Rileggo Simone Weil 76

Dio fa a Mosè e Giosuè promesse puramente temporali, in un’epoca in cui l’Egitto era teso verso la salvezza eterna dell’anima. Gli Ebrei, avendo rifiutato la rivelazione egiziana, hanno avuto il Dio che meritavano. Dio carnale e collettivo che, fino all’esilio, non ha parlato all’anima di nessuno. (A meno che, nei Salmi…?)

Parlare di “Dio educatore” a proposito di questo popolo è una burla atroce.
Di che stupirsi se c’è tanto male in una civiltà – la nostra – viziata alla base, nella sua stessa ispirazione, da questa orribile menzogna? – La maledizione d’Israele pesa sulla cristianità. Le atrocità, lo sterminio di eretici e infedeli, era Israele. Il capitalismo, era Israele (lo è ancora, in una certa misura…). Il totalitarismo, è Israele (precisamente presso i suoi peggiori nemici). (III, 289)

Questo mi pare un passo weiliano in cui una certa verità (quale scorgo nel libro di Hannah Arendt sullo Stato totalitario) è inestricabilmente connessa con la menzogna che deriva da un’illusione prospettica, causata da una serie di basi culturali e antropologiche infondate. Ad esempio sull’Egitto, che la Weil idealizza non meno di quanto faccia con la Grecia. Resto sempre più meravigliato del fatto che correnti del pensiero cattolico contemporaneo guardino a Simone Weil alla ricerca di luce. L’unico testo weiliano da cui promana una luce è Venezia salvata. Per il resto, è la luce di Ahura Mazda.

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