Is Nature Enough? 4

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Intorno ai 15 – 16 anni avevo concentrato il mio sempiterno interesse per il mondo animale sulle formiche. Ore infinite di osservazione, lettura di libri e articoli scientifici, esperimenti… Mi interessavano in particolare le “guerre” che le formiche della stessa specie o di specie diverse conducono tra loro, e le loro cause. E mi interessavano le “armi” delle formiche, e in particolare il veleno. Il veleno delle formiche può essere spruzzato (in genere si tratta di acido formico, come nella formica rufa e nella formica sanguinea) o iniettato con un pungiglione (come nelle formiche del genere myrmica, quali la myrmica rubra e la myrmica ruginodis, le cui punture sono davvero dolorose, quasi come quelle delle vespe – ho sperimentato su di me quasi tutte le punture possibili in italia, dallo scorpione ai ragni alla tracina al calabrone a vespe di ogni specie: mi manca solo la vipera). Osservando l’intolleranza reciproca tra gruppi di formiche che avrebbero benissimo potuto condividere lo stesso territorio anche per la differenza di alimentazione che non determinava concorrenza, avrei voluto capirne le cause. E avrei anche voluto capire il perché di un gigantesco conflitto, con migliaia di morti, da me osservato in un prato di montagna, tra due specie così differenti tra modo di vita e alimentazione come camponotus herculeanus e lasius fuliginosus. E avrei voluto realizzare la formula chimica del veleno della lasius fuliginosus, il cui odore mi piaceva. Il mio atteggiamento era giovanilmente scientifico. Ma se avessi elaborato una ipotesi sulla genesi dei conflitti tra formiche e poi preteso di aver trovato la risposta alla domanda sul perché delle guerre, comprese quelle umane, avrei peccato di scientismo, ovvero avrei sconfinato dalla scienza e dal suo metodo rigoroso e auto-limitantesi alla visione del mondo, che non può essere governata dagli stessi princìpi. Il mirmecologo non può farsi antropologo, la scienza non può farsi filosofia, il darwinismo non può pretendere di essere l’unica spiegazione dell’umano senza condannare se stesso all’insignificanza.

Devo puntualizzare che il rasoio di Occam non ha mai avuto la pretesa di sopprimere le spiegazioni a più livelli in quanto tali, anche se questo è esattamente ciò che spesso tendono a fare i naturalisti per fare il mondo a fette. Se la vita fosse così semplice come pensano i naturalisti evoluzionisti, allora naturalmente la spiegazione darwinista sarebbe adeguata. Le spiegazioni teologiche della vita sarebbero superflue. Ma Guglielmo di Occam sostiene che le spiegazioni non devono essere moltiplicate a meno che ciò non sia necessario. Talvolta livelli multipli di spiegazione sono necessari per una comprensione profonda. Così non vi è alcuna giustificazione, né nella massima di Occam né nella scienza in sé, per chiudere arbitrariamente la strada della profondità esplicativa. (p. 19)

Se coloro che la praticano tentano di volgere la scienza in spiegazione ultima – che è esattamente ciò che tenta di fare il naturalismo scientifico – la scienza viene trasformata in un sistema di credenze che può porsi soltanto in rapporto di competizione con altri sistemi di credenze (p. 20)

4 pensieri su “Is Nature Enough? 4

  1. Anch’io riprendo un punto:

    > il darwinismo non può pretendere di essere l’unica spiegazione dell’umano senza condannare se stesso all’insignificanza.

    Io credo che un darwinismo ben inteso operi principalmente a livelli che si situano al di sotto del livello umano – se per “livello umano” intendiamo il nostro usuale “interpretare” intriso di intenzionalità proiettata. Così come, molto più sotto, le leggi della chimica risultano sufficienti a spiegare l’efficacia dei veleni, ma non però il comportamento “politico” dei formicai. Le pretese spiegazioni darwiniane dell’umano sono soltanto caricature datate e politicamente motivate, manifestazioni che, per economia e chiarezza, si dovrebbero probabilmente lasciar da parte.
    I punto invece è: questi livelli superiori che riusciamo a individuare, sono o non sono DIPENDENTI, secondo rapporti la cui complessità ci travalica, da quelli a loro inferiori, oppure dovrà intervenire da qualche parte un qualche ingrediente “ontologicamente” esterno? La scienza non ha alcun problema ad ammettere proprietà “emergenti”, ovvero che il tutto è molto più della somma delle sue parti. Ma questo ovviamente non basta.

  2. Diciamo che una scienza consapevole della propria essenza e limiti non ha alcun problema, come tu dici, ad ammettere l’emergenza. Ma la scienza non è lo scientismo nei confronti del quale sono polemico, cioè non è una visione del mondo. Io a mia volta, non ho alcuna difficoltà ad ammettere che i livelli superiori DIPENDONO dagli inferiori. Ad esempio il mio pensare dipende dall’attività neuronale, ed essa può essere tale a causa dell’evoluzione biologica che ha portato alla conformazione del mio cervello, ma IL MIO PENSIERO NON E’ RIDUCIBILE ALL’ATTIVITA’ NEURONALE, analogamente a come la sonata “Al chiaro di luna” non è una serie di elementi fisici, studiabili in termini di meccanica, acustica, ecc. Di qui la necessità di spiegazioni a più livelli. Quello che io combatto è il riduzionismo.
    Quanto all’intenzionalità, questo è un carattere irriducibile dell’umano che appartiene alla realtà, e che dovrebbe essere a sua volta spiegato e inteso. Anzi, io intravedo l’intenzione anche nel comportamento animale, che è la base del nostro, ma a cui manca la rappresentazione. Ed è questo un punto su cui anche l’argomentazione di Haught è difettosa.

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