La masseria delle allodole

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Il grande massacro degli Armeni del 1915, la loro espulsione dall’Impero Ottomano, è lo sfondo dell’epico romanzo I quaranta giorni del Mussa Dagh di F. Werfel, che lessi molti anni fa, e che ricordo benissimo. Ritrovo lo stesso sfondo storico in un’opera dolcissima e struggente, La masseria delle allodole, di Antonia Arslan (Rizzoli, Milano 2004).

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Questo libro mi pare espressione di una grande sapienza di scrittura, e di una grande sapienza in generale, esattamente ciò che io voglio trovare in un romanzo (quante opere inutili e imbecilli vengono stampate, un inevitabile profluvio da cui ci può salvare solo l’intelligenza, forse…). E la storia che narra ci porta nel centro dolente dello sviluppo storico della nostra civiltà, al problema degli stati nazionali, che solo nel sangue si possono forgiare, e che pretendono al loro interno l’omogeneità linguistica, religiosa, ecc., e spesso anche richiedono la persecuzione, in una forma o nell’altra, e l’espulsione di gruppi, di intere stirpi. (Espulsione di marrani e moriscos per la Spagna, di dissidenti religiosi per l’Inghilterra, di Ugonotti per la Francia, di Israeliti per molti paesi, di Armeni per la Turchia, di…). La Modernità, come ben sapeva Simone Weil, sta sotto il segno dello sradicamento. Yerwant, saggiamente “diffida delle folle dagli umori eccitati, dai fumosi impeti nazionalisti: sa bene, da sempre, che ogni folla può uccidere, e ogni folla cerca una vittima sacrificale, e gode del sangue” (p. 40). La Arslan scrive senza risentimento nei confronti dei Turchi. In particolare, mostra come il massacro degli Armeni, con la terribile marcia senza meta nel deserto siriano, non sia stata determinata da motivi religiosi ma dal nuovo movimento nazionalista laico, che voleva modernizzare l’Impero. “L’idea della deportazione nel deserto appare dunque agli ideologi del partito come un rito di purificazione, un sacrificio propiziatorio di animali macellati per l’onore e la gloria di un Dio laico, impassibile e geloso” (p. 129). I persecutori non agiscono secondo l’Islam, ma secondo la loro idea di nuovo stato nazionale. Quando la miseranda folla dei deportati si avvicina a Konya, la città dei dervisci, gli abitanti la soccorrono e l’imam grida “Questa non è la volontà del Profeta, che il suo nome sia benedetto. Nutrite e alloggiate questa gente, perché il suo grido ridiscende contro di noi dai cieli dell’Altissimo, e reca maledizioni” (p. 161).

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