Mentre il giallo classico sembra assumere come presupposto l’esistenza di una società fondamentalmente sana, di cui i criminali sono la parte malata—curabile o da eliminare chirurgicamente—,così che in fondo l’investigatore appare come una sorta di diagnosta, il noir contemporaneo tratteggia una società malata nel suo insieme, ovvero, come s’è detto in precedenti note, sull’orlo di una crisi mimetica, cioè della sua dissoluzione. Questo mi sembra particolarmente evidente nell’interessante romanzo di Franz Krauspenhaar Cattivo sangue (Baldini Castoldi Dalai, Milano 2005), nel quale il protagonista è lo stesso narratore (riecco l’io narrante che non amo), un assassino prezzolato divenuto tale quasi senza accorgersene.
La transizione di Bruno Bruide da persona normale a killer avviene in modo tale che la differenza risulta non evidente, non sostanziale, anzi massimamente labile e incerta. L’unica differenza che in Bruide è visibile è quella del suo essere maschio, anche in modo piuttosto aggressivo, la differenza di genere. Tutte le altre differenze sono annullate, quelle poste dalla morale sociale e dalla legge come quelle di nazionalità. Bruide si muove sempre in automobile (e la prima delle due parti si intitola Automobilcrimes) tra Italia Francia Germania e Olanda, parla varie lingue e uccide senza troppi scrupoli: il senso di colpa che ogni tanto gli si fa sentire appare privo di fondamenti, un mero corrugamento della psiche. Il libro di Krauspenhaar è una narrazione della crisi di ogni differenza. Non ho molti dubbi sul fatto che Bruide costituisca un tipo esemplare di uomo sradicato dell’epoca postmillenniale. Per dirla con Simone Weil, essendo uno sradicato non può che sradicare a sua volta: privo di un’identità forte, va alla ricerca delle origini, in Olanda, cioè di una differenza che possa far sua e dia stabilità al suo essere, ma ciò che trova non è altro che la traccia di uno sradicamento (non a caso in qualche modo connesso al nazismo, il più grande fenomeno di sradicamento dell’intero Novecento). E che il libro di Krauspenhaar nel suo insieme e a tutti i livelli narri una crisi e venir meno della differenza è mostrato dalla struttura stessa del libro, con le sue due parti, delle quali la prima si rivela nella seconda essere un romanzo autobiografico scritto dal narratore, lo stesso Bruide, mentre la seconda è assolutamente omogenea alla prima nella scrittura e nell’azione, e noi non sappiamo esattamente cosa sia, le nostre certezze di lettori fondate sulla differenza vanno in crisi a loro volta: attore, narratore, scrittore in che relazione stanno?
Bruide scarica la propria violenza in modo aperto sia nei crimini commissionatigli dall’organizzazione per la quale lavora sia in quelli che esegue per sé stesso. Ma la società con cui interagisce non appare, nel suo insieme, affatto migliore di lui. Si tratta evidentemente di una società che corre verso una crescente indifferenziazione, una con-fusione dalla quale di solito si esce solo con la pratica del capro espiatorio. Si tratta di vedere quali nuove e complesse forme questa pratica assumerà. Possiamo tuttavia affermare che protagonisti di narrazioni come quella di Bruide svolgono all’interno della fabula una funzione di vittima e di persecutore insieme. Le differenze, appunto, sono venute meno.

Vedo adesso queste analisi del genere, a puntate.
E’ un po’ che manco dal tuo blog, e ogni volta che vengo trovo cose che merita leggere e meditare.
Grazie Valter. Io il tuo lo guardo ogni giorno, anche se non lascio commenti. A proposito, l’ultimo post della serie “noir” ti riguarda.