Rileggo Simone Weil 34

weilquaderni

Tutti i problemi si riducono al tempo. (II, 136)

Problema sommo oggi è quello della pensabilità di Dio come l’Eterno. La stessa pensabilità di Dio da parte di un pensiero che si sforza di essere non-metafisico mi sembra estremamente problematica. Quando leggo certi teologi contemporanei (e anche Bruno Forte) mi chiedo che senso abbiano le loro argomentazioni, e il loro linguaggio. Ad esempio, per rimanere a Forte, un Dio che è storia. La teologia diviene inevitabilmente discorso accademico, retorica per circoli ristretti. Ciò è anche legato all’idea che si ha di universo e di tempo. Perché ancora Dante poteva pensare un cosmo limitato nello spazio e nel tempo, dentro il quale ogni evento è contemporaneo. Ma pensiamo ad una ipotetica astronave di missionari cristiani che parte per diffondere presso gli esseri intelligenti di altri mondi il vangelo della resurrezione. Se viaggiasse alla velocità della luce, dopo 10.000 anni sarebbe ancora dentro i confini della nostra galassia. Se ha ragione Eric Gans, e la religione è buona antropologia ma cattiva cosmologia, la fede è solo un fatto intraumano, e mondo e natura ne sono fuori. Cielo nuovo e terra nuova un simbolo della società umana rifondata su nuove basi. In fondo, guardando alla radice, questo è anche il senso vero della svolta antropologica della teologia novecentesca.

Sofferenza di Dio. Se ne parla molto nella teologia contemporanea. Risorge il patripassianesimo. Ma io posso soffrire solo se sono racchiuso nel tempo, è chiaro che la dimensione temporale è essenziale alla sofferenza, e un soffrire nella dimensione dell’eterno, cioè del non tempo, del non-divenire, è impensabile. Quindi non è possibile pensare ad un Dio Padre che soffre per la morte del figlio a partire da una dimensione di eternità in cui tutti i tempi sono presenti e racchiusi. C’è sempre in agguato il pericolo dell’antropomorfismo psicologico: ma anche un essere umano non soffrirebbe tanto se antivedesse la resurrezione del suo amato. E se Dio è eterno, al di fuori del tempo, non ha alcun senso attribuirgli una sofferenza di tipo umano, come fosse uno di noi. Se non è eterno ed è nel tempo, è un ente tra gli enti. Che Dio è, allora? O, per dirla in termini non metafisici: come posso sperare in Lui? Ma se fosse totalmente nel tempo non sarebbe l’Origine di tutto, e del tempo stesso.

3 pensieri su “Rileggo Simone Weil 34

  1. E’ una delle domande fondamentali che mi pongo, come credente, di fronte al mistero di Gesù, dio E uomo.
    Al di là di tutte le definizioni e i bizantinismi (non è un’offesa) sulla identità, consustanzialità eccetera, non mi sembra che sia stato chiarito, nè in dottrina nè in magistero, quale tipo di consapevolezza il Cristo avesse della sua natura divina.
    L’accettazione del martirio, così come narrata dai vangeli e insegnata dalla Chiesa , era una consapevolezza umana, come indicherebbe la sofferenza del Getsemani ? o accettare questo implicherebbe una “diminutio” delle divinità, di per se stessa perfetta e onnisciente ?
    A questo proposito, mi pare interessante la risposta artistica data dal film “Jesus Christ Superstar” di N. Jewison.
    A Gesù che prega, soffre e suda sangue, che chiede al padrre un segno che lo confermi nella scelta oggettivamente suicida, appaiono come in una carrellata di flash, le immagini di crocifissioni scolpite e dipinte, in una antologia artistica attraverso i secoli e gli stili, segnata da un crescendo musicale. La rapidità delle immagini, a stento riconoscibili, e il fragore della musica, mi sono sempre parsi una ottima riproduzione del caos, del dubbio, della imperfetta conoscenza, della intuizione super-umana che mi piace attribuire al Figlio.
    E’ ovvio che la mia competenza teologica è minimale, per cui non ho alcuna pretesa di essere nel giusto, o anche soltanto nel ragionevole.

  2. Caro Enrico, è evidente che pensare filosoficamente (e teologicamente) ciò che eccede la dimensione razionale dell’umano è per sé impossibile. Il mysterium si dà, ma rimane insondabile. La fonte della ragione sta al di là della sua portata. Accettare questo è razionale.

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