Peonia di Giada

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Sulla pagina canadese del mio sito ho pubblicato un saggio di Pietro Giordan su Wayson Choy. Comincia così:

Questo mio saggio verte su uno dei lavori più significativi nell’opera narrativa di Wayson Choy : La Peonia di Giada (The Jade Peony). Come spero diventerà ovvio a quanti avranno la pazienza di seguire questo abbozzo di discorso, non è mia intenzione dilungarmi più di tanto sui legami genetici che il lavoro di Choy intrattiene colla letteratura sino-canadese nel suo insieme; né tantomeno credo utile analizzare le relazioni intertestuali ovvero le influenze esercitate da altri testi di questa tradizione sul romanzo in questione.

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Certamente, alcune osservazioni di carattere generale intorno al contesto ed alla costruzione della letteratura sino-canadese possono aiutare il lettore ad avvicinarsi a questo avvincente romanzo; tuttavia, credo sia fuorviante – per non dire fondamentalmente errato – da parte del critico (oltre che enormemente frustrante dal punto di vista dello scrittore) voler ricondurre un’opera letteraria così ricca e – diciamolo pure – canadese ed internazionale – entro i limiti sempre più angusti della letteratura canadese certo, ma col trattino.

A questo proposito, conviene citare quanto affermato da Choy stesso :

I think all minority cultures have to go through a period where they are in a category, and I believe that you cannot escape that because you have not been published before. So [when] your minority group begins to be heard, of course it has to be categorized, it’s inescapable. But after that, I think we’re entering this new period now where good writing is what will matter, and what will last and what will be reviewed. I was very lucky because my book… was a popular book as well as a critically successful one. But the point is they also said that it was an Asian story, an Asian Canadian story. Now I tell everybody, it’s a Canadian story, period. And there are other Canadian stories, and we want to listen to new voices. The categories don’t bother me because in the end, they will simply be a historical footnote. The good books will last, whatever the footnote. And I would like to think I am writing books that can be read at any time, and [that] they are stories that can be read by everyone who believes that the human heart must survive the drama of living.

Infatti, come è palese che esista un legame tra le varie letterature degli « altri » e delle varie minoranze etniche (« visibili » od « invisibili »); allo stesso modo, è innegabile che tutte, in una certa fase della loro evoluzione, rappresentino la dolorosa esperienza dell’emigrazione. Ciò che bisogna stigmatizzare è piuttosto il fatto che esse vengano ridotte esclusivamente a tale tematica e che, in secondo luogo, si neghi loro ogni altro valore epistemologico, azzerando il piacere della lettura (mettendolo tra parentesi, per così dire), rinunciando ipso facto alla possibilità di scoprire cosa vi possa essere di positivamente sorprendente nei loro testi. La prima forma di malinteso sembrerebbe nasca dalla balzana idea che l’emigrazione sia qualcosa di estraneo all’essenza stessa di questo paese e che la Vancouver delle storie di Choy sia piuttosto Marte o Canton. Riguardo al secondo punto, vorrei spiegarmi facendo riferimento ad un articolo di critica letteraria apparso di recente sulle pagine di un quotidiano torontino, una breve analisi di un romanzo scritto da una scrittrice cino-canadese. L’autore, onestamente non so bene con quanta coerenza rispetto alle proprie consuetudini, dedicava gran parte dello spazio a propria disposizione a descrivere il tema dell’opera di questa scrittrice : la vita in una Chinatown canadese. Ovviamente questo recensore aveva poco o nulla da dire sulla fedeltà storica di tali descrizioni, ovvero sulla loro capacità di creare emozioni, suscitare domande e curiosità (insomma, su tutto quanto dovrebbe evocare la letteratura). Al sommario-riassunto faceva seguito una breve quanto negativa conclusione sul fatto che il romanzo fosse sostanzialmente scritto male! Ci viene quindi da pensare che l’essere « etnico » del romanzo analizzato dal recensore dello Star fosse la ragione principale (se non l’unica) per la stesura di questo articolo; il suo essere (a suo dire) un fiasco da tutti gli altri punti di vista sembra quasi secondario… .

Il resto qui: http://www.bibliosofia.net/files/Giordan.htm

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