Un pensiero su “Santoro

  1. Ho seguito con attenzione la vicenda politica e contrattuale di Michele Santoro, dal momento che era in gioco, stando al grido di allarme lanciato da certi settori dell’opinione pubblica, se non il ‘cachet’ del noto conduttore, la libertà di informazione. Devo confessare che non è stato facile vincere un sentimento misto di noia e di disgusto. Quello stesso sentimento che mi spinge a porre una domanda che ritengo ineludibile: qual è lo stato di salute di un Paese in cui si ha bisogno di una trasmissione come AnnoZero (o della sua soppressione) per indignarsi e per difendere la libertà di informazione? La risposta non può che essere: pessimo.
    E che dire di Marco Travaglio e dei compitini che questo ‘giovin signore’ di pariniana memoria legge ad alta voce con l’immancabile applauso finale di una platea all’uopo reclutata? Ricordo ancora, perché è la più memorabile delle sue prestazioni, una commossa lettera che, quando ebbe inizio la trasmissione, costui indirizzò al suo maestro Montanelli: quel Montanelli tanto celebrato non solo come giornalista, ma perfino come importante scrittore. Anche questa attitudine celebrativa verso chi ha inventato, in politica, la fine metafora del “votare turandosi il naso”, la dice lunga sul posto centrale che occupa nel nostro pantheon il rappresentante tipico del piccolo borghese italiano, questa “autentica peste della società italiana”, la figura politica e culturale che ha prodotto (e continua a produrre: gli epigoni non mancano) la peggiore storia nazionale.
    Del resto, se ben si riflette, non fu un caso se la trasmissione in parola ebbe inizio con un omaggio del genere. Santoro, in un’epoca dominata dalla televisione, non fa altro che riempire lo spazio lasciato vuoto da Montanelli, come dimostra il suo tono sbrigativo e vagamente minatorio, degno di un “villan che parteggiando viene”, così abile nell’interpretare quel moralismo e quel giustizialismo da cui un’opinione autenticamente democratica dovrebbe guardarsi come dal suo peggior nemico. Gaetano Salvemini diceva di essere sicuro che, quando tre italiani discorrono fra di loro, uno è onesto, uno è stupido e il terzo è una spia. Se l’osservazione dello storico di Molfetta ha un qualche fondamento, occorre allora riconoscere che, di fronte a un Paese così tripartito, Santoro rivela tutta la sua abilità nel farci credere che il populismo forcaiolo e il perbenismo piccolo-borghese rappresentino il non plus ultra della libertà e del coraggio civile.

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