello è un genocidio. I moventi secondari, che si intrecciano fino a portare a quello sbocco, e che potremmo chiamare pre-moventi, qui non contano più.
Quello degli Armeni è stato un genocidio, come quello degli Ebrei, dei Tutsi, ecc. Invece gli sterminii nei gulag comunisti prescindevano dall’appartenenza etnica, e per questo, sebbene abbiano comportato la fine di milioni di esseri umani, non possono essere definiti genocidio.
Quello che avviene ad Aleppo, dunque, non è un genocidio, ma un orribile massacro. Assad e i Russi hanno bombardato spietatamente la città perché militarmente, secondo loro, non vi era altro modo di riprenderla, e non già perché fosse abitata da una razza odiata dal capo del regime, e nemmeno per motivi religiosi. Sappiamo, anzi, che sotto quel regime il livello di tolleranza religiosa era singolarmente alto per un Paese prevalentemente musulmano. Viceversa, un sunnita fedele era premiato, e un alawita oppositore tolto di mezzo. Quelli che non erano e non sono tollerati da Assad sono infatti gli oppositori politici. Il trattamento riservato a questi fa orrore ad un democratico occidentale, ma non è genocidio. Assad non faceva eliminare nessuno in quanto sunnita o cristiano, ma solo in quanto oppositore al regime.
Genocidio non equivale a sterminio di massa, non sono fattori quantitativi a determinare la differenza tra strage e genocidio, ma il fine per cui sono perpetrati, l’intenzione che anima l’azione violenta.
Sono fortemente preoccupato dalla degenerazione della cultura dominante, che si sta trasformando in qualcosa di amorfo, in cui ogni parola è intercambiabile, e che è disponibile per questo ad ogni manipolazione.

La vegetariana

50cc046aa1b961c1440ed82a0ae1fc77_w240_h_mw_mh_cs_cx_cyLa vegetariana, di Han Kang (Adelphi 2016). Il titolo può trarre in inganno: qui non si tratta di una scelta di alimentazione, si tratta della parabola di una giovane donna coreana che ad un certo punto della sua vita, a partire da un senso di orrore per la carne, aspira a farsi pianta, albero, a vivere di mera luce. Mi ha fatto venire in mente, seppure in un contesto culturale diversissimo, la fase finale della vita di Simone Weil. Un romanzo duro, di interpretazione non facile, una vicenda che lascia sconcertati, e che richiederebbe forse una conoscenza della Corea e della sua cultura che mi manca e che non avrò mai.