Scuola e non scuola 24

Dal 2001 al 2007 ho scritto una serie di Croniche di scuola e non scuola. Le rileggo in questi giorni, e mi pare che delineino un quadro che anche nell’era gelminiana e postgelminiana rimane immutato. Drammaticamente. Ne ripubblico qui gran parte.

2 marzo 2005 A.D.

REALTÀ I. Il vecchio Francisco Miranda, il rivoluzionario sudamericano che coi suoi ricordi occupa la parte finale di Una via nel mondo di V.S. Naipaul (A Way in the World, 1994, trad. it. di M. Dallatorre, Adelphi, Milano 1995), è un tipo umano che ricorda, per alcuni aspetti, quella astrattezza dei patrioti di cui scrisse Vincenzo Cuoco a proposito della mancata rivoluzione partenopea del 1799, ma che a me ricorda anche l’astrattezza dei Pedagogisti, quel loro mancato afferrare (begreifen) la realtà, che è una delle concause della rovina della scuola italiana di oggi. Sembra che esista, in effetti, un modello, un archetipo di legame mancato con la realtà, che si può riprodurre all’infinito, negli ambiti più disparati, ma sempre con le medesime caratteristiche, e con le stesse disastrose conseguenze. Le caratteristiche ricorrenti mi paiono chiaramente presenti nel passo di Naipaul. 1) Anzitutto, come l’interlocutore di Miranda vede bene, vi è la tendenza alla semplificazione delle cose. In questa i nostri esponenti del Potere Pedagogico Sovrano hanno raggiunto un livello eccelso, ed eccellono tuttora. La realtà essendo complessa, il pensiero pseudopedagogico, che non sa adeguarsi a tale complessità, opera semplificazioni, rettifica ciò che è contorto, copre le asperità e dispone un fragile tappeto di ramoscelli sopra le voragini. Che però rimangono, pronte a ingoiare chi vi si avventura fidandosi. Quindi, anche senza volerlo, il Pedagogista è ingannatore e fraudolento: la pseudopedagogia è la pedagogia che mente. 2) Come a Miranda, così ai nostri mirabili Pedagogisti e Riformatori quasi tutte le idee sono state ispirate da conversazioni e letture fatte all’estero, e soprattutto nei Paesi anglosassoni, verso i quali essi provano un senso misto di reverenza ed invidia. Parafrasando Naipaul, possiamo aggiungere che anche ai Nostri è accaduto che la realtà che si sono creati nella mente è diventata sempre più simile alla realtà dei paesi di cui parlavano i libri che leggevano. E la forma-studente su cui costruivano i loro modelli era quella di uno studente de-realizzato, in-esistente, iper-uranico. Invero, il P.P.S. sa bene che esiste una resistenza del reale alle sue teorizzazioni, ma pensa di superarla semplicemente ignorandola. 3) Gli studenti reali, quelli per esempio che non vogliono studiare, gli studenti che negano se stessi come studenti, per così dire, e che sono moltissimi, al Pensiero Pedagogico Sovrano paiono elementi accidentali rispetto alla verità a cui sta da sempre pervenendo. Essi sono dunque rigorosamente esclusi dai testi pedagogici, o la loro non volontà di studio è ridotta ad accidente psicologico, superabile mediante l’intervento di opportune tecniche, e non appare come un fenomeno storico, legato alle trasformazioni strutturali della società occidentale, dei suoi miti fondanti, e del Mercato che li sostiene e li media. Né può apparire come libera scelta operata da un soggetto autonomo, capace di atti di volizione negativi (il soggetto in generale, a ben guardare, non è amato dalla moderna prassi pedagogica). 4) Non avendo fondamenti in un pensiero veramente pensante, la Pedagogia Dominante oscilla, ha due o più idee della stessa realtà perché non ne ha nessuna, e di se stessa ha due, tre, quattro idee perché non ne ha nessuna, e non ne ha nessuna perché essa come pedagogia è puramente e semplicemente un nulla. Leggiamo Naipaul:

«In tutti gli anni durante i quali ha scritto sul Ve­nezuela e sul Sudamerica lei ha semplificato le cose, generale. Ha parlato degli inca e dei bianchi. Ha parlato di persone degne della repubblica di Plato­ne. Ha trascurato due colori, però: ha dimenticato i neri e i mulatti. Forse perché era così lontano?».

«No. L’ho fatto perché, intellettualmente, mi era più facile. Quasi tutte le mie idee di libertà mi sono state ispirate da conversazioni e letture fatte all’estero, perciò il paese che mi sono creato nella mente è diventato sempre più simile ai paesi di cui parlavano i libri che leggevo. Non c’erano negri in Tom Paine o Rousseau. E quando ho cercato di es­sere come loro mi è stato difficile inserire i negri. Sapevo che esistevano, naturalmente, ma mi pare­vano elementi accidentali rispetto alla verità a cui stavo pervenendo. Quando ho cominciato a mette­re per iscritto le mie idee mi sono sentito in dovere di escluderli dai miei testi. Proprio per il modo in cui sono vissuto, sempre in paesi altrui, sono sem­pre riuscito ad avere in mente due o più idee della stessa realtà: due idee del mio paese; due, tre, quattro idee di me stesso. È una cosa che ho paga­to a caro prezzo. Non deve muovermi dei rimpro­veri, adesso». (pp. 396-397) [Il grassetto è mio.]

BREVE. Breve e furente, il libello di Emilio Parresiade La scuola del P(L)OF (Michele Di Salvo Editore, Napoli 2004) dà, nella sua brevità, alcune misure. La misura, anzitutto, dell’indignazione ancora viva (ma per quanto ancora?) in una parte degli insegnanti italiani. Un’indignazione che difficilmente si traduce in discorsi, e che quando riesce a farsi parola e argomentazione non trova, di solito, ascoltatori adeguati. Parresiade è pseudonimo, e si capisce perché debba esserlo: il furore sacrosanto qui trabocca e si fa invettiva, che colpisce a destra e a manca, coinvolgendo una quantità di persone e di responsabilità. Dà anche la misura, questo libretto, dello scarso numero dei docenti ancora sensibili alla cultura più che al soldo ad ogni costo, e della poca forza che essi possono opporre alla valanga del degrado. Infine, la scarsa diffusione di questo pamphlet, scritto da un docente indipendente, dà la misura della difficoltà che gli appartenenti alla decaduta casta degli insegnanti della scuola media superiore trovano nel far circolare le loro idee sulla scuola, se sono idee libere. Ad essi nessuno chiede nulla, se non di assicurare un tranquillo funzionamento degli istituti, promuovendo possibilmente sempre tutti, anche i più asini. Nessuno si sogna, ad esempio, di assicurarsi una vera adesione ai progetti di riforma da parte degli insegnanti: essi sono considerati una massa debole e non pensante, priva di capacità di autonomia e di resistenza. Temo che in effetti le cose stiano proprio così, e che soprattutto le nuove leve siano particolarmente poco dotate di autonomia spirituale, e incapaci di dire no ancora più delle vecchie generazioni, e che libelli come quello di Parresiade (e queste Croniche stesse) siano come i canti di battaglia degli Indiani d’America, che si preparavano alla sconfitta e alla morte.

Un piccolo saggio della scrittura di Parresiade, che mi sembra rappresentare bene il procedere della sua ostensione della verità: la didattica breve definita, ovvero giustiziata, in poche righe (né vi è altro modo per renderle giustizia). 

«Supporto inevitabile alla flessibilità oraria escogitato per concentrare l’assimilazione di contenuti sempre più ampi in tempi sempre più brevi. Ovvero: la storia romana in tre lezioni e la trigonometria in cinque unità di dieci minuti ciascuna. I teorici della d.b. credono fermamente che il tempo sia un’opinione ed il cervello umano un CDRom, o la borsa di Mary Poppins. Pranzare sette volte la settimana equivale, per loro, ad ingurgitare in un solo pranzo il cibo di sette giorni. L’utente-pollo d’allevamento sarà sottoposto a nutrimento intensivo a base di pillole, condensati e distillati didattici. Scoppierà di scienza. Esploderà di sapere. Tanto saprà, che non saprà di sapere. Inghiottirà in una vita la cultura di mille generazioni. Insomma: vita longa, ars (didactica) brevis.» (pp. 28-29)

REALTÀ II. Guardiamo i nostri allievi, consideriamo quella che ci appare essere la loro realtà; guardiamo poi il nostro volto allo specchio, consideriamo quella che ci appare essere la nostra realtà. Quindi leggiamo il seguente passo da Presso la torre saracena di Ernst Jünger (Am Sarazenenturm, 1955, trad. it. di Quirino Principe nell’antologia Il contemplatore solitario, Guanda, Parma 2000). Chiediamoci se la condizione del povero doganiere con cui il grande scrittore tedesco parla nella Sardegna del 1954 non presenti delle analogie con quella nostra, di docenti di qualità sempre peggiore che vivono entro i limiti di una condizione subalterna in una scuola in cui l’intelligenza non conta nulla, sperimentando il destino umano di essere infelici nel quadro della propria professione

«L’ho interrogato sulle sue prospettive di vita e di lavoro; non sembrano davvero grandiose. Qui vige un sistema di promozioni e di avanzamenti che in fondo altro non è se non un passo di lumaca entro i limiti di una condizione subalterna. Qualcosa di simile avviene da noi: nel nostro paese esistono impieghi professionali di second’ordine ai quali si af­fibbia ogni vent’anni un nuovo nome, tanto per rinfrescarli con una mano di vernice. Devo ammettere che la prospettiva di essere ancora caporale in questo caldo nido dopo trent’anni di servizio non è molto allettante. Qui c’è un «confine pove­ro», come dice il doganiere — ciò significa che c’è ben poco da sequestrare. Ci si sposa quanto prima è possibile, ogni anno arriva un bambino, negli anni buoni anche due. Nel paese c’è sovrabbondanza di un famelico ceto impiegatizio con perso­naggi che si direbbero tratti da Lazarillo de Tormes, soprattut­to da quando l’Italia ha perduto le colonie.
Il brav’uomo si concede un bicchiere di quel vino scuro e mi guarda con aria melanconica:
«Sa, in Italia l’intelligenza non conta nulla; qui vale soltan­to il denaro. I miei compagni di scuola sono già tutti avvocati e medici; io ho dovuto lasciare gli studi molto presto. I miei genitori non avevano i denari. Però, nella mia vita scolastica ho sempre studiato, anche quando gli altri giocavano; non co­nosco nulla di più bello. Alla fine, quando ho fatto un bel pac­co dei miei libri, ho pianto».
Dunque, uno scolaro modello, e lo si nota già nella conver­sazione. Musica: Bach, Mozart, Beethoven, Wagner, Verdi. Letteratura tedesca: Klopstock, Lessing, Schiller, Goethe con Iphigenie, Tasso, Faust che egli pronuncia « Foost ». Insetti: le­pidotteri, coleotteri, imenotteri. Sa molte cose a memoria, con eccellente precisione.
Se rammento simili compagni di scuola, e se penso alle oc­casioni in cui li ho incontrati nel corso della vita per la quale la scuola a quel che si dice dovrebbe preparare, mi sembra pro­prio di averli trovati in un analogo stato d’animo. Essi appartengono in maggioranza al tipo umano del primo della classe in una sua variante: il sottotipo dello studente scrupoloso e in­faticabile, tagliato su misura per quel ruolo scolastico: una vo­cazione naturale. L’altro sottotipo di primo della classe è quel­lo geniale, che svolge i compiti con facile maestria, «giocan­do». Quest’ultimo può venire a noia dopo la pubertà; può fal­lire negli obiettivi cui le sue doti lo predisponevano, oppure svilupparsi con successo e mettersi trionfalmente in luce, co­me se il suo precoce talento dell’infanzia fosse un preannuncio di gloria.
Nella concorrenza sempre più aspra che si sta sviluppando nelle nostre scuole, è da temere che la selezione favorisca i bravi secchioni che imparano tutto a memoria. Privilegiare co­storo è per gli insegnanti, i quali sono anch’essi di qualità sem­pre peggiore, il compito più facile. Così, nei gradi più alti della gerarchia sociale s’insedia una risma di sgobboni, di uomini che non hanno mai tempo per nulla. Ma ogni tipo umano su­periore è invece riconoscibile dal fatto che ha tempo e non re­gola la propria vita sull’orologio. Dinanzi all’alternativa, egli preferirà vivere alla giornata piuttosto che condurre un’esi­stenza da pedante.
Del resto, il dominio dei pedanti è sempre soppiantato dal­la rivolta dei falliti geniali. E una di quelle rivoluzioni che ri­tornano, indipendentemente dai temi che di volta in volta so­no di moda. Così si mette in luce l’aristocratico fra i giacobini, e come lui altri tipi umani che ognuno conosce. Si può indovi­nare il futuro proprio dai grandi temi di cui si occupano simili spiriti dopo che la vita li ha traditi.
Quanto allo stato d’animo di cui soffre il doganiere, nella consapevolezza di una professione mancata, mi domando da molto tempo se esso non filtri più in profondità di quanto non si pensi, anzi, se non sia proprio esso il fallimento più autenti­co e diffuso. Se paragoniamo gli esseri umani a pallottole di diverso calibro, la vita li scuote, li setaccia e li fa passare attra­verso crivelli di misura diversa fino a quando essi rotolano nell’alloggiamento che corrisponde al loro calibro. In questo sen­so ciò che chiamiamo il destino umano può consistere nel fat­to di essere infelici nel quadro della propria professione.» (pp. 116-117) [Il grassetto è mio].

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