Penso che ritenere che tutti gli esseri umani abbiano gli stessi appetiti, e che la loro felicità consista nella soddisfazione di quegli stessi appetiti, sia una interpretazione della realtà storicamente determinata, relativa al nostro tempo e come tale spiegabile, ma in sé del tutto erronea e fuorviante.
Difficile stimare la Gelmini: è la dimostrazione che il Ministro dell’ Istruzione lo può fare la ragazza della porta accanto. Ma vale per quasi tutti i ministri. Ergo, io potrei benissimo fare il ministro, come potrebbero farlo moltissimi altri italiani. Come possiamo non provare risentimento per la nostra esclusione?
Il Sistema in cui viviamo si fonda sull’alimentazione infinita dei desideri. Ma questi si radicano nell’illusione. Il fatto è che l’ottica naturalistica evolutiva, ovvero quella dello scientismo contemporaneo, è esattamente quella che ha cancellato ogni illusione. Ciò è peraltro già evidente in Leopardi: il pensiero illuministico mostra il vero, ma il vero è la disillusione. E ciò che rende la vita umana bella e degna di essere vissuta per Leopardi (e Foscolo) è appunto l’illusione. Ma non ci si può illudere sapendo che l’oggetto della nostra illusione è illusorio, ovvero essendo coscienti della natura illusoria dei nostri valori. Non si sacrifica la vita volontariamente per un “meme” del cavolo, non si compiono gesta eroiche per i neuroni, non si sprofonda nell’amore per un pugno di geni egoisti.
Mi pare evidente che pensare filosoficamente (e teologicamente) ciò che eccede la dimensione razionale dell’umano è per sé impossibile. Il mysterium si dà, ma rimane insondabile. La fonte della ragione sta al di là della sua portata. Accettare questo è razionale

accettare questo è razionale, farne un dogma, no.
per questo ben vengano gli appetiti diversi, la curiosità sfrenata, le illusioni ardenti…
sempre con i neuroni in guardia!
il problema non sono i desideri, il problema è che i desideri di oggi sono troppo facilmente appagabili.
ed è qui che deve entrare in gioco la razionalità, come conseguenza non come imput.
Perfettamente coerente il tuo ragionamento Fabio. E’ per questo che “umano” equivale in tutto e per tutto ad “infelicità”.
Non sono d’accordo, Morena. Se fosse vero, sarei disumano.
certo che lo sei, non mi hai risposto.
Non ti ho risposto perché non ho visto nel tuo commento una domanda né qualcosa a cui replicare.
mia figlia deve leggere “Pulce non c’è” e ti chiedevo gentilmente di aiutarmi a ritrovare la nota dove ne parli….
Ma a quella domanda avevo subito risposto con una mail. Non ti è arrivata?
Oh caro Fabio…l’ho letta proprio un attimo fa! scusami è che la posta la leggo pochissimo!
Molta infelicità, lo vedo nel concreto, deriva dal fatto che gran parte dei desideri sono appagabili o presentati come tali. Mi pare che Cartesio ha osservato che non soffriva minimamente di non essere imperatore del Giappone perchè chiaramente questo era al di fuori della sua portata. Desiderare cose grandi è entusiasmante (d’accordo con Carla), ma il nostro vivere attuale, nella massa di oggetti di desiderio apparentemente a portata di mano, è tremendo: penso a bambini che conosco, intelligenti ma ansiosi, incapaci di godere il presente..
Già, un calzolaio di Parigi non soffriva di non essere il re di Francia, ma io potrei soffrire vedendo Bondi presso il soglio del principe.