La più bella del reame

La più bella del reame

Ho parlato del nuovo romanzo di Roberto Michilli (La più bella del reame, Galaad Edizioni 2011) col mio amico Alberto Astolfi. La conversazione registrata e trascritta qui, un po’ disorganica, mi sembra comunque cogliere alcuni nodi.

B. A me pare che questo romanzo di Michilli ponga varie questioni… Tu, caro Astolfi, come la vedi?

A. Per me la prima, e fondamentale circa La più bella del reame, è questa: perché il tempo in cui la protagonista e io narrante Viviana scrive la storia della sua vita (il tempo di una settimana) è posto nel 1999? Cambierebbe qualcosa se la vicenda finisse nel 2011?

B. Il lettore si pone inevitabilmente questa domanda. Tu come rispondi?

A. Fatico a trovare una risposta. Una, tuttavia, potrebbe essere questa: si tratta di una tipica vicenda umana di fine millennio. Come dire: una donna occidentale, italiana, dopo secoli di emancipazione, di scienza, ecc., alle soglie del nuovo millennio, si trova a questo punto. Il senso della vita è così… misero…

B. Misero? In effetti, Viviana sembra una donna solo superficialmente emancipata, e in ogni caso il suo grado di autonomia personale rispetto al contesto è limitato. Si sposa giovanissima con uno sportivo, ha due bambine ma il matrimonio va presto a rotoli. Lei si trova un lavoro, ma non si sogna minimamente di prendere l’iniziativa di una separazione. Quando questa verrà, sarà per iniziativa del marito. E tuttavia non prova alcuno scrupolo morale quando  comincia ad avere relazioni con colleghi di lavoro, anch’essi sposati. Il suo senso della vita è misero, povero di valori. O meglio: questo senso, l’idea di una pienezza, sta tutto nell’amore erotico, nell’amore passionale, la cui perfezione è nella reciprocità. Questo tipo di amore è per sua natura instabile, e per di più lei lo ricerca sempre con le persone sbagliate. E questo produce la sua infelicità. Secondo me, il 1999 si spiega col suo potere evocativo: è un numero di fine, non di inizio.

A. Forse hai ragione: infatti Viviana si mette a scrivere la storia della sua vita a 39 anni, malata gravemente da due, e vicina alla morte. So che tu sostieni che ben difficilmente nei romanzi compaiono come protagoniste donne che non siano belle e desiderabili. Michilli vede nella bellezza una sorta di condanna all’ infelicità. Lo dicono chiaramente anche le citazioni poste in esergo. E tuttavia questa non è certo la percezione sociale diffusa della bellezza, esaltata da tutti i media, e che è vista come un potere…

B. Sì, la bellezza è davvero un potere. Infatti seduce, ovvero porta i desideranti a compiacere in tutti i modi l’oggetto del desiderio, che può quindi utilizzare i desideranti per i suoi fini. Viviana scopre gradualmente questo potere, e infine, dopo i trent’anni, lo usa senza scrupoli, con una sfrenata mescolanza di eros ed interesse economico. Nella mia visione, tuttavia, il potere di seduzione è il fascino della vittima, il cui trionfo sta solo nello spazio del differimento del sacrificio, che prima o poi necessariamente avviene. Infatti tutta la storia del romanzo (e dell’opera lirica) è costellata di eroine bellissime e sacrificali.

A. Già, infatti non penso affatto che sia casuale, nel romanzo, la scoperta dell’opera lirica da parte di Viviana. E quella che lei adora è la Traviata, guarda caso… Mi piace il fatto che tutta la storia della vita di Viviana sia raccontata da lei stessa, con le sue modalità di pensiero e di espressione, di linguaggio, dal suo punto di vista. C’è una felice mimesi da parte di Michilli. Mi sembra che non appaia mai il punto di vista dello scrittore, sicché il mondo appare essere soltanto quello che esso è agli occhi di Viviana. Ad esempio, lei crede di essere vittima di una fattura, e lo crede fino alla fine. Questa donna contemporanea, che vive una tipica vita contemporanea, segnata da instabilità affettiva, disponibilità sessuale, mancanza di fede religiosa e di punti di riferimento culturali solidi, per risolvere il suo problema d’amore si rivolge a maghe e fattucchiere spendendo tutti i suoi denari. Personalmente, trovo l’intermezzo magico un po’ troppo lungo e particolareggiato, anche se non privo di senso.

B. Il senso ce l’ha, in effetti, secondo me. Il magico può essere declinato in molti modi, e la sua vicinanza al sacrificale è evidente: qui ci sono anche fatture mortali. Poi, Viviana non è una donna del Nord, è ancora parzialmente radicata in un mondo di credenze difficile da estirpare, che si trasforma ma non muore, e che duemila anni di Cristianesimo e di scienza hanno appena intaccato. Del resto, nei confronti delle rivali o dei nemici in genere, Viviana non è mai portata alla pacificazione o al perdono, quanto piuttosto alla vendetta. Si pensa emancipata, ma in fondo è arcaica. Dunque, il romanzo è scritto dal punto di vista della bella donna-vittima, che soggettivamente non esce dalla logica della vittimizzazione.

A. Però il suo ultimo rapporto, la relazione con Luca, che la prende con sé quando già lei è mortalmente malata, e la ama gratuitamente, mi sembra qualitativamente del tutto differente dalle altre numerose relazioni che lei ha vissuto nei suoi brevi anni. Luca non è una figura sacrificale, la sua logica è creativa e salvifica.

B. Direi di sì, anche se l’amore di Luca rimane per Viviana tutto e puramente immanente, tanto che le ultime righe mi sembrano avere una strana ambivalenza, tra il disperatamente vitalistico e il necrofilo.

A. Non ti sembra che quella di Viviana di fronte alla morte imminente sia la calma della vittima rassegnata e consenziente?

B. Il fatto è che qui appare il paradosso dell’io narrante, che è consustanziale a qualsiasi opera in cui il protagonista è anche la voce che racconta, compresa la Divina Commedia. Il lettore della Divina Commedia dà al narratore Dante un’assoluta fiducia, crede per principio alla veridicità delle sue parole, nel senso che pensa che Dante non intenda ingannare ma dire il vero. Il lettore della Coscienza di Zeno non concede invece alcuna fiducia del genere allo stesso Zeno, che è evidentemente inaffidabile. Tutte le narrazioni in cui parla un io che è anche personaggio si collocano tra questi due poli, e pongono il problema del rapporto tra un soggetto e la realtà di sé rappresentata. Ora, qui c’è però anche un’altra questione, oltre a quella della luce soggettiva in cui sono proiettati i fatti narrati. Michilli assume l’io narrante di Viviana, si cala cioè in una donna, e in una donna bellissima, che suscita il desiderio maschile. È un’operazione audace, e difficile. Quanto è affidabile il racconto di Viviana?

A. Quando uno scrittore assume il punto di vista di una donna, e assume il punto di vista di una donna bella, si pone nella soggettività di quello che per sé è un soggetto, mentre per lui è l’oggetto del suo desiderio. Tuttavia gli scrittori hanno sempre creato personaggi femminili, e viceversa le scrittrici personaggi maschili. Il problema è se lo sguardo femminile possa essere assunto dall’interno, se un maschio possa vedere il mondo con gli occhi di una femmina, e viceversa.

B. Io credo che questa sfida sia ardua. In ogni caso, a me Viviana appare convincente come donna, anche se questo giudizio è dubbio, essendo io un uomo. L’unica cosa che non mi convince è la chiusa del romanzo. Penso che una mente femminile non avrebbe saputo concepirla. E non so se sia l’indicazione di un limite o un complimento.

2 pensieri su “La più bella del reame

  1. ” Il potere di seduzione è il fascino della vittima, il cui trionfo sta nel differimento del sacrificio ”

    della discussione mi è rimasta impressa in questa frase, perchè è bella e ci vedo l’ennesima applicazione della teoria del capro espiatorio, teoria che effettivamente sembra non avere limiti e che anche per questo comincio a sospettare sbagliata ( e affascinante).
    visto che sono qui sotto e internet ci da la possibilità a tutti noi di dire la nostra potrei esprimere la mia opinione anche sul libro dicendo che un libro con una copertina così non lo comprerei manco morto. le gambe nude della ragazza mi danno l’idea del tamarro, e poi anche la trama mi conferma nella stessa idea, che d’altronde come il capro espiatorio ha tutta una sua teoria ( la teoria del Tamarro). capisco dalla discussione che alla fine il libro tratta del Tamarro con l’occhio vispo dello scrittore intelligente, che tanto più sparisce nel tamarro tanto più è bravo. Ma alla fine mi resta una confusione. Magari se lo vedo in libreria proverò a sfogliarlo senza farmi vedere

  2. l’ho ricevuto ieri per posta direttamente da lui…sono curiosa di leggerlo.
    a dire il vero ho già letto qualche pagina e ho già notato un cambiamento nel suo modo di scrittura…
    vedremo a lettura terminata.
    (Desideri mi è proprio piaciuto tanto, e posso capire come sia piaciuto anche a te per via , anche, delle “scene di caccia”).

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