Desiderio, nulla

Il desiderio crea il suo oggetto, da un lato, e dall’altro ha una dimensione ineludibilmente sociale. Infatti la bellezza che Narciso scopre nella propria immagine, per essere riconosciuta come tale, richiede un canone. La bellezza non è immediata. Il desiderio di Narciso è anzitutto in potenza. Dovrebbe passare in atto nel momento in cui egli scorgesse un essere desiderabile. Ma la desiderabilità dell’altro da sé non è un prodotto totalmente autonomo del sé. Narciso attribuisce esistenza e alterità a quello che vede riflesso nelle acque. Il suo dunque è un errore di interpretazione, vede l’altro dove c’è l’identico.
Don Giovanni è solo in parte Narciso. Narciso seduce inconsapevolmente e incolpevolmente Eco, mentre l’amore di sé in Don Giovanni coesiste col più alto grado di consapevolezza. Infatti egli non è amante, ma seduttore. La figura che dovrebbe essere evocata come espressione dell’impossibile fusione dei due in uno è quella di Tristano.
L’avaro che nasconde il suo tesoro per possederlo pienamente è paradossale, nel senso che il possesso e il desiderio sono alternativi. Non si può desiderare ciò che si possiede: su questa massima si è costruita la visione occidentale dell’amore. Perciò, se amore e desiderio sono la stessa cosa, è sensato che l’amante allontani da sé l’amato, qualunque cosa questo sia, al fine di poter perpetuare il desiderio. Proiettare l’amato nella non esistenza potrebbe rappresentare il massimo di esasperazione del desiderio stesso e il compimento della logica del desiderio-amore.

Religione, filosofia

Penso che la ripulitura filosofica di una religione sia radicalmente impossibile, tranne che riducendola a filosofia, ovvero negandola come religione. E non v’è dubbio che nella storia della Chiesa i rapporti con la filosofia siano stati ambigui, di necessità. Da un lato la volontà di Dio, espressione che è impossibile tradurre in linguaggio coerentemente filosofico senza cadere in paralogismi, contraddizioni e antropomorfismi di diverso ordine e grado. Dall’altra i miracoli, tema essenziale della pietà cattolica (oggi ridotto a quello di rare guarigioni da qualche forma di tumore e totalmente privato dell’aspetto storico-fattuale del mirum). Torna sempre di nuovo la questione dell’unità del reale, dell’olismo su cui annaspa anche il pensiero di Mancuso, e della possibilità di pensare la trascendenza. Tra una fede infantile e ingenua da un lato, e la riduzione alla mera simbolica sospetta di insignificanza dall’altro, una via mediana si presenta oggi impossibile ma inevitabile.

Verità, tempo

Il problema della verità nella sua relazione allo scorrere del tempo. Le visioni del mondo e i costumi mutano di società in società, di epoca in epoca. Leggiamo ora il Sillabo del 1864, nel quale sono affermazioni della cattedra di Pietro che oggi ci appaiono assolutamente inaccettabili, anzi che oggi il Magistero ecclesiastico stesso rifiuta, proponendo invece il loro contrario.
Ad esempio, la proposizione condannata XXIV recita: “La Chiesa non ha potestà di usare la forza, né alcuna temporale potestà diretta o indiretta”. Quindi il Papa di allora afferma ex cathedra che la Chiesa ha il diritto di usare la forza, ed esercita di diritto un potere mondano. E si condanna altresì l’affermazione (LV) che “È da separarsi la Chiesa dallo Stato, e lo Stato dalla Chiesa”. Quindi secondo il Papa di allora Stato e Chiesa non devono essere separati. E si potrebbero citare molte altre affermazioni di quel pronunciamento dottrinale pontificio che la stragrande maggioranza dei cattolici di oggi non può accettare. Ma se vengono relativizzate al contesto storico-culturale divengono appunto relative. E si debbono pensare come relative anche le affermazioni papali odierne. Continua a leggere

Religioso, sociale

Distinzione tra il religioso e il sociale: la nozione per cui il sociale imita il religioso è erronea. Il religioso è il sociale, poiché la con-fusione dei due è originaria. Si potrebbe invece asserire che il sociale che si autocomprende e si proclama non-religioso lo fa necessariamente nei termini del religioso stesso. Ogni ateismo è religione, come ogni laicismo. E quindi presenta le due caratteristiche della religione: il mito e il rito. L’umano, poi, non sfugge alla trascendenza, perché questa è costitutiva del suo essere umano. Bisogna tuttavia distinguere tra una trascendenza mondana, per così dire, che è inerente al pensiero e al suo fondamento segnico, e la trascendenza assoluta di quello che si afferma come divino. La prima è autoevidente, al punto che molti non la riconoscono come trascendenza, la seconda esige un atto della mente che è l’atto di fede di secondo grado (il primo essendo quello nella corrispondenza tra il mondo al di fuori di me e il mio senziente-pensante essere nel mondo, ovvero nella esistenza di me come soggetto).

Estetica

Il fatto che il contenuto in sé orrendo, terribile, insostenibile di una rappresentazione sia nell’arte reso non solo sostenibile, ma anche piacevole, nel senso di quel piacere profondo che si prova quando si è travolti da un’emozione estetica, questo fatto su cui si è meditato dai tempi dei Greci e che spesso è stato percepito come paradossale o enigmatico, va senza dubbio riportato all’origine dell’umano. Il segreto è nella rappresentazione stessa. La rappresentazione in sé è ciò che consente all’umano il distacco dal flusso degli appetiti e delle emozioni e la loro disponibilità trascendentale. Non solo l’oggetto d’appetizione e le relazioni sociali con i co-specifici nella rappresentazione vengono fissati trascendentalmente rispetto al mondo mondano, ma anche la catena degli eventi, che appare come tale nel momento in cui nella mente umana si accende la triade passato-presente-futuro. Nessuna realtà può apparire come evento se non all’interno della temporalità. E questa ha molto che fare con la percezione della sicurezza. La distanza del soggetto che contempla l’opera d’arte dai contenuti terribili di quella è la distanza tra chi è al sicuro e chi è coinvolto attualmente, mediata dalla rappresentazione. Perciò la prima opera d’arte è il racconto di una caccia sanguinosa del paleolitico.
Ma l’origine in senso storico essendo inattingibile, su di essa si può solo speculare filosoficamente.

Che cosa siamo

Che cosa siamo deve essere detto da un sapere che abbia come oggetto l’umano. Da un’antropologia, un logos sull’uomo.
La tecnoscienza contemporanea può dell’uomo fornire solo aspetti particolari, l’evoluzionismo biologico può fornire una spiegazione di alcuni livelli della realtà, ma l’idea complessiva dell’umano che offre il pensiero scientistico contemporaneo è invece fondata su assunti fideistici, su un credo aprioristico: quello che esista solo il mondo materiale (materialismo) governato da leggi e principi come quello dell’adattività, che negano la possibilità di fondare teoricamente ciò che per noi è essenziale in quanto umani, ciò per cui anche possiamo decidere di attribuire un valore superiore a quello della stessa vita: la libertà e la coscienza e la ragione critica.

Il Dio irrappresentabile

Nella Bibbia il Dio irrappresentabile emette però dei comandi, anzi, compie delle azioni. Ovvero è anzitutto Colui che libera dalla schiavitù, e poi la fonte della Legge, cui in un terzo momento viene attribuita la creazione del mondo intero, come ormai sa anche il seminarista alle prime armi. La non rappresentabilità della fonte della legge non impedisce l’obbedienza alla legge, altrimenti dovremmo dire che di tutto ciò che ha relazione con l’irrappresentabile non si può nemmeno parlare. Continua a leggere

Religione, Chiesa

Quando si discute di religione e Cristianesimo, la tendenza è inevitabilmente quella di assumere un atteggiamento accusatore o apologetico, e dunque una posizione mimetica, di individuazione di colpevoli e di espulsione (gli eretici, gli inquisitori degli eretici, i pensatori che hanno elaborato i dogmi e i modi di difenderli, i modernisti, i reazionari, gli anti-conciliari, i progressisti, ecc. ecc., in un continuo accusarsi e addossarsi l’un l’altro le colpe della caduta morale dell’umanità, della corruzione e del male). Continua a leggere

Psicoanalisi

Fu durante una breve permanenza a Parigi, nel 1979, che la natura di surrogato della psicoanalisi mi apparve in tutta chiarezza. I giovani intellettuali parigini con cui entrai in contatto ne erano tutti pervasi, era il loro linguaggio comune, essi parlavano lo psicanalese, vivevano come nel quadro di una religione, si sentivano depositari di una rivelazione. Ma il loro era il gergo di una scuola, la cui funzione è anzitutto quella di differenziare il gruppo di chi lo parla e intende dalla massa dei profani, secondo una logica di espulsione ed esclusione che è antica quanto il mondo. Essa dà una forma di sicurezza a coloro che se ne sentono partecipi. Penso che solo uno studio degli effetti placebo e nocebo sgombro da ogni pregiudizio potrebbe riportare l’efficacia clinica della psicoanalisi in quanto tale al suo grado di verità. Come tutti gli strumenti umani che sembrano creati per la liberazione, la psicoanalisi incessantemente si converte in dominio.

Teismo/ateismo

L’umano è l’animale che pensa la morte. Per questo la morte è sempre al centro. Essa è generativa dell’immaginazione proprio perché gli umani non possono accogliere nel pensiero quel vuoto che essi soli pensano: sono esseri paradossali. “Siam pronti alla morte” per entità immaginarie perché queste hanno con la morte un legame indistruttibile. Coloro che, come gli psicologi evoluzionisti, si illudono di possedere la chiave interpretativa dell’umano nella metafisica dell’evoluzione che non sa di essere tale (cioè una metafisica) oscurano la tendenza fondamentale che ci anima: l’animale, l’umano e il dio sono nati nello stesso istante e possono essere definiti solo in relazione reciproca. Per questo, anche, nessun discorso può essere mai totalmente separato dalla religione, e ogni anti-teologia si rovescia in pseudoteologia, e ogni ateismo non può vivere come semplice a, ma ha bisogno vitale di ciò che lo segue.