Rinuncia. Rinunciare ai beni materiali; ma alcuni di essi non sono forse la condizione per certi beni dello spirito? Si è forse in grado di pensare nello stesso modo quando si ha fame, si è sfiniti, si è umiliati e senza considerazione? Dunque, bisogna rinunciare anche a questi beni dello spirito. Che cosa resta quando si è rinunciato a tutto ciò che dipende dall’esterno? Forse niente? Allora si è veramente rinunciato a se stessi. (I, 364)
Umiltà in vista dell’assimilazione a Dio; quale orgoglio resta al di sotto! [Io non posso sopportare di essere meno di Dio;] ma allora bisogna che io sia niente; perché tutto quel che io sono è infinitamente meno di Dio. Se io tolgo da me tutto quel che io sono, resta… (I, 364-365)
Parentela del male con la forza, con l’essere, e del bene con la debolezza, il nulla.
(I, 366)
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Se il bene fosse inteso come assolutamente coincidente con la debolezza, della sua suprema incarnazione storica in un uomo, Gesù, si dovrebbe dire che è stata assolutamente debole, superando in debolezza e prossimità al nulla tutte le altre esperienze umane. Ma la debolezza del Cristo, di cui parlano le Scritture, non è quella della Weil. Essa coincide con la rinuncia al potere basato sulla violenza, che è altra cosa: è una rinuncia forte. Un atto che appartiene all’ordine dell’essere, non a quello del non essere. Ma la non violenza di Gesù non è propriamente debolezza nel senso del non essere weiliano, ma un genere di forza che va al di là dell’umano e delle sue categorie. Non ci si stupisce, a questo punto, che nel pensiero di Simone Weil la resurrezione di Gesù occupi un posto così limitato. Il profeta “potente in parole e in opere” infatti viene resuscitato dalla potenza di Dio.

“Io non posso sopportare di essere meno di Dio”
Mi fa davvero uno strano effetto questa frase, la ritengo pressoché “impensabile”. O uno pensa che Dio non esista, e allora si tratta di una innocente giustapposizione di stringhe, che punta verso un nulla che sappiamo assai ricettivo (non rifiuta .. proprio nulla) oppure se ne deve intendere un concetto, o immagine, davvero .. boh? infantile? sciocca? delirante? – per renderlo adattabile ad un confronto “spalla a spalla” che mi sembra esteticamente grottesco. Considerato che i limiti dell’intelligenza umana sono dovunque evidenti, immagino che questo sia possibile soltanto attraverso una sopravvalutazione folle, una specie di (auto-)divinizzazione, del sentimento che uno avverte dentro di sé.
La pensabilità o meno della frase in questione è in relazione all’idea che uno ha di Dio. L’autodivinizzazione è un tema antico, il voler essere dio è l’atto di superbia che gli dèi puniscono. E il Serpente propone all’umano di diventare Dio. E’ l’opposto del “ricordati che sei polvere”, e del resto la polvere non è il nulla.
Osservazione interessante che la polvere non sia il nulla. Che la polvere in determinate configurazioni produca un “qualcosa” (e che qualcosa!) che poi si va, mutandosi la configurazione, con tutta evidenza a perdere, questo è il problema con cui fare continuamente i conti. Ma tornando alla pensabilità: potrei essere un panteista e supporre che il “miracolo” che ha portato alla coscienza umana sia unico nell’universo. In tal caso potremmo anche concepire un’hybris da “canna pensante” di Pascal (che però ammetteva dell’altro). Fuori da questo caso limite, ovvero attribuendo a Dio un’autocoscienza almeno “pari” alla nostra (per quanto Altra) non vedo abitabilità, se non entro il consueto “loop” in cui cade il linguaggio ogni volta che tenta di rigirarsi ad “afferrare” se stesso. Ma lì ci si può alloggiare tutto quanto si vuole.
In effetti il “miraculum” è esattamente questo, che la polvere pensi. E che Kasparov sia sconfitto da “Deep Blue”, prodotto e programmato da questa polvere, e poi sconfigga un computer infinitamente più potente di Deep Blue.