Autoricordi: Sunbeam Rapier

Nel 1958 qualcuno regalò a me e a Paolo mio fratello alcune piccole automobiline di metallo, lunghe pochi centimetri. Made in England, la prima espressione inglese che incontrai nella mia vita. Ci giocammo molto. Ricordo che una era una Cadillac, auto avvolta di fascino e grandiosità americana, poi c’erano un camioncino rosso dei pompieri e una corriera azzurra. Tutte minuscole e pesanti, spinte correvano velocissime sul pavimento dell’appartamento dove abitavamo, a San Giacomo dell’Orio. Quella che mi piaceva di più era una Sunbeam Rapier, che mi portavo anche a scuola nella cartella insieme al sussidiario e al libro di lettura foderati di carta blu e ai due quaderni a righe e a quadretti dalle copertine nere. Nessuno dei miei compagni ne aveva una simile. Sunbeam Rapier: nome misterioso, i miei genitori non sapevano l’inglese e non sapevano cosa significasse. Non ne ho mai vista una vera, ma l’immaginazione ha galoppato a lungo. Sognavo di impugnare un volante, di essere grande.

Il Gaudente e la Savonarola

Mi piacciono i politici come Frattini, che, svegliandosi dal suo sonno dogmatico, dichiara in un’intervista riportata nel suo Diario Italiano. «Ormai è chiaro che l’ingordigia e questo abisso di immoralità, perché di questo si tratta, sono il sintomo di un sistema di regole che non funziona più.»  «Siamo in un abisso di immoralità e tutto quello che si fa rischia di essere solo la rincorsa dell’emergenza.» « Si è prodotto un meccanismo diffuso di ruberie, di approfittamento personale e direi di sfrontatezza.» «Io non posso accettare che nel mio partito ci sta un signore che organizza festicciole vestito da antico romano con le ragazze che versano le coppe di mojito». Ci si può chiedere in che mondo vivesse il buon Frattini fino a qualche giorno fa. Certo, dal punto di vista della carriera politica personale, anche lui deve molto a Berlusconi… E che dire di una Polverini che diventa un Catone? ‘Na Catona, mi par di sentir dire in romanesco. Dobbiamo forse pensare che le poche persone serie che sembrano abitare il mondo della politica italiana siano anche cieche e sorde, e si possano accorgere del meccanismo diffuso di ruberie e dell’ abisso di immoralità solo quando scoppiano i bubboni e tutto crolla? Ci sono speranze? Nessuna, per coloro che non amano illusioni e illusionisti. Il nostro è un Paese moralmente irriformabile, culturalmente e antropologicamente stabilizzato, solidamente ancorato ad una visione del mondo furbesca e cialtronesca, interclassista e interpartitica, un modo di essere che in certe fasi può anche produrre ricchezza, in altre, come quella che stiamo attraversando, produce solo disastri. Chi governa pensa agli affari, l’opposizione svolge male la funzione di controllo, in parte per incompetenza in parte perché pensa agli affari di quando governerà. E il Cattolicesimo italiano non può autoassolversi, e chiamarsi fuori: esso non ha saputo dare agli Italiani una solida spina dorsale etica. Dante lo aveva già visto benissimo. Da noi si oscilla sempre tra il grasso Gaudente e il livido Savonarola, tra i quali ci sono 6 gradi, e forse di più.

Casaleggio

Un problema interessante per psicologi, filosofi, antropologi  e politologi: molti italiani colti e intellettuali pensano che da costui verrà la salvezza dell’Italia.

Vittime e differenze

La cultura occcidentale contemporanea è profondamente segnata dal vittimismo. Tutti concepiscono se stessi come vittime attuali o potenziali, o si atteggiano a vittime. Anche i potenti lo fanno, e Berlusconi ne è stato l’esempio più chiaro. Come se la vittoria, il riconoscimento e l’onore dovessero spettare a chi presenta più marcati i caratteri della vittima. Perché vi siano vittime occorre però che vi siano persecutori, ed ecco che chi rivendica per sé il ruolo della vittima deve additare i suoi persecutori. Avviene continuamente, e avviene così che Grillo si presenti urlando furiosamente come vittima di Bersani, e Bersani di contro urli minaccioso che Grillo è lui il fascista vittimizzatore. Osservo che questo dilagare del vittimismo in Occidente coincide con un progressivo annientamento delle differenze. Nella coscienza collettiva occidentale ogni differenza è ormai vista come attuale o potenziale ingiustizia, e chi introduce differenze o sostiene le ragioni della differenza viene avvertito come persecutore o reazionario (i due termini tendono a essere intercambiabili). Poiché tutte le differenze devono sparire – tra uomo e donna, tra umano e animale, tra vecchio e giovane, e forse tra morto e vivo. Così chi si oppone al matrimonio omosessuale è un persecutore, chi va a caccia o a pesca è un persecutore, chi mangia carne è un persecutore, chi taglia un albero è un persecutore. La dialettica del vittimismo nel suo nesso con la negazione delle differenze produce mostri, e infine, venendo meno quella tra vittima e persecutore, sprofonda l’umano nel caos.

Micronote 18

  1. Il problema della politica italiana è che un serio partito conservatore non c’è. Tutti si sentono riformatori.
  2. Nullum imperium democraticum sine arcanis suis.
  3. In questo momento in Italia i politici dovrebbero dibattere un solo argomento: il fallimento della Sicilia.
  4. Il fatto che una affermazione sia iscrivibile entro il cosiddetto Pensiero Unico non la rende per sé meno veridica di una che se ne colloca all’esterno. In entrambi i casi si deve esercitare la critica.
  5. In Canada ci sono più armi per abitante che negli USA, ma molti meno delitti. In Svizzera i mitra militari in casa, e zero delitti…
  6. Le conseguenze del fatto che quella economica non è una scienza dura sono estremamente dure. Continua a leggere

Utoya

Dice Umberto Veronesi, qui, sostenendo la validità della sentenza del tribunale che ha giudicato il responsabile delle stragi di Oslo e Utoya: «Fino a pochi anni fa pensavamo che con il tempo aumentassero solo le sinapsi, i collegamenti fra neuroni. Oggi abbiamo scoperto invece che il cervello è dotato di cellule staminali proprie, e dunque si rigenera. Quindi anatomicamente il nostro cervello può rinnovarsi. In effetti ognuno di noi può sperimentare come il suo modo di pensare e sentire non sia lo stesso di 10 anni prima; ma il ragionamento ha ben più forti implicazioni a livello della giustizia, perché il detenuto non è la stessa persona condannata 20 anni prima. Personalmente io appartengo alla vasta schiera dei sostenitori dell’ origine ambientale del male: non esistono persone geneticamente predisposte al delitto, ma esistono persone psicologicamente più fragili che vengono influenzate da fattori esterni (famiglia, cultura, disagio sociale o psichico) che li spingono al crimine. Se accettiamo questo presupposto scientifico, allora tanto più il compito della giustizia non è la vendetta, la greca Nemesi, ma è la Metanoia, il ravvedimento predicato da Giovanni Battista sulle rive del Giordano, e dunque la rieducazione e, in caso di successo, il reinserimento sociale.»
Questa posizione di Veronesi ha in comune con quella espressa da Arnaldo Benini sul Sole 24 ore di oggi la riduzione (contraddittoria) dell’umano al cervello e l’annientamento del concetto di responsabilità delle azioni compiute. Continua a leggere

Formica lugubris 2

Sulla superficie dell’acervo, l’attività è frenetica. E c’è un continuo arrivo di cacciatrici, che con le mandibole trascinano ogni sorta di invertebrati: qualsiasi insetto, bruco o verme può essere cibo per le formiche dei boschi, che sono carnivore. Il comportamento degli animali sociali (dagli insetti agli uccelli ai mammiferi) mi affascinava negli anni della mia fanciullezza e mi affascina ancora, per la relazione tra il singolo e l’insieme. Il valore dell’individuo, la sua possibilità di differenziarsi dal branco per qualche carattere solo suo, tra gli insetti sociali è pari a zero, mentre la sua disposizione al sacrificio nell’interesse della collettività è massimo. Sono animali totalitari.  La formica lugubris, poi, non tollera altre specie di formiche entro il suo territorio, e le stermina tutte, anche quelle vegetariane, che non rappresentano alcuna forma di concorrenza. Non va per il sottile, non accetta di convivere con gli altri. Ma è natura questa, non cultura.

Formica lugubris 1

Per tutti gli anni Sessanta, a Venezia, ho avuto a disposizione poche specie di formiche, e in fondo non troppo interessanti: tetramorium caespitum, pheidole pallidula, lasius mixtus. Ma durante le vacanze estive in montagna tutto cambiava, e la mia attenzione era quasi interamente riservata alla formica sanguinea e alla formica lugubris: due specie guerriere, numerose e potenti. Qualche giorno fa, sulle Prealpi trevigiane, ai margini del bosco mi sono imbattuto in alcuni acervi di formica lugubris, e mi sono ricordato di quei tempi lontani, quando introducevo il braccio nudo nel gran mucchio di aghi di pino, e lo ritraevo coperto di piccole guerriere inferocite e odoroso di acido formico. Odore familiare, intermittenza del cuore.

Olimpismo



Il primo dei Principi fondamentali dell’Olimpismo, scritti all’inizio della Carta Olimpica, recita: «L’Olimpismo è una filosofia di vita, che esalta e combina in un tutto armonioso le qualità del corpo, della volontà e della mente». Infatti a guardare i corpi anabolizzati degli atleti vien proprio da dire: quanta bella filosofia di vita! Gran filosofia di vita, indubbiamente: del gigantismo, dello sviluppo abnorme, dell’inganno medico-assistito, ecc. – degna consorte dell’ipertrofia capital-finanziaria. La menzogna sportiva eretta a sistema si trova oggi benissimo a Londra, nella patria originaria dello sviluppo industriale, come quattro anni fa si era trovata benissimo nella Pechino capital-comunista.

CZ 125

Da buon veneziano, presi la patente tardi, nel 1975, a 24 anni. E il mio primo mezzo di trasporto fu una moto, quella che si vede in questa foto, scattata con una Kodak Instamatic nel luglio del 1976: una CZ cecoslovacca, la moto più economica che allora si potesse acquistare in Italia. Non potevo viaggiare in autostrada, perché aveva solo 125 cc di cilindrata. Bicilindrica a miscela, rumorosa e abbastanza puzzolente. Le scattai questa foto durante una sosta dalle parti di Ferrara. Ero partito all’alba alla volta dell’Argentario, da solo e con la moto stracarica (tenda canadese, materassino gonfiabile, sacco a pelo, ecc.). Feci il passo di Raticosa. Arrivai verso sera alla meta, col sedere indolenzito. L’anno dopo mi comprai una Fiat 126, e passai la moto a mio fratello, che non la trattò molto bene, sicché ebbe breve vita, poveretta.