Del noir 2

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La lettura del romanzo di Osvaldo Capraro Né padri né figli (edizioni E/O, Roma 2005) pone, cosa che di per sé già rappresenta un merito, alcune importanti questioni. Si tratta della storia di una mala formazione, evocata già dal titolo-negazione, nel senso di una formazione mancata di un ragazzo sfortunato, che ha un padre che vive di commercio illegale e abusa sessualmente di lui, e che finisce in quello che un tempo si chiamava riformatorio, e in seguito inevitabilmente tra le file della malavita organizzata. Quindi una formazione mancata, fallita (secondo una struttura comune a molta narrativa moderna e post-moderna), ma anche propriamente malavitosa. Quella scritta da Capraro è una storia fortemente proiettata sulla condizione di alcuni strati della popolazione della Puglia, e che tende a individuare l’origine della violenza nel modo di essere della società. Siamo ben lontani dalla metafisica maccartiana della violenza assoluta. E già qui s’apre la grande questione dell’origine dei comportamenti violenti e omicidi, se essi scaturiscano da nodi socio-economico-culturali, o se abbiano un sostrato abissale insondabile, legato all’umano in quanto tale da sempre, alla sua stessa origine. Un’altra grande questione è quella della funzione del genere noir, oggi così diffuso e praticato anche in Italia . Essa va individuata all’interno della funzione della narrazione in generale (per cui rimando allo scritto di Eric Gans pubblicato nella pagina GENERATIVA del mio sito: http://www.bibliosofia.net/files/NARRATIVA_ORIGINARIA.htm ).

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Se la radice del narrare, di ogni narrare, è sempre la necessità di alimentare il comune riconoscimento del legame che stringe un gruppo umano, cui è essenziale il differimento della violenza che lo minaccia dall’interno, allora è evidente come l’esito di dissoluzione del gruppo, legato al trionfo della violenza stessa, debba essere continuamente rievocato come possibilità sempre data. Di qui l’esistenza di generi in cui si dice il fallimento della restaurazione dell’ordine minacciato, in cui cioè si mette in evidenza l’irregolarità, il disordine inestirpabile, e si evoca il possibile trionfo del caos, cioè della violenza indifferenziata e totale, la minaccia suprema che deve essere sempre esorcizzata. A prezzo, ovviamente, di vittime. Il lettore del noir assiste così ad un processo di vittimizzazione, che però non produce un ritorno sicuro dell’ordine, perché avviene al di fuori delle regole del sacro tradizionale. Il sacro di oggi è infatti sempre mistificato e mistificatore: lo testimonia il nome stesso dell’organizzazione criminale che trionfò brevemente in Puglia: Sacra Corona Unita. Il libro di Capraro, del resto, evidenzia il fallimento, evidentissimo nel Sud d’Italia, dell’antico ordine sacro, di cui il Cristianesimo socializzato, la Cristianità, si è fatto carico , tradendo il Cristo stesso. Il giovane prete, don Paolo, che tenta vanamente di salvare il ragazzo Mino dal suo fato, è inetto non solo davanti alla donna innamorata di lui, ma anche di fronte alle strutture religiose soffocanti e pervertite—ma tutto sommato ancora coerenti con la loro natura—della cui funzione non ha una visione chiara, come del resto nemmeno della propria fede.

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