Lingue e violenza

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Di lingue bisogna conoscerne (o essere abili in, o essere competenti in ?) almeno due oltre alla propria, per poter essere ritenuti buoni Europei. L’Europeo che ne conosca una sola oltre alla propria viene stimato un Europeo appena discreto, così e così. Quello che sappia parlare e scrivere solo la propria, quanto bene non importa, non si reputa neppure sufficiente, e per dirla col Boiardo lo si stima un fil di paglia.

Ecco dunque che oggi si inizia ad apprendere l’inglese dall’asilo. In seconda elementare, vedete, i bambini parlando tra loro alternano italiano ed inglese. In quinta o giù di lì iniziano a parlare una seconda lingua, il triennio delle medie vede un travolgente perfezionamento linguistico. È un crescendo rossiniano di conoscenze e competenze e capacità linguistiche. I risultati si vedono: eccezionali ricadute su ogni materia di studio, su ogni forma di sapere.

È per questo che vedete arrivare al primo anno delle superiori studenti pre-disposti, studenti davvero meta-cognitivi. Io, ad esempio, quando, come mi capita sempre più spesso, mi imbatto in questi adorabili discepoli in grado di imparare subito qualsiasi cosa, di assimilare ogni concetto grazie alla mappaconcettualità acquisita e alla metacognitività transazionale, vado in brodo di giuggiole. Ma quanto in profondità debbono aver lavorato i colleghi che mi hanno preceduto, massime quelli delle medie! Capisco subito che spiegar Dante a codesti fanciulli sarà una bazzecola, che capiranno al volo come in Cavalcanti l’averroismo possa associarsi all’amore distruttivo, che non dovrò sudare per imprimere loro nella mente la differenza tra autore e narratore, e così via. Ma non sono certo il solo a fare esperienze così dilettevoli. Già nelle sale insegnanti di mezza Italia si cominciano a udire uggiolii di piacere all’inizio dell’anno scolastico. “Questa nuova classe è un incanto”. “Non mi era mai capitata una prima così”. “Come sono carini”. “Come scrivono bene”. “Chi l’avrebbe mai detto, le lingue europee sono un toccasana, quasi come la teoria degli insiemi, che negli ultimi anni ha forgiato decine di migliaia di cervelli ferreamente logici, che sembrano Vulcaniani”. Gli insegnanti constatano un possesso sempre più sicuro della lingua. Come è bello insegnare nella scuola che cambia!

Ma il linguaggio, che secondo l’antropologia generativa è nato per differire la violenza, ha anche questo di caratteristico: la sua funzione è di unire nella comunicazione e contemporaneamente di identificare nella separazione (lo ha ben spiegato George Steiner in Dopo Babele). Mi capita di vedere un servizio di un TG nazionale sui gerghi degli adolescenti. Uno di quei numerosi servizi nei quali un appartenente alla pletora dei giornalisti televisivi scopre l’acqua calda. Qui il giornalista (pilastro della democrazia, beninteso, non sia mai che io attacchi una categoria così fondamentale e benemerita dimostrando risentimento nei suoi confronti) sostiene che gli adulti non siano più in grado di comprendere il linguaggio dei giovani, a causa del continuo generarsi di neologismi, ecc. A dire il vero, mi sembra di aver già sentito questo discorso nei mitici anni Sessanta, poi nei ferrei Settanta, quindi nei rampanti Ottanta, e successivamente nei problematici e informatici Novanta… Il giornalista si sveglia la mattina, al bar sente per caso un adolescente parlare con un coetaneo in idioma giovanilistico, non capisce, decide che i giovani si separano come gruppo – mediante il linguaggio. Naturalmente, il giornalista nel servizio che scaturisce da questo evento non approfondisce, si limita a fare del colore.

Ma noi sappiamo che è proprio la condizione giovanile postbellica e postmoderna a individuarsi e ad essere individuata come separata. Necessariamente un gruppo separato che vuole essere tale sviluppa un linguaggio separato: per unirsi al suo interno nella comunicazione, e per identificarsi rispetto agli altri gruppi nella separazione. All’interno il risentimento è mediato e differito mediante il linguaggio, all’esterno il risentimento non è mediato dal linguaggio, e la violenza, non potendo essere differita e nemmeno scaricata direttamente, salvo eccezioni quali scontri di piazza, di stadio, ecc., assume forme simboliche e rituali (rock, discoteche, corse notturne suicide in automobile) e/o si incanala nella primitività dello stordimento mediante sostanze che alterano la coscienza (droghe varie e alcool).

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