
Su Anthropoetics si può leggere un articolo di Eric Gans, nel quale presentando i testi delle relazioni svolte dai partecipanti al GATE 2007, il creatore dell’antropologia generativa ritorna sulla natura di questa come nuovo modo di pensare. Si tratta, a mio giudizio, di una questione estremamente problematica. http://www.anthropoetics.ucla.edu/ap1302/1302gans.htm
Ecco alcuni passi gansiani su cui riflettere:
Per più di vent’anni ho sostenuto che l’antropologia generativa è un nuovo modo di pensare che costituisce un mutamento qualitativo rispetto al pensiero tradizionale filosofico/metafisico.
Dal punto di vista dell’ipotesi originaria, la metafisica può essere definita semplicemente come il modo di pensare che dà per scontata l’esistenza delle proposizioni o frasi dichiarative che si trovano nel linguaggio maturo, ignorando la loro necessaria derivazione da un originario linguaggio ostensivo.
Io non sostengo che l’antropologia generativa “trascenda” la metafisica, come se una qualsiasi teoria potesse evitare di essere espressa in frasi dichiarative che forniscono una mappatura del mondo nel linguaggio. L’antropologia generativa è un nuovo modo di pensare perché per la prima volta traccia una chiara linea di filiazione tra il pensiero metafisico o proposizionale e la sua base originaria nell’ ostensione, senza la quale il pensiero e il linguaggio non esisterebbero.
Dunque, l’antropologia generativa in quanto si esprime per proposizioni dichiarative non si sottrae alla metafisicità del pensiero umano in quanto tale. Questo mi sembra un punto importante. Sono convinto infatti che il pensiero sia metafisico in quanto tale, per il fatto che il segno umano trascende la mondanità del puro esser qui tra le cose. Per la qual cosa, anche il pensiero che si vuole antimetafisico è metafisico, perché è pensiero. Ora, si tratta di vedere se sia sufficiente la coscienza della derivazione del pensiero come è oggi (dichiarativo) da una fase primitiva di ieri (ostensiva) a mutare il modo di pensare tanto da poterlo definire un modo nuovo.
Ovviamente, si può ritenere che una metafisicità di primo grado del pensiero umano in quanto tale, che si riscontra sia in una affermazione elementare come “questa mela è buona” come in una equazione matematica, o in un teorema complesso, possa coesistere con una metafisicità di secondo grado, o riflessiva, quella del pensiero dell’essere (e del non essere) come tali, ovvero col pensiero dell’essere metafisico del pensiero stesso.
Ma forse il punto è un altro: per Gans è fondamentale il passaggio. Dal non-segno al segno, dal segno ostativo all’imperativo al dichiarativo. Ma il segno originario e originante dell’antropologia generativa, quello della rinuncia all’appropriazione, il gesto di appropriazione interrotto significante, ha natura ipotetica, mentre ostensione, imperativo e proposizione sono nel mondo del nostro linguaggio, non sono ipotesi. I passaggi in quanto tali sono ipotetici, non sottoponibili ad esperimento, ma solo argomentabili. Ma mentre la nascita del primo segno mi sembra disegnata dall’antropologia gansiana in modo vigoroso e persuasivo (anche se per me non fino in fondo convincente, come altrove ho indicato), i passaggi successivi mi sembrano più debolmente fondati. Del resto, anche il puro fatto di ritenere che l’umano derivi da un proto-umano scimmiesco, idea quasi universalmente oggi condivisa – che rimarrà sempre una ipotesi per quanto avallata da prove scientifiche di diverso ordine, perché non replicabile sperimentalmente – non colloca al di fuori della metafisicità del linguaggio poposizionale. Ciò che conta in tutto questo, infine, è la forza ermeneutica dell’ipotesi, che non coincide con la sua verità.