Critica della filosofia italiana contemporanea

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Critica della filosofia italiana contemporanea, un titolo severo, non ammiccante come quelli dei filosofi che vanno per la maggiore, come i Cacciari e i Severino e compagnia, questo del saggio di Fabio Vander (Marietti 2007). C’è qui un pensiero forte, fortissimo, che affronta di petto alcune questioni essenziali della filosofia occidentale. La filosofia italiana contemporanea che viene criticata da Vander è appunto quella dei Severino e dei Cacciari, ma anche quella di altri e meno onorati pensatori, come Emo e Semerano. La sostanza del pensiero di Vander è questa: l’ontologia novecentesca, non solo italiana, non riesce a fare i conti con la questione del non essere e del divenire, soffre di un eleatismo che fossilizza Parmenide misconoscendone la valenza dialettica, non comprende che in Aristotele il principio di non contraddizione riguarda solo gli enti e i loro rapporti e non l’essere, e quindi finisce necessariamente nell’aporia o nel misticismo. Vander intravede una coerenza di fondo nello sviluppo del pensiero occidentale dai presocratici a Platone ad Aristotele ad Hegel. Questa coerenza è la dialettica come forma sostanziale del pensiero, aderente alla realtà vera dell’essere, che è una realtà dialettica. L’essere è infatti contraddizione. Per Vander, se il non essere assoluto è impensabile, è invece pensabile il non essere dell’essere (quindi un non essere relativo). Non solo è pensabile ma è necessario. La distanza da Severino è abissale, quella da Cacciari siderale.

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Per questo se è giusto parlare di «inseparabilità del “principio di non contraddizione” dal “principio d’identità”», nel senso che l’identità unilaterale dell’ente non tollera contraddizione, poi però non si può dire che «il principio più saldo di tutti è l’unità della negazione della contraddizione e dell’affermazione dell’identità»; per noi infatti il «principio più saldo di tutti» è quello di contraddizione, dove inseparabile è il Kombinat di contraddizione e negazione dell’identità in quanto unilateralità. Solo perché falsa ontologicamente,l’«opinione» può essere «vera» onticamente.
L’identità è possibile onticamente, in quanto vietata ontologicamente; proprio come la contraddizione è vietata onticamente in quanto affermata ontologicamente.
Detto altrimenti: ogni ente relativo è assolutamente relativo, la sua relatività non è trascendibile, nessun ente è assolutamente l’ente che è; è sì definibile secondo una qualità identica (il capello è bianco), ma solo in quanto non esaurisce quella qualità (nessun capello bianco è assolutamente bianco, mai esaurisce la bianchezza). È bianco e non è bianco, è identico in quanto la sua identità è dialettica (cioè non identica). Opinione vera significa proprio assoluta relatività (relatività che mai trascende, ma neanche mai esaurisce, la propria relatività), identità negata nella sua assolutezza, identità (ontologicamente) contraddittoria.
(p. 32)

Non mi ritrovo in tutti i passaggi dell’argomentazione di Vander (come nella sua idea di un Aristotele che liquida ogni trascendenza), ma trovo che questo libro sia davvero stimolante. Per me, soprattutto significativi sono i passi in cui emerge la questione del linguaggio, come ad esempio nella nota 33 a p. 81.

Quando più avanti Sasso parla dell’«insolubile difficoltà» per l’essere assoluto di venire relativizzato dal linguaggio e domanda: «come potrebbe quel che “è sempre” stare in un puro accadimento qual è il linguaggio senza perdere il suo carattere essenziale e rivelarsi anch’esso come non più che linguaggio?» (ivi, p. 139), obiettiamo: non c’è un essere assoluto («è sempre») che proferito dal linguaggio venga relativizzato importando aporia; per noi ciò che «è sempre» sempre anche non-è e quindi proferito dal linguaggio diviene ciò che è sempre stato; la differenza è semmai che il linguaggio, per il suo limite intrinseco, per l’incapacità di dire la contraddizione, effettivamente unilateralizza la verità dialettica dell’essere e chiama poi il p.d.n.c. a garantire la sua astrazione; ma questa a rigore non è un’aporia, dato che proprio la parzialità del dire è conferma della contraddizione come verità. Il linguaggio non può dire la verità, ma questa impossibilità è la verità (che è la contraddizione dicibile incontraddittoriamente).

Se il linguaggio non può dire la verità, secondo Vander, è perché esso è governato dal principio di non contraddizione, senza il quale non funzionerebbe. Ma se il linguaggio non può dire la verità perché essa è l’impossibilità di essere detta, ciò pone il problema del rapporto tra linguaggio stesso e ragione. E anche quello della attribuzione di “vera” all’affermazione di Vander. A mio avviso la soluzione sta non nella linea vanderiana, ma nello spostare il discorso dalla contraddizione al paradosso. Ovvero nell’assunzione dell’umano come ab origine paradossale, secondo l’ ipotesi generativa. Ma questo ci colloca totalmente fuori dalla prospettiva filosofico dialettica di Vander.

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