Il problema dell’identità nazionale

La lingua e la letteratura italiana  come chiavi dell’identità nazionale

di Eros Barone

    La lingua letteraria è stata uno straordinario strumento di coesione, capace di gettare ponti sulle molteplici rotture che hanno segnato la storia italiana. Qui è facile constatare che, accanto a processi di unificazione, si sono  manifestati altrettanti processi di diversificazione regionale o locale, che hanno dato luogo alla policromia di un panorama tematico e linguistico che non ha eguali e caratterizza la nostra letteratura (e la nostra cultura) in modo inconfondibile.

   D’altronde, se ci si pone da questo punto di vista, è facile osservare che l’identità italiana, quale si manifesta nelle opere di narratori, poeti, storici, filosofi e scienziati molto diversi fra loro, coniuga l’unità con la diversità. Diversi, spesso, ma anche uniti i nostri scrittori: lombardi, ma italiani; siciliani, ma italiani; veneti, ma italiani; romani, ma italiani. E viceversa: italiani, ma toscani; italiani, ma piemontesi; italiani, ma napoletani. In Italia è altrettanto vero che non vi è unità senza diversità quanto che non vi è diversità senza unità. Senza unità non vi è mai stata e non vi è cultura; non vi è letteratura ma solo disgregazione, folclore, mitologia tribale. E tale è stato il ‘Leitmotiv’ dei nostri più grandi scrittori, da Dante a Manzoni, da Verga a Pirandello, da Boccaccio a Calvino.
   Sennonché l’identità italiana, se per un verso si inscrive storicamente nella formula “nazione antica, Stato giovane”, è per un altro verso qualcosa di instabile e, a tratti, quasi sfuggente, come hanno comprovato con le loro opere gli scrittori e i poeti che della formazione della lingua e della letteratura italiana sono stati i protagonisti. Scrittori e poeti che andavano appassionatamente alla ricerca di qualcosa che non c’era, quando non c’era, e di qualcosa che non si sapeva bene che cosa fosse, quando sembrò che ci fosse. Questa ricerca è stata una costante del modo di essere degli italiani nella storia, una forma dell’identità anche questa, per quanto assai singolare.
   Alessandro Manzoni ha fornito nell’ode “Marzo 1821” una definizione dell’idea di nazione che corrisponde in modo magistrale alla realtà e alla cultura di un’epoca situata tra “due secoli, / l’un contro l’altro armato”: “Una d’arme, di lingua, d’altare, / di memorie, di sangue e di cor”. Così, riflettendo sui diversi elementi di questa definizione, è facile verificare che nell’Italia contemporanea, accanto alla difesa e al rilancio dell’unità statale e della consapevolezza storica della nazione (difesa e rilancio insidiati e perfino ostacolati dalle non poche rotture e spinte antiunitarie che hanno attraversato la storia secolare di questo paese non sempre fortunato), sono da costruire in termini nuovi, che vadano oltre i ristretti orizzonti ottocenteschi del nazionalismo, sia l’unità “di sangue” che quella “d’altare”, che oggi, a causa del sorgere e dello svilupparsi di una società multirazziale e multireligiosa, non costituiscono più le chiavi dell’identità italiana.
   Resta invece sempre importante, e assume oggi un valore strategico, la salvaguardia e la ricostruzione del fondamentale fattore rappresentato dal sentimento nazionale (“una di cor”), che, intrecciato con il fattore linguistico-letterario, può contribuire, a quasi centocinquant’anni di distanza dall’Unità, a formare una rinnovata coscienza nazionale in termini di patriottismo costituzionale e di apertura e dialogo verso le altre civiltà in cui affonda le sue radici o con cui ha contratto debiti significativi la civiltà italiana. Tale valore, che va riconosciuto al fattore linguistico-letterario come chiave primaria ed essenziale per la formazione dell’identità nazionale, particolarmente fra le nuove generazioni, ha trovato una rappresentazione esemplare, per contenuto e per tono, nelle parole di uno scrittore contemporaneo, Raffale La Capria, alla cui intensa testimonianza è doveroso affidare la conclusione di queste brevi ma, si spera, non inutili considerazioni: «Ogni volta che riesco a comporre una frase ben concepita, ben calibrata e precisa in ogni sua parte, una frase salda e tranquilla nella bella lingua che abito, e che è la mia patria, mi sembra di rifare l’Unità d’Italia e insieme di rendere omaggio al civilissimo senso comune dei patrii numi”.

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