Homo necans

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Col progresso della coscienza le civiltà superiori esigono una serietà assoluta, il sacrificio umano effettivamente compiuto. La massima espressione del potere statale fu pertanto la pena di morte; la notevole corrispondenza tra l’esecuzione capitale del criminale come festa pubblica e un rituale sacrificale è stata più volte descritta. Nei tempi antichi la pena di morte non minaccia tanto l’assassino profano quanto chi infrange comandamenti religiosi, calpesta un recinto “inaccessibile”, entra, non consacrato, nella casa dei misteri o depone un ramoscello su un falso altare. Il tabù diviene addirittura il pretesto per trovare vittime allo sfogo della sacra volontà di distruzione. Continua a leggere

Guerra

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Scrive Clausewitz.

La guerra […] rassomiglia al camaleonte perché cambia natura in ogni caso concreto.

In questioni così pericolose come la guerra, sono […] gli errori risultanti da bontà d’animo quelli maggiormente perniciosi.

Poiché la guerra non è un atto di pressione cieca, anzi, lo scopo politico è in essa predominante, è il valore di questo scopo che deve servire di misura alla grandezza dei sacrifici cui siamo disposti ad assoggettarci. Continua a leggere

Nuovo modo di pensare?

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Su Anthropoetics si può leggere un articolo di Eric Gans, nel quale presentando i testi delle relazioni svolte dai partecipanti al GATE 2007, il creatore dell’antropologia generativa ritorna sulla natura di questa come nuovo modo di pensare. Si tratta, a mio giudizio, di una questione estremamente problematica. http://www.anthropoetics.ucla.edu/ap1302/1302gans.htm Continua a leggere

Rileggo Simone Weil 41

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Solo Israele ha resistito, in senso religioso, a Roma, perché il suo Dio benché immateriale era un sovrano temporale, al livello dell’imperatore; ed è grazie a questo (rovesciamento) che il cristianesimo ha potuto nascere là. Elezione, se si vuole, in questo senso. La religione d’Israele non era abbastanza elevata da essere fragile, e grazie a tale solidità ha potuto proteggere la prima crescita di ciò che è il più elevato.
(Nell’ordine delle condizioni di esistenza, il bene produce il male, e il male il bene; ma a partire da meccanismi determinati). (II, 183-184) Continua a leggere

I Greci e l’irrazionale

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Dunque né Protagora né Socrate corrispondono esattamente al concetto popolare moderno di razionalista greco. Quel che a noi sembra strano è che ambedue mettono da parte tanto facilmente il contributo delle emozioni nel determinare la condotta umana normale. E sappiamo da Platone che anche i suoi contemporanei lo trovavano strano ; su questo punto c’era una frattura netta fra gli intellettuali e l’uomo comune. «Quasi tutti, dice Socrate, non vedono la conoscenza come una forza (ισχυρóν), e tanto meno come una forza dominante, direttiva ; credono che spesso un uomo possa possedere la conoscenza ed essere governato da altre cose : una volta dall’ira, un’altra volta dal piacere o dal dolore, talvolta dall’amore, molto spesso dalla paura; la conoscenza la immaginano, in realtà, come uno schiavo, bistrattato da tutte queste cose ». Protagora ammette che questa è l’opinione corrente, ma ritiene che non meriti una discussione, perché « la gente comune direbbe qualunque cosa ». Socrate, che invece la discute, spiega quest’opinione traducendola in termini intellettuali: la prossimità di un piacere o di un dolore immediato porta a falsi giudizi, analoghi agli errori di prospettiva visiva ; un’aritmetica morale scientifica correggerebbe questi errori.

Eric R. Dodds, I Greci e l’Irrazionale (The Greeks and the Irrational,  trad. di V. Vacca De Bosis, La Nuova Italia 1978, pp. 221 – 222). Continua a leggere

Padre

Sulla pagina di letteratura canadese di Bibliosofia sono state pubblicate due cose che hanno a che fare con la figura del padre: il racconto di Angela Leuck Rivelazione  e la poesia di Carmine Starnino Amore di Padre .

Paleologo

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Bellissima edizione delle memorie di Giorgio Sfranze, col testo greco a fronte, splendidamente curata da Riccardo Maisano, questo Paleologo. Grandezza e caduta di Bisanzio, Sellerio 2008. Giorgio Sfranze ha vissuto al servizio della casata imperiale dei Paleologo gli ultimi anni di Bisanzio, in posizione di grande responsabilità diplomatica. Questo suo diario, questo commentario asciutto e tragico, si legge con un senso di stupefazione e di angoscia, come sempre quando si entra in contatto ravvicinato con uno spirito consapevole, e travolto dai tempi e dalla tragedia della storia. Sfranze, che ebbe una vita ricca di imprese e di sventure, tra le quali quella di un figlio quattordicenne fatto prigioniero e ucciso dal sultano di sua propria mano, finì i suoi giorni poveramente in un monastero, dopo aver bevuto fino all’ultima goccia l’amaro calice.
Impossibile resistere (almeno per me) ad un incipit di questo genere:

Questo racconto delle mie sventure e di alcuni eventi accaduti durante la mia vita infelice è stato scritto da me, il misero Giorgio Sfranze, un tempo protovestiarita e ora monaco indegno col nome di Gregorio.
Meglio sarebbe per me se non fossi nato, o se fossi morto bambino! Ma poiché così non è stato, sappiate che nell’anno 6909 io nacqui, addì 30 d’agosto, martedì, e fui tenuto a battesimo dalla pia e santa monaca Tomaide, della quale al momento opportuno racconterò la vera storia
(p. 51)

Rileggo Simone Weil 40

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L’obbedienza a Dio, vale a dire, nella misura in cui non possiamo concepire, immaginare, né rappresentarci Dio, al nulla. Questo è allo stesso tempo impossibile e necessario – in altri termini soprannaturale.

La religione in quanto fonte di consolazione è un ostacolo alla vera fede, e in questo senso l’ateismo è una purificazione. (pp. 164 -165) Continua a leggere