Il Budda delle periferie

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Mi è difficile condividere il grande entusiasmo suscitato in molti lettori (soprattutto giovani, pare) dal romanzo di Hanif Kureishi Il Budda delle periferie (The Buddha of Suburbia, 1990, trad. it. di Ivan Cotroneo, Bompiani, Milano 2003). Romanzo di formazione di un giovane figlio di emigrati indiani nella Londra spumeggiante dei primissimi anni Settanta, tra gruppi e gruppetti rock, punk, residui hippy, teatro underground, droghe e soprattutto molto sesso, per lo più etero, ma anche un po’ omo, è scontato, a tratti banale.

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Il racconto degli ambienti e delle persone è condotto bene, si capisce la presenza dell’editing, un fantasma che Kureishi deve aver bene introiettato, ma alla lunga il tutto è noioso, per me, che trovo le situazioni descritte del tutto ovvie nel loro preteso anticonformismo postmoderno, assolutamente consono ai modelli vigenti. Se vuoi aver successo, devi scrivere un romanzo così, si potrebbe dire, e Kureishi l’ha scritto. Omologazione letteraria, integrazione perfetta. Se uno pensa di trovarvi delle nozioni profonde sulla vita delle periferie, e degli emigrati asiatici in esse, è fuori strada. In fondo, il padre impiegatuccio indiano, che si atteggia a guru (da quattro soldi, ottenendo però un relativo ascolto e trovando l’amore di una donna) e dà il titolo al romanzo, potrebbe anche non essere affatto indiano. Il suo carattere indiano è inesistente. Qui delle due l’una: o Kureishi vuol far intendere che gli immigrati tendono ad essere assorbiti senza residui nell’Occidente dove tutto è merce (compresi teatro, letteratura e musica), o non è in grado di penetrare lo specifico cultural-religioso (in effetti questi immigrati sono paki, quindi musulmani, quindi col buddismo e l’induismo dovrebbero essere in conflitto: de hoc nihil). Propendo per entrambe le ipotesi. Kureishi è del tutto fuori da ogni possibilità di comprensione del religioso: “Pensavo di essere uno dei pochi al mondo ad essermi accorto che le religioni sono infantili e incomprensibili” (p. 300). Per la verità, anche l’anatomia canina non è nota all’autore. Altrimenti non avrebbe concepito una scena così ridicola come quella del protagonista che viene “violentato” da un grosso cane, recandone poi tracce di sperma sulla giacca. Una scena che oltre che assurda e fisicamente impossibile è anche del tutto gratuita. Come è gratuito nel romanzo l’elemento omosessuale, che serve solo a ottenere una tonalità di apparente irriverenza e giovanilismo ribaldo, del tipo “Avevo già smanettato diversi cazzi a scuola; eravamo sempre lì a toccarci e a strofinarci” (p. 27). E “quando venne nella mia mano fu, vi assicuro, uno dei momenti più significativi della mia adolescenza (ibidem)”. Caspita! Una adolescenza indubbiamente ricca di significato, si potrebbe dire, letta da Kureishi in chiave di freudismo nazional-popolare estremizzato e seriale.

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