“E Dio vide che era cosa buona”

“E Dio vide che era cosa buona”. Una teologia della creazione (Und Gott sah, dass es gut war. Eine Theologie des Schöpfung, 2006, trad. it. di V. Maraldi, Queriniana 2009), è un trattato di teologia scritto da Medard Kehl, un allievo di Walter Kasper, con la collaborazione di Hans-Dieter Mutschler e Michael Sievernich. Questo libro è un trattato in stile rigorosamente accademico, estremamente cattolico-tedesco-ortodosso, e perfettamente in linea con l’insegnamento attuale della Chiesa, e che potrebbe tranquillamente essere controfirmato dall’attuale pontefice.

Per Kehl, la fede nella Creazione è un elemento costitutivo e fondamentale delle tre religioni monoteistiche. Egli riprende anzitutto il discorso (caro a Ratzinger) dell’incontro tra fede biblica e filosofia greca, e ne segue gli effetti, per quanto concerne il concetto di Creazione, in Ireneo di Lione, Agostino e Tommaso. Ma la questione fondamentale che si pone è quella del senso della fede nella Creazione a fronte del pensiero scientifico contemporaneo, da un lato, e della inevitabile problematica del male e della teodicea dall’altro. Se è stata possibile, nella congiuntura culturale del tempo, la mirabile sintesi tomista, “questo tentativo di Tommaso rappresenta ancora oggi una sfida per la teologia cattolica della creazione: come è possibile per essa incontrarsi col pensiero odierno sul tema della fede nella creazione attraverso un confronto di carattere razionale?” (p.225). Il testo di Kehl è molto articolato, e offre moltissimi spunti al pensiero. Mi pare di poter dire che il punto cardinale dell’argomentazione sia la dimostrazione della sensatezza della fede nella Creazione, come atto libero di una trascendenza assoluta. E, poiché spesso la sostanza si manifesta nei dettagli, e per quanto riguarda i trattati nelle note, qui riprendo un riferimento kehliano ad un passo di F. v. Kutschera (“quattro pensieri oggettivamente ben fondati”): 1. Bisogna riconoscere come per noi non ci sia un “punto di vista esterno”, a partire dal quale possiamo descrivere ‘oggettivamente’ il mondo, noi stessi e la natura, indipendentemente dai condizionamenti soggettivi della conoscenza. 2. I due ambiti fondamentali della nostra realtà, la natura ed i soggetti umani, non si possono ridurre reciprocamente l’uno all’altro, ma sono entrambi ugualmente fondamentali. 3. Una metafisica non può più pretendere di essere una “teoria esaustiva di tutto”, in quanto non esiste una “teoria esaustiva del nostro pensiero” e dunque neppure di noi stessi. 4. Essa deve partire dalla libertà umana e quindi da un mondo non chiuso in termini causali.
Mantenendo ferma, con buoni motivi, la ‘trascendenza’ della libertà rispetto alla natura fisica, una metafisica di questo genere è aperta, per la fede ebraico cristiana, all’idea di un Dio personale, la cui trascendenza, pertanto, fondamentalmente va compresa in analogia alla nostra (pp. 238-239). IL trattato si inquadra perfettamente nella svolta antropologica della teologia dell’ultimo secolo.

Un pensiero su ““E Dio vide che era cosa buona”

  1. Il riferimento a questo testo mi sembra molto interessante. I punti elencati della nota (che condivido) per mesono stimolanti perchè ho sempre sentito il bisogno di una riflessione più attuale su questi temi. Vedrò di affrontare questo libro che promette bene da quanto posso giudicare. Grazie per averlo segnalato.

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