Del Centro

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Tempo fa scrissi queste considerazioni, che mi sembrano mantenere il loro senso. Riguardano la scuola, ma la relazione ad un Centro definisce l’umano in quanto tale, e quindi esse hanno un carattere di universalità.

Lo studente al centro. La centralità del discente è continuamente affermata dalle pedagogie ufficiali recenti. “Una scuola nuova che pone lo studente al centro”: si deve indurne che prima di questo cambiamento la scuola vecchia ponesse al centro l’insegnante. Sarà stato così. Certo lo poneva in alto sulla cattedra, in cui saliva all’inizio della lezione e da cui scendeva alla fine, tra il profumo degli incensi, sacerdote della cultura. Il gioco è finito, miserevolmente. Credo che la scuola nel suo complesso (non solo in Italia) non riesca a comprendere pienamente – ho talvolta il dubbio che non riesca a comprendere affatto – ciò che le sta accadendo, e che molti insegnanti, Dirigenti, Ispettori, ecc., pensino di essere liberi protagonisti che fanno le loro scelte, mentre sono agiti da forze storiche che li trascendono e che essi nemmeno tentano di comprendere. Sono ciechi guide di ciechi. Ma vanno sicuri (Ah, il Dirigente che se ne va sicuro,/ agli altri ed a se stesso amico,/e l’ombra sua non cura che la canicola/ stampa sopra uno scalcinato muro…). Loro non vedono le ombre, perché sono creature solari, del giorno, aggiornate. Gli insegnanti come me, che vedono le ombre, e vorrebbero trasmettere, a qualche allievo almeno, il dono dello sguardo, non possono né vogliono comunicare con costoro.

Torniamo al Centro: non v’è Centro senza che vi sia periferia. Al Centro, in origine, si colloca il sacro. E ogni oggetto centrale mantiene per sempre il carattere della sacralità-divinità, anche nei contesti più secolarizzati. Ma sacralità e divinità sono irrevocabilmente connessi al sacrificio e ai processi di vittimizzazione. Porre gli studenti al centro significa porli nel luogo del sacro e della vittima, della vittima sacra. Oggi questa non può che essere un’operazione contraddittoria.

Eric Gans ha mostrato come la cultura postbellica – postmoderna sia una cultura vittimaria, cioè una cultura in cui le vittime sono privilegiate in quanto tali, ragion per cui i singoli, ma soprattutto i gruppi umani, si affermano come vittime di questo o di quello, ricevendo così consenso sociale e valorizzazione.
(http://www.bibliosofia.net/files/MERCATO__E__RISENTIMENTO.htm )

Nella cultura postbellica lo stigma della vittima conferisce valore e significato. Il fenomeno più grandioso del dopoguerra è l’emergere della cultura giovanile come dominante nella società: essa nasce da una identificazione dei giovani occidentali con i gruppi individuati come vittime, anzitutto con i neri d’America. È interessante notare come questo atteggiamento, che dovrebbe essere riportato alla reazione morale allo sterminio degli Ebrei, non abbia comportato nelle masse giovanili alcuna identificazione con questi, e ciò a causa di Israele e dell’America, visti sempre come vittimizzatori. Nel contempo, il fatto che l’identificazione avvenga con i neri d’America è una controprova del potere americano, e dell’attrazione mimetica che l’America suscita. I neri d’Africa interessano molto meno, dei Birmani non s’interessa alcuno. L’autoidentificazione di un gruppo come vittima può avvenire però, all’interno di una società complessa, solo se la società stessa è disposta a riconoscere questo status. È avvenuto con i giovani. La youth culture è un fatto occidentale trans-nazionale. Tutti i sistemi scolastici ne sono stati influenzati, eppure la cultura giovanile continua a rimanere sostanzialmente estranea alla scuola. Invero, il testo aureo del vittimismo studentesco italiano è stato Lettera a una professoressa, dalle cui pagine la cultura giovanile è assente.

Se il rapporto è quello tra un singolo e un gruppo, il singolo si pone come Centro e il gruppo come periferia. Ciascun singolo, in effetti, può sempre essere attirato al Centro e sacrificato. Chi sta al Centro domina nell’intervallo tra la sua occupazione del Centro e il suo sacrificio o la sua espulsione. L’intervallo può essere lunghissimo o brevissimo, può anche essere così lungo che il sacrificio non avviene mai, essendo permanentemente differito. Il Centro domina, a meno che non si verifichi un turbamento nella periferia, che può condurre ad una rivolta della stessa contro il Centro (per quel che riguarda la scuola, il fenomeno è particolarmente evidente nel Professor Unrat di H. Mann, (cfr. www.bibliosofia.net/files/Conferenza_2.htm ). Il Centro in quanto tale è il luogo del potere e del sacrificio, trono e altare hanno una origine unica. È chiaro che rovesciare il rapporto è impossibile: non si può costituire un Centro di venticinque individui e una periferia di uno. Gli esiti possibili sono l’espulsione dell’uno, sostituito da interazioni digitali (Maragliano) o la posizione di un rapporto binario (insegnamento individualizzato, con la periferia che tende a trasformarsi in una serie di monadi, tendenza che mi pare emergere nell’attuale Potere Pedagogico Sovrano).

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