Sant’Uberto

Questo l’ho scritto anni fa, nel 2002, quando ancora insegnavo. Ma l’ho riletto con gusto.   

Ogni domenica e ogni mercoledì, da metà settembre alla fine di dicembre, e cioè per tutta la durata del primo quadrimestre, vado a caccia. Camminare nel bosco dalle prime luci dell’alba, annusando l’aria come un animale, riempiendosi dei profumi, dei silenzi, e dei lievi rumori – canto del pettirosso, scricchiolio di foglie, castagne che cadono, galoppo del cane – fa vedere le cose in un’ottica differente. Oggi, domenica 3 novembre 2002 accanto a me cammina Sant’Uberto, che gli altri non vedono perché è un santo del Paradiso, ma che per grazia divina è amico mio e di pochi altri, e qualche volta mi accompagna. A dire la verità, lui preferisce la caccia ai quadrupedi, ma non sdegna il fagiano. Non è un uomo di molte parole, e poi nella sfera artemisia prevale il silenzio, ma quando il cane non dà segno della presenza di selvatici si può anche scambiare qualche battuta. Del resto, io qui sono il solo a udire le parole di Uberto, che anche cammina senza far rumore. Io sussurro, per non rovinare il silenzio del bosco e per non essere preso per pazzo da qualche raccoglitore di funghi – ma dovrei star tranquillo perché nell’epoca dei telefonini il rischio è inesistente. 

 

– Vedi, Fabio, – mi dice Uberto quando, stanco, mi siedo a riposare un poco seduto su di un tronco abbattuto, – anche in Paradiso ci sono i campi di caccia. Non sono come questi, e neanche lo spazio lì è come lo spazio dell’Universo fisico, però ci sono. E lì la caccia è veramente un’altra cosa. Non posso spiegartelo, non capiresti.

– E non mi dirai che anche in Paradiso ci sono le scuole … – dico io, allarmato.

– Non nel senso terreno, ma ricordati che nulla di quello che è umano va perduto: nella parte buona, s’intende. La scuola come la vivi tu è solo una frazione minima dell’esperienza e del tempo della storia umana, che sta tutta davanti ai miei occhi, che la vedono in Dio.

– E di cui non mi puoi dire nulla, lo so – dico ad Uberto, che sorride. – Ma mi puoi spiegare, almeno, perché la maggioranza degli insegnanti italiani è così infelice? Perché non gode del suo bel mestiere?

– E’ infelice perché sente che quello che fa non ha molto senso. Il senso delle operazioni umane lo decreta la società nel suo insieme. Solo i forti di spirito, che sono pochissimi, possono trovare sensato e bello ciò che i più trovano insensato e brutto. Questo lo sente ogni insegnante, alcuni ne sono consapevoli, pochi lo pensano veramente. Pensare è difficile.

– Ma non è proprio questo, il pensare, – borbotto io, – che dovrebbe essere insegnato?

Uberto ride di gusto. E’ un temperamento sanguigno e la sua santità non lo ha cambiato. – Ritieni che una scuola di massa come la vostra possa insegnare a pensare? Un insegnante umanista potrà riuscirci con un allievo ogni trecento, ammesso che lui sappia davvero pensare. Il pensiero è contagioso, ma ne vengono colpiti solo i predisposti, e sono pochi. In Paradiso è diverso. Pensa a Piccarda Donati, che nella vita non capiva niente.

Mi alzo, perché il tronco non è liscio, e sono indolenzito. La cagna, a due passi da me è in ferma. Alzo i cani della mia vecchia doppietta e mi tengo pronto.

– E’ un fagiano, – dice Uberto.

– Quando penso a certi ministri dell’istruzione, mi vengono in mente i fagiani, non so perché, – gli ribatto. – Ma in verità nella scuola di oggi i fagiani sono moltissimi, e tutti di allevamento, allevati come polli in batteria.

– Sarà, ma questo è selvatico,- tuona Uberto. – Spara!

Il fagiano vola, io sparo, cade lasciando in aria qualche piuma. Domani torno a scuola.

3 pensieri su “Sant’Uberto

  1. mi soffermo sulla frase: pensare è difficile…
    e mi accorgo che pensare è anche la nostra condanna, in un certo senso, dal momento che è impossibile, per l’uomo, evitare di farlo.

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